Ballottaggi confermano declino populisti. Ora nulla sarà più come prima

I ballottaggi di oggi confermano in modo inequivocabile il declino dei partiti populisti e nazionalisti. Nei tre capoluoghi di regione, Roma, Torino e Trieste, il centrodestra vince – per giunta di stretta misura solo a Trieste, mentre perde ovunque nei sei comuni capoluogo di provincia, dove il centrosinistra vince perfino a Varese, Latina, Cosenza. A Roma e a Torino i candidati del PD vincono con percentuali vicine al 60 per cento. La goffa conferenza stampa di Salvini svela la portata della crisi profonda della strategia politica che solo qualche anno fa aveva fatto della lega una forza che nei sondaggi superava il 30 per cento. Quale sarà ora l’evoluzione di questo potente terremoto che scuote di nuovo la politica italiana, a breve distanza di tempo dal maremoto del 2018? Certamente siamo in presenza della fine del centrodestra a trazione nazionalista. La sua crisi si era già aperta con la spaccatura tra FI e Lega da un lato, entrati con propri ministri nel governo Draghi, e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni rimasti all’opposizione dall’altro. Si era poi accentuata per le divaricazioni prodotte nella lega dalla politica di Salvini che – preoccupato per la fuga di voti verso Fratelli d’Italia – in questi mesi ha assunto un atteggiamento più di opposizione che di governo, anche sulla gestione della pandemia, in contrasto palese con il ministro Giorgetti e i più importanti amministratori regionali del suo partito. Ora questo voto riapre un problema di leadership e di strategia politica nella coalizione che sulla carta aveva la maggioranza elettorale nel Paese perché non è più politicamente possibile tenere insieme europeisti e nazionalisti. Si può stare solo o di qua o di la. Una realtà destinata a rimescolare le carte non solo nel centrodestra ma in tutto il quadro politico. In primo luogo perché se è vero che il voto italiano è l’ulteriore conferma della tendenza al declino del nazionalismo in Occidente non si può certo dire che l’esito della partita aperta dalla crisi del 2008 sia definitivo. Il successo del processo di riconfigurazione della globalizzazione – aperto dalla fine del ciclo neoliberista – non è scontato ed è legato sia all’esito del tentativo di Biden di costruire un nuovo ordine internazionale (di cui la tassa globale sulle multinazionali e il ritiro dall’Afghanistan rappresentano solo un primo passo), sia al successo della costruzione di una nuova Europa che sia in grado di svolgere un ruolo di potenza globale (processo che il varo del Recovery Plan ha solo avviato ma che necessita di ulteriori non semplici passaggi, a partire dalla revisione del patto di stabilità, da una effettiva armonizzazione fiscale, e dalla realizzazione del progetto, al momento, appena accennato di difesa comune). Insomma l’ondata nazionalista è stata arginata ma il fenomeno ha ragioni strutturali e rimane un pericolo che rende estremamente difficile ipotizzare in Italia ed in Europa un sistema politico tripolare incentrato su centrosinistra e centrodestra destinati a rimanere divisi e alternativi e una coalizione che unifichi tutti i populismi e i nazionalismi. È un fatto che sia nel parlamento europeo, sia in Italia, vi sono governi sostenuti da coalizioni europeiste molto larghe nelle quali forze tradizionali di centrosinistra e di centrodestra sono costrette a cooperare ( ma forse qualcosa di simile non è accaduto anche negli USA, pur nelle forme consentite dal sistema presidenziale?). Una evoluzione bipolare fondata sull’alternanza tra due coalizioni di stampo europeista sarà possibile in Italia solo in presenza di una sconfitta definitiva o un netto ridimensionamento del pericolo populista e nazionalista. In questo momento le forze europeiste del centrodestra hanno bisogno di tempo per ricostruire un coalizione guidata da una leadership moderata. Tempo che può essere garantito solo da una tenuta del governo Draghi almeno fino alla scadenza della legislatura. Ma problemi molto seri si pongono anche al centrosinistra, nonostante il buon esito di questa tornata di elezioni amministrative. Un risultato legato più alla debacle del centrodestra che non alla presenza di una vera coalizione politica, come dimostra anche la crescita dell’astensione. La realtà del centrosinistra è ben lontana da questo obiettivo. A Roma e a Torino il PD vince da solo. La forza che viene indicata come suo principale alleato è rimasta sostanzialmente neutrale se non ostile. Il risultato del voto è stato catastrofico per i cinque stelle, che nel 2018 erano il primo partito del Paese. È difficile dire qual’e oggi la sua reale consistenza. Né si può prevedere dove porteranno le divisioni che ormai da mesi continuano a logorare quel che resta del movimento di Grillo. Ed anche se si considerano gli altri potenziali alleati del PD sono evidenti le divergenze politiche tra Sinistra Italiana, Articolo 1, Calenda, Italia Viva e Più Europa. Divergenze che si sono palesate nella disomogeneità delle alleanze realizzate nelle diverse città e regioni interessate al rinnovo degli organi istituzionali. Insomma il nuovo centrosinistra o nuovo ulivo che sia è tutto da costruire. Su che basi bisogna farlo? Si spera non su basi di sola convenienza elettorale. Serve una coalizione politica in grado non solo di vincere ma soprattutto di governare. E sul piano della credibilità di governo l’unico terreno che conta è quello del progetto. Serve un alleanza di programma, coesa su alcune discriminanti di fondo a partire da quella europeista. È sbagliato partire da generici campi larghi e simboli di partito. Non è tempo di armate Brancaleone o di “gioiose macchine da guerra”. Certo l’esito del voto chiarisce definitivamente che l’operazione politica necessaria per mettere in piedi una alleanza progressista credibile può farla solo il PD. Ma serve un cambiamento vero di un partito che deve ancora fare i conti con le ragioni del suo netto ridimensionamento intervenuto con le politiche del 2018. Obiettivo dichiarato ma mancato da Zingaretti ed ora affidato a Letta. Obiettivo arduo, perché si tratta di compiere un salto di qualità non da poco sul piano della capacità di elaborazione politica. Cimentarsi con l’elaborazione e la pratica di un nuovo pensiero politico all’altezza dei tempi non è compatibile con una struttura di partito fondata su correnti personali e comitati elettorali. Servono apertura alle competenze, sedi di confronto collettivo, un vero radicamento territoriale fondato sull’iniziativa programmatica più che sull’attività delle segreterie elettorali. Insomma questo voto ci consegna un unica certezza: nel sistema politico italiano nulla sarà più come prima. Con il governo Draghi e con questo risultato elettorale dell’autunno tutto si è rimesso in movimento. Ma non è certo dietro l’angolo l’assestamento di un processo di rigenerazione della politica e delle coalizioni che invece richiede un lavoro di lunga lena.

di stampo europeo solo s

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