Una sconfitta storica che espone l’Italia a rischi gravi. Agire subito

È andata come si prevedeva. Le divisioni nel campo del centrosinistra hanno consentito ad un centrodestra saldamente nelle mani di una destra postfascista e nazionalista di prendere nelle proprie mani il governo del Paese. È la conseguenza di errori nella gestione della crisi della maggioranza di unità nazionale e poi nell’impostazione della campagna elettorale e della scelta delle candidature da parte del PD, cui spetta, per ragioni oggettive, il ruolo di architrave di una coalizione di centrosinistra in grado di contendere al centrodestra la guida del Paese. Bisognava saper tenere unite le forze europeiste della coalizione che sosteneva Draghi e bisognava già da tempo tenere un congresso del PD in grado di ridefinire su basi politiche e non correntizie la sua vita interna, delineare una lettura condivisa della delicata fase aperta dalla lunga crisi sistemica che attraversa l’Europa e il mondo intero e ricostruire un rapporto con le forze progressive della società italiana. Tutto questo non c è stato. Le dimissioni di Zingaretti, arrivato alla segreteria del partito con l’impegno di cambiare tutto nel partito, sono state la conseguenza della impossibilità di mettere in discussione un assetto interno incentrato su correnti personali e comitati elettorali. Un assetto che impedisce il primato dell’analisi e della sintesi politica e la valorizzazione del rapporto con la base, i militanti, i circoli, ormai del tutto esclusi da ogni processo decisionale. La scelta della segreteria di Letta è stata fatta senza un congresso ed una discussione sulla linea politica in grado di coinvolgere tutte le nostre forze e di aprirle ai settori sociali che vogliamo rappresentare. Lo stesso Letta riconobbe apertamente, all’atto del suo insediamento, che con il PD così com’è non si poteva andare da nessuna parte. Ma senza trarre concretamente alcuna conseguenza. Siamo perciò arrivati al voto nelle condizioni peggiori. Ora è importante aver preso atto che per ripartire serve un congresso. Ma non basta, perché se si parte dal confronto sulla leadership, che tra l’altro non abbiamo – e non dal pensiero, dalla linea politica, dal progetto, dal coinvolgimento vero della base e da una forte apertura nei confronti della società – allora il fallimento è già segnato. Tanto più che con la vittoria della destra postfascista e nazionalista andiamo incontro ad una fase drammatica per il Paese che rischia di perdere l’unico “ancoraggio” che ci ha consentito negli ultimi 15 anni di tenere, di non essere travolti dal susseguirsi di continue crisi di diverso tipo – finanziaria, economica, sanitaria, ambientale, politica – che non possiamo affrontare da soli. Diciamocelo con franchezza. L’Italia nel 2018 è stato il primo paese fondatore dell’Europa ad essere finito nelle mani di un governo populista. Ci siamo salvati grazie alla rottura del patto tra lega e 5 stelle e alla nostra Costituzione che ha consentito al presidente della Repubblica di dare vita a due governi, il Conte due e il governo Draghi, senza i quali non avremmo avuto il Recovery Plan e saremmo stati spazzati via dagli effetti della pandemia. Tuttavia sapevamo molto bene che l’ondata populista era stata ridimensionata ma non sconfitta definitivamente e che la crisi delle coalizioni politiche tradizionali esponeva l’Italia a nuovi rischi per il sistema democratico. Ora questo risultato elettorale consegna ai nazionalisti un Paese fondatore dell’Unione Europea e rischia perciò di frenare la svolta verso un rilancio del processo di integrazione Europea, che è l’unica via per contare nel processo in atto di riconfigurazione della globalizzazione e per agire come una potenza globale in condizione di concorrere alla costruzione di un ordine internazionale garante della cooperazione e della pace tra i popoli, della difesa del pianeta dagli effetti dei cambiamenti climatici e del superamento delle diseguaglianze territoriali e sociali, all’origine della crisi del sistema economico e finanziario globale. Siamo nel pieno di una guerra alle porte della nostra casa comune Europea. Una guerra che sta spingendo il mondo verso una nuova pesante recessione economica e lo espone al tempo stesso in modo serio al rischio nucleare. Mai come ora servono un partito ed una coalizione progressista che faccia stare l’Italia dalla parte giusta. Non servono rese dei conti, serve una discussione immediata e rapida che renda i nostri iscritti e tutte le nostre vere risorse protagoniste delle scelte politiche ed organizzative da compiere. Mai come ora è il caso di affermare: “o si cambia o si muore”.

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