

Abbiamo deciso di dare vita ad una nuova area politica dei democratici di Terra di Lavoro perché la fase politica che stiamo attraversando richiede la massima mobilitazione di tutte le energie disponibili per contrastare, in tempi necessariamente stringenti, quel processo di ridimensionamento del PD sta in provincia di Caserta in corso ormai da molti anni. E’ evidente come l’indebolimento politico e programmatico del PD casertano non sia certo una ragione secondaria della deriva personalistica e localistica che ha caratterizzato prima la coalizione di centrosinistra ed ora lo stesso campo largo. Una coalizione priva – e non da ora – di una base programmatica unitaria e solida, fondata cioè su una comune elaborazione e sulla consapevolezza del passaggio cruciale che sta vivendo il territorio della provincia di Caserta, divenuto a partire dal terremoto del 1980, sempre più strategico per la riorganizzazione dell’area metropolitana Campana. Un’area che svolge un ruolo essenziale di porta dell’Europa per tutto ciò che arriva nel Mezzogiorno, attraverso il Mediterraneo – il Medioceano, come giustamente lo definisce Limes, superando la vecchia idea di mare chiuso in mezzo alle terre e interpretando il suo attuale ruolo geopolitico di grande connettore strategico tra l’Indo – Pacifico e l’Atlantico.
E’ bene puntualizzare cosa intendiamo per ridimensionamento del PD casertano. La Federazione provinciale si sta lasciando alle spalle una lunghissima fase di commissariamenti, che da un lato non sono serviti ad evitare una caduta rovinosa, caratterizzata dalla chiusura di gran parte dei circoli, da una drastica riduzione delle rappresentanze istituzionali nelle assemblee elettive – ed in particolare in gran parte di quelle delle grandi città – dal precipitare al livello di consenso più basso di sempre nelle recenti elezioni regionali – consenso che ci avvicina più all’immagine del cespuglio che a quella dell’architrave di una alleanza in grado di proporsi con un profilo di governo; Commissariamenti che dall’altro non hanno prodotto la svolta necessaria per ricostruire il partito sul piano programmatico e su quello organizzativo, fondando l’assetto dei ricostruiti gruppi dirigenti su basi diverse da quelle personalistiche che ne avevano provocato la crisi.
Crisi e ridimensionamento del PD, ovviamente, non potevano non influire sul carattere della coalizione, la cui conseguente frammentazione si è manifestata nelle ripetute sconfitte registrate nelle tornate delle elezioni provinciali, nelle crisi di molte delle nostre amministrazioni locali e da ultimo nel divario enorme, registrato nelle elezioni del novembre scorso, tra le percentuali raccolte nella circoscrizione casertana dai principali partiti del Campo largo e quelle registrate sul piano regionale e nazionale. In provincia il PD è ormai all’11,81%; AVS è ridotto ad un misero 2,35%; i 5 stelle (nonostante la candidatura di Fico) al 9,35%. Un quadro buio che diventa ancor più buio nei comuni, come abbiamo visto anche nelle recentissime elezioni del consiglio provinciale, nelle quali, oltre al dato sconcertante del PD, alla mancanza di candidature di amministratori dei cinque stelle, abbiamo registrato la diaspora del gruppo dirigente provinciale del partito socialista, intervenuta subito dopo il lusinghiero consenso elettorale (il 6,04%) e la riconquista, dopo molti anni, di un seggio in consiglio regionale.
Sono dati inequivocabili sullo stato del PD e della coalizione, rispetto al quale è il caso di dire non può esserci discussione perché la matematica non è un’opinione.
Ciò che ora serve è una reazione urgente e forte dato il rilievo che assumono le elezioni politiche del prossimo anno, le prospettive del Paese nell’attuale contesto internazionale. Abbiamo il dovere, come partito e come coalizione di Terra di Lavoro, di organizzarci per poter dare il massimo contributo possibile a questo appuntamento vitale. La posta in gioco è altissima per cui si tratta di provare non solo a conseguire il miglior risultato per il partito ma a vincere le elezioni e prendere nelle nostre mani il governo del Paese.
E’ in corso nel Mondo una rivoluzione epocale. Tutto sta cambiando con una velocità impressionante. E’ finita l’epoca della globalizzazione neoliberista, il modello diordine internazionale fondato sul primato del mercato e la mediazione degli organismi internazionali. Un modello che ha governato l’economia globale e le stesse controversie geopolitiche a partire dalla caduta del muro nel 1989. Lo stesso populismo, alimentato, a partire dalla crisi del 2008, dalle diseguaglianze che quell’ordine aveva generato, resiste – ma solo come tecnica di manipolazione dell’opinione pubblica al fine di consentire ad una parte delle élite, paradossalmente le stesse che il populismo voleva colpire, di prendere il potere.
Il Mondo svolta ancora più a destra. Non nella direzione della destra liberale e conservatrice. Perché questa svolta ha portato al potere in moltissimi paesi una destra nazionalista, aggressiva, reazionaria. Una destra che vuole una società gerarchica, un sistema politico autarchico, nel quale il leader non deve essere condizionato né da diritti delle minoranze, né dall’equilibrio tra i poteri. Sono questi i fili che legano tutte le destre mondiali al di là delle differenze di toni e di comportamento che pure notiamo esserci tra i diversi leader. Sono fili che ci avviano verso una nuova forma di fascismo.
E’ questa la destra che oggi governa la prima potenza economica e militare del Mondo. Nella politica interna negli USA si stanno cancellano tutte le regole garanti del rispetto dei diritti sociali e civili all’interno del Paese (la formazione di un corpo armato del presidente che interviene nel reprimere il dissenso anche attraverso l’uccisione di manifestanti, gli attacchi all’autonomia della magistratura e della FED). In politica estera Trump strappa tutte le regole del diritto internazionale, svuota tutte le istituzioni globali, che per quanto fragili e inadeguate hanno comunque almeno rappresentato una possibilità di mediazione con la volontà di dominio delle grandi potenze. Arriva a evocare la minaccia della scomparsa di un’intera civiltà e minaccia il Papa perché non tollera che i valori fondamentali della religione possano porre un limite alla sua prepotenza.
Siamo in presenza di un disordine globale alimentato da un “nazionalismo imperiale”. Siamo al ritorno alla legge del più forte, con tutte le conseguenze che stiamo vedendo dall’Ucraina, al Venezuela, alle guerre in Medio Oriente, alla devastazione di Gaza, alla deportazione e alle forme di genocidio dei palestinesi, all’espansione israeliana in Cisgiordania e nel Libano, alla guerra all’Iran: i terribili rischi di allargamento dei conflitti, le ripercussioni sull’economia globale.
Un contesto che mette Italia ed Europa nell’angolo, le condanna all’irrilevanza assoluta, se non si accelera in modo forte e deciso il processo di integrazione politica. Ecco perché non possiamo permettere che il nazionalismo continui a dettare l’agenda del governo italiano a scapito della necessità inderogabile della costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Tanto più che l’Italia può svolgere un ruolo chiave nel favorire il dialogo tra i più importanti Paesi fondatori dell’Unione.
Confortano l’esito delle elezioni regionali e del referendum sulla giustizia. Dimostra che l’alternativa è possibile e che la partita delle politiche del 2027 è più che aperta. In particolare la forza della vittoria del NO al referendum e soprattutto la straordinaria partecipazione al voto, anche giovanile, andata oltre le più ottimistiche previsioni della vigilia, ci dicono che non siamo solo in presenza di una difficoltà del governo Meloni legata alla prova di incapacità di un governo che non ha mantenuto nessuna delle promesse elettorali (un fallimento ben documentato nell’intervento della nostra segretaria nazionale in parlamento). C’è la novità indotta dagli sviluppi della situazione internazionale, soprattutto quelli legati alla guerra in Medio Oriente, che hanno cambiato la direzione del vento. Pezzi consistenti dell’opinione pubblica hanno toccato con mano i disvalori di cui è portatrice questa internazionale nera, i rischi drammatici che ne derivano per valori fondamentali della nostra civiltà: la pace innanzitutto, la civile convivenza, la cooperazione internazionale, la democrazia rappresentativa, i diritti sociali e civili. Il voto Ungherese – che segna la sconfitta di Orban dopo 16 anni e l’affermazione di una coalizione aperta all’Europa – è una ulteriore dimostrazione di questo cambio di clima già segnalato dalle proteste di massa, soprattutto giovanili, scoppiate dopo i massacri e le deportazioni a Gaza.
Ma se la partita è aperta sarebbe fatale considerare scontato l’esito. E’ invece cruciale chiederci: stiamo rispondendo alle domande che quel sommovimento giovanile hanno posto al PD e alla coalizione? Si tratta di domande che richiedono una risposta soprattutto sul terreno programmatico che in questa fase è molto più importante del dibattito sulle primarie per le quali c’è tutto il tempo. Di quale programma abbiamo bisogno?
La svolta reazionaria, il suo carattere antidemocratico, non sono solo il frutto dell’ondata populista scatenata dalla crisi del 2008. La nostra cultura politica ci insegna che i processi politici ed istituzionali sono sempre determinati da processi tecnologici, economici, sociali. E’ evidente che la svolta intervenuta negli Stati Uniti con la vittoria di Trump è legata alla inaudita concentrazione della ricchezza, a questa spaventosa crescita delle diseguaglianze – che non ha precedenti nella storia dell’Umanità – e ad una rivoluzione tecnologica incessante e pervasiva, che prima con la digitalizzazione ed ora con l’avvento della IA sta portando alla concentrazione, nelle stesse mani in cui si concentra la ricchezza finanziaria, anche del potere di manipolazione delle coscienze. L’uso dei dati e la possibilità di moltiplicazione del potere di calcolo fanno dell’IA il motore fondamentale che guida l’innovazione tecnologica. Un motore caratterizzato da una crescita esponenziale della capacità computazionale necessaria per addestrare modelli sempre più complessi, mettendo in sinergia algoritmi avanzati, grandi quantità di dati ed infrastrutture hardware ad altissime prestazioni, in grado di accelerare non solo elementi positivi – come la scoperta di nuovi materiali, nuovi composti chimici e strutture biologiche utili all’umanità intera – ma anche sfide difficilissime nel campo energetico e ambientale, anche la concentrazione in poche mani della conoscenza delle abitudini di ciascuno di noi e quindi del potere di condizionamento delle nostre scelte, del controllo sociale, istituzionale, politico.
Tutto ciò ha portato al pettine nodi teorici e programmatici da sciogliere in fretta, se vogliamo trasformare una partita più che aperta in certezza di vittoria.
Noi sosteniamo Elly Schlein. Ha fatto in questi anni un buon lavoro. Ha fatto crescere il partito dalla caduta delle ultime politiche, restituendogli un’identità . Ha ricostruito una coalizione larga. Tuttavia l’accelerazione della rivoluzione tecnologica e geopolitica in atto impone di andare ben oltre la tattica, impone la ricerca di una strategia adeguata ai mutamenti in atto e alle sfide nuove che si profilano davanti a noi. Una strategia che non arriva in assenza di una capacità di lettura di ciò che sta accadendo con l’avvento delle nuove tecnologie nell’economia e nella società, di uno studio delle tendenze sotterranee di lungo periodo, destinate ad incidere fortemente sulla struttura dell’economia, sul conflitto sociale, sugli spazi reali per la lotta alle diseguaglianze, giunte a livelli intollerabili, e alla compromissione della qualità dell’ambiente indispensabile alla sopravvivenza umana. Solo attraverso un salto di qualità della nostra elaborazione politica e programmatica, una forte apertura a forze della cultura, agli specialismi, a movimenti nuovi, spinti da esigenze di difesa di valori umani fondamentali, è possibile costruire un Pensiero adeguato ai tempi, una vasta alleanza democratica. Dunque dobbiamo accelerare, in tempo utile per le prossime politiche, la costruzione di un’alleanza che non sia solo necessariamente larga ma anche politicamente identificabile con un programma unitario all’altezza del passaggio epocale che stiamo attraversando.
E’ lo stesso respiro politico che dobbiamo mettere in campo noi in Campania per contribuire a questa svolta offendo una aggiornata analisi sulla questione meridionale. Tra l’altro prima il voto in Campania e in Puglia e poi il risultato del referendum in tutto il Mezzogiorno, dimostrano che il Sud ha piena consapevolezza del carattere reazionario di un governo che accresce le disuguaglianze sociali e territoriali e soprattutto di quanto siano pericolosi per la nostra economia, che trae la sua ricchezza soprattutto dal ruolo di ponte dell’Italia e dell’Europa sul Mediterraneo, gli sviluppi che la svolta a destra in atto nel mondo determina sulle tensioni geopolitiche: pensiamo a quanto siano vitali per l’economia meridionale lo stretto di Hormuz e il canale di Suez.
Alla costruzione di un’alternativa che abbia la forza per vincere le prossime elezioni politiche, la Campania può e deve dare, dunque, un contributo decisivo.
Ed è questo il terreno che può farci uscire anche dalla lunga crisi (usiamo le parole adeguate) che ho richiamato in premessa, del partito e della coalizione in provincia di Caserta. La ragione prima di questa crisi, infatti, è il ritardo che registriamo nel prendere atto che questa provincia è da tempo parte essenziale e strategica di un sistema regionale moderno che gioca un ruolo di guida, di porta sull’Europa, di un Mezzogiorno che ha ritrovato e deve mantenere la sua centralità nel Mediterraneo.
La nostra crisi sta tutta nella contraddizione clamorosa tra la modernità delle funzioni metropolitane – che il nostro territorio esercita ormai da decenni – e il prevalere della frammentazione politica, di logiche localistiche e personalistiche che alimentano un trasformismo deteriore e miope, un ostacolo alla loro valorizzazione ai fini dello sviluppo. Una valorizzazione possibile attraverso la giusta attenzione alla programmazione di area vasta, alle grandi infrastrutture che servono per completare il processo di integrazione dell’area casertana nell’area metropolitana di Napoli (dal prolungamento della tangenziale napoletana fino ai caselli sull’A1 di Capua e di Santa Maria Capua Vetere, alla costruzione del Policlinico, ai tratti della metropolitana regionale che riguardano il nostro territorio, allo sviluppo dell’intermodalità, al raddoppio della Telesina per i collegamenti con le aree interne). Infrastrutture indispensabili alla diffusione dell’effetto urbano alle aree interne, vero cuore verde della Regione verso il quale è evidente il ruolo di cerniera esercitato dai nuovi sistemi urbani.
Su questa contraddizione dobbiamo lavorare spostando la nostra attenzione dalle vicende interne, finalizzate ad alimentare un elettoralismo inconcludente, al piano programmatico, decisivo per far ritrovare al PD e al campo progressista una identità alternativa alla deriva localistica e personalistica del sistema politico della nostra provincia. Dobbiamo farlo lavorando in stretta connessione con il partito napoletano e regionale. Da questo punto di vista reputo importante la presenza qui del segretario della federazione metropolitana di Napoli. Perché è ormai evidente, Napoli e Caserta, che nei primi decenni del dopoguerra hanno vissuto un rapporto conflittuale, hanno bisogno l’una dell’altra in conseguenza delle tante trasformazioni che hanno investito la pianura campana, provocando la formazione di una grande aerea metropolitana regionale, che si estende senza soluzione di continuità da Capua a Salerno passando per Napoli. Caserta senza Napoli non va da nessuna parte. E’ per decongestionare la Federico II di Napoli che oggi ci ritroviamo gran parte dei Dipartimenti dell’Università Vanvitelli nelle nostre città; è per dare un retroporto e una porta sui grandi corridoi europei ai porti di Napoli e di Salerno, oltre che del resto del Mezzogiorno, che abbiamo la moderna Stazione di Smistamento di Maddaloni e l’interporto di Maddaloni/Marcianise; è per decongestionare Capodichino che sono in atto forti investimenti da parte dell’ENAC sull’Aeroporto di Capua, in vista dell’Evento del 2027 dell’America’s Cup, quando dovrà fungere da supporto allo scalo napoletano per i piccoli voli turistici e d’affari; ed è per integrare ciò che Capodichino non può fare per il cargo aereo che si riapre una possibilità per l’aeroporto di Grazzanise; è grazie alla presenza in provincia di Napoli del 20% dell’industria aeronautica che abbiamo il Centro di Ricerche Aerospaziali a Capua, un centro che su 1 milione e ottocentomila mq ospita strutture di ricerca avanzate, utilizzate dalla NASA anche per le ricerche indispensabili per le missioni spaziali dei prossimi anni. Qui si testano le resistenze dei materiali usati dalle navicelle al rientro nell’atmosfera terrestre nella galleria al plasma Scirocco uno dei più grandi e potenti impianti al mondo per test termodinamici in grado di simulare il rientro spaziale a velocità ipersoniche (>28 mila KM/ora) e temperature fino a 10000 gradi Kelvin . Ma anche Napoli senza Caserta non può riqualificare e riorganizzare le sue funzioni di livello meridionale. Questa reciprocità deve spingerci a ricostruire quell’asse tra Napoli e Caserta che ha ispirato la programmazione regionale del ventennio a cavallo del 2000.
Non mi soffermo ad approfondire i dettagli programmatici, sia per ragioni di tempo sia in considerazione dell’assemblea dell’associazione dei progressisti del prossimo mercoledì – alla quale molti di noi sono iscritti e alla quale vi invitiamo a partecipare – che farà il punto sulla preparazione di una conferenza programmatica che stiamo costruendo attraverso un’ampia consultazione delle forze sociali. Una associazione nata con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un programma unitario della coalizione, che sia la base del suo rilancio, che è stata in questi primi anni di attività inspiegabilmente snobbata dal partito.
Vengo, invece, ad alcuni nodi politici conclusivi di questa relazione. E’ noto che molti di noi non hanno partecipato al recente congresso provinciale del PD. Una scelta dettata dalla constatazione di errori clamorosi del partito regionale e nazionale nella preparazione di un congresso che ha riproposto tutti i difetti che hanno prodotto la lunga crisi del PD casertano: l’assenza di qualsiasi sforzo programmatico vero e l’esclusione del partito dei circoli e del territorio dalle scelte nell’assetto degli organismi dirigenti, disegnati addirittura sulle preferenze riportate dai candidati alle regionali. Uno schema che ripropone proprio quella logica personalistica che ha determinato il ridimensionamento del partito e la conseguente crisi della coalizione.
La costruzione della nostra area vuole riportare nel partito tante forze che ne sono uscite e contribuire a rilanciarlo su basi diverse. Non ci interessa aprire una discussione per trovare spazio in organismi che per il metodo scelto non ne fanno attualmente una sede nella quale circoli, rappresentanze istituzionali e competenze si possono ritrovare per recuperare capacità di analisi della realtà, di elaborazione programmatica e di iniziativa collettiva. Ci interessa, invece, lavorare per riportare al centro dell’iniziativa politica contenuti adeguati alla realtà di una provincia fondamentale della Campania. Ci interessa alimentare questo confronto nel partito in modo che i congressi di ricostruzione di gran parte dei circoli che hanno chiuso i battenti in questi anni si svolgano nei prossimi mesi su basi diverse, utili alla svolta necessaria al PD e alla ricostruzione di una coalizione solida perché basata su progetti e non su un eccesso di elettoralismo deteriore. Solo all’esito di questa fase si vedrà se saremo stati in grado di creare le condizioni per una nuova unità capace di superare davvero gli errori che hanno prodotto un assetto del partito non adeguato alla fase che stiamo attraversando e alla necessità di sciogliere i nodi che hanno impedito alla federazione del PD di Caserta di avviarsi sulla strada giusta per uscire dalle troppe crisi che qui ha attraversato fin dalla sua fondazione e dare alla nostra provincia una coalizione adeguata al governo dei grandi cambiamenti che sono intervenuti e continueranno a segnare il futuro di questo territorio.
