Nazionalisti, sardine, la forza che non c’è e l’irresolutezza del PD

Il pericolo di un rigurgito nazionalista è ancora molto forte, perché forte è il caos che caratterizza la politica e l’economia internazionale. Lo è negli USA di Trump e della guerra dei dazi, che sta già pericolosamente rallentando una crescita globale da troppi anni molto al di sotto di quel che serve ad una società devastata dalla crisi. Ma anche in Europa, nonostante l’esito delle recenti elezioni europee, le destre estreme crescono ovunque, dalla Germania alla Spagna. In Italia, nonostante il cambio di governo, il rischio è addirittura quello di vedere nelle prossime elezioni politiche, che potrebbero non essere lontane, una vittoria di due forze come la Lega e Fratelli d’Italia, in grado da sole di esprimere la maggioranza assoluta nel prossimo Parlamento. Un tale esito, in un Paese dell’importanza dell’Italia, darebbe, oltre ad un colpo mortale all’economia e alla democrazia italiana, la spallata definitiva al già fragile processo di costruzione europea che, nonostante la Brexit e il pericolo sovranista, rimane purtroppo ancora in mezzo al guado. In questo quadro infausto un fatto politico nuovo è rappresentato certamente dal movimento delle “sardine”, che segnala come stia crescendo, nella parte avveduta del Paese, la consapevolezza della gravità del momento e della necessità di reagire per “scuotere le nostre coscienze”. Partito da Bologna – su iniziativa di quattro ragazzi che intendevano rispondere all’offensiva di Salvini riempiendo la piazza fino al punto di dover stare “stretti stretti come le sardine” – sta crescendo con una velocità ed un grado di mobilitazione dell’opinione pubblica davvero straordinari. E’ la prova che è ora possibile mobilitare energie nuove e forze che si erano ritirate “nel privato”, deluse da una politica incapace di recuperare quel distacco con i cittadini che è via via cresciuto negli ultimi decenni, a causa della sua incapacità di affrontare i tumultuosi cambiamenti in atto. Tuttavia le pur importanti manifestazioni non basteranno da sole a “rovinare la festa” che stanno vivendo le destre estreme. La paura e lo spaesamento presenti nell’opinione pubblica, su cui fanno leva i populisti, sono la conseguenza della globalizzazione neoliberista di questi anni e dal caos determinato dalla sproporzione di forza e di potere tra le grandi concentrazioni economiche e finanziarie, ormai mondializzate, e la politica rimasta chiusa nei piccoli staterelli. Se si vuole fermare questo rigurgito della peggiore destra non basta segnalare i rischi di un ritorno alle vecchie sovranità nazionali, palesemente illusorie, in un mondo nel quale contano ormai solo i giganti continentali. E’ necessario avanzare concretamente sulla strada di una effettiva integrazione economica e politica sovranazionale. Questa via da noi si chiama Nuova Europa. Si illude chi pensa che possa bastare una manovra economica nazionale in grado di evitare l’aumento dell’IVA e di dare qualche segnale di attenzione a lavoratori e famiglie. Per dirlo volgarmente questa è “acqua che non toglie sete”. I problemi che abbiamo di fronte sono enormi (inquinamento e cambiamenti climatici, diseguaglianze sociali insostenibili, migrazioni bibliche) e solo spingendo decisamente in avanti il processo di integrazione europea – fino ad uno Stato Federale – potremmo disporre della massa critica necessaria per affrontarli. Dunque i movimenti sono utilissimi, oserei dire indispensabili, se c’è chi gli offre uno sbocco politico. Altrimenti sono destinati prima o poi a ritrarsi. Ricordate i girotondi degli anni ’90? Se la sinistra politica pensa di poter giocare la partita con i nazionalisti sul campo nazionale ha già perso. E il guaio è proprio questo. Non c’è ancora in campo una forza politica capace di indicare e praticare una risposta in avanti, progressista e sovranazionale. Il PD è l’unico partito che può provarci ma la svolta promessa da Zingaretti è lenta e incerta. Il movimento delle sardine è nato a Bologna negli stessi giorni nei quali in città si svolgeva la conferenza programmatica del PD. Ancora una volta il PD ha dato bei segnali: apertura e disponibilità all’ascolto, spostamento a sinistra scegliendo il Green New Deal e la lotta alle diseguaglianze come priorità programmatiche del nuovo corso. Ma i segnali non bastano più. Inquinamento e cambiamenti climatici sono già realtà drammatiche che richiedono investimenti enormi per passare in pochi anni dal fossile alle energie rinnovabili e promuovere una riconversione ecologica dell’economia. Servono risposte forti che solo una riforma della politica monetaria e della missione della Banca Centrale Europea possono consentire. E la lotta alle diseguaglianze per essere credibile deve togliere alle multinazionali la possibilità di eludere il fisco delle nazioni attraverso una tassazione unica delle imprese in Europa. Allo stesso modo il fenomeno migratorio è governabile solo attraverso politiche comuni. Insomma non basta rendere chiaro il perché, serve indicare in modo credibile il come e il quando. Per farlo il salto politico, culturale ed organizzativo da compiere è enorme, gigantesco. Per provarci non servono più annunci ma decisioni e azioni forti da mettere in campo nei tempi giusti, a partire dal cambiamento di un partito che, a distanza di mesi dalle primarie del marzo scorso, continua ad essere una sommatoria di correnti personali e comitati elettorali. Serve un congresso vero qui ed ora. Il tempo è quasi scaduto.

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