Con la “tassa globale sulle multinazionali” la politica prova a riprendersi il potere perduto

I ministri delle Finanze del G7 hanno raggiunto al vertice di Londra un accordo che è giusto definire storico. Tra qualche anno le multinazionali saranno tassate con un aliquota minima del 15% mentre il 20% della quota eccedente il 10% dei profitti sarà tassato nei Paesi in cui questo si realizza. In sostanza si punta a porre fine al gioco che ha consentito fino ad ora alle grandi concentrazioni economiche e finanziarie di eludere il fisco per centinaia di miliardi l’anno. Il valore dell’accordo tuttavia va ben oltre la sua portata economica perché incide sul terreno del rapporto tra stato e mercato, tra politica ed economia. È il tassello che mancava per affrontare davvero in modo strutturale le cause della grande crisi sistemica di questo inizio secolo. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007 e la conseguente recessione che colpì l’Occidente tra il 2008 e il 2009, furono le nazionalizzazioni provvisorie delle Banche e l’uso non convenzionale della politica monetaria da parte delle grandi Banche Centrali – che hanno inondato il sistema di una liquidità impressionante e senza precedenti – a salvare il Mondo dal crollo del sistema finanziario internazionale. Si è trattato di un vero e proprio puntellamento dell’edificio su cui si regge l’economia mondiale. Un puntellamento in grado di garantire il galleggiamento del sistema economico, una sorta di “stagnazione secolare”, ma nulla di più. Solo con l’arrivo della pandemia di Covid 19 – e la devastazione che essa ha determinato sull’economia globale – abbiamo assistito al ritorno di politiche fiscali imponenti da parte degli Stati, come non se ne vedevano dagli anni del dopoguerra. Politiche tese a rimettere in moto l’economia e al tempo stesso a riconvertirla sul piano ecologico per tentare di rendere la crescita e il modello dei consumi compatibili con la difesa dell’ambiente, prima che l’effetto dei cambiamenti climatici diventi irreversibile. Si è trattato di un passo avanti importante che tuttavia non basta ad aggredire con la dovuta determinazione la “madre” di tutte le cause che hanno portato alla crisi sistemica dentro cui siamo ancora immersi: e cioè la crescita abnorme delle diseguaglianze che negli ultimi quarant’anni hanno raggiunto vette mai toccate nella storia, superando in termini relativi, il divario tra le classi sociali preesistente alla Rivoluzione Francese del 1789. L’accordo su una tassa globale minima sui profitti delle multinazionali può essere un primo passo verso quel ricongiungimento tra politica e potere che sono stati separati dalla globalizzazione neoliberista avviata da Margaret Thatcher e Donald Reagan negli anni a cavallo del 1980. Un tipo di globalizzazione che ha fatto saltare quella regolamentazione del sistema finanziario e quel controllo esercitato dagli Stati sui flussi di capitale, garantiti dagli accordi di Brettone Woods, che sono stati decisivi per promuovere il periodo di crescita dell’economia e delle condizioni di vita delle classi subalterne più lungo della storia: dal dopoguerra fino alla metà degli anni settanta. La conseguenza è stata l’annientamento del potere sindacale del movimento operaio e del ceto medio nelle società occidentali. Insomma abbiamo avuto l’ulteriore dimostrazione che il capitalismo non è un sistema in grado di governarsi da se n’è può diventare socialmente sostenibile semplicemente concedendo alla finanza un potere di stampare moneta in modo praticamente illimitato. La finanziarizzazione dell’economia, sottraendo agli stati il compito di regolare il ciclo economico, non poteva che produrre una redistribuzione alla rovescia della ricchezza, dal basso verso l’alto, a favore dei più forti, perché se è il motore finanziario a promuovere l’accumulazione del capitale questo non può che accentrare la ricchezza in mani sempre più ristrette, portando le disuguaglianze sociali ben oltre quanto realizzato dal sistema di accumulazione produttivistico. I dati sono inequivocabili. Negli Stati Uniti tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, alla fine del periodo nel quale l’accumulazione del capitale è stata garantita dalla produzione di merci, il reddito del 10% più ricco della popolazione arrivava a toccare il 30% del reddito nazionale. Alla vigilia della crisi del 2008, dopo più di trent’anni di dominio del motore finanziario, arrivava a superare il 50% del reddito nazionale. L’1% dei contribuenti più ricchi nel 1980 percepiva il 9% del PIL, nel2007 ha toccato il 23%. La situazione è ancora peggiore se anziché considerare il reddito prendiamo a riferimento i patrimoni. Insomma il capitalismo è strutturalmente portato a produrre una quantità di beni e servizi che superano di gran lunga la domanda per effetto del processo di impoverimento di grandi masse, conseguente alla concentrazione della ricchezza, che sfocia sempre in una crisi di sovrapproduzione. Solo una mano pubblica dotata della forza necessaria per promuovere una effettiva equità sociale può correggere gli effetti perversi del sistema di produzione capitalistico. La globalizzazione dei mercati guidata dall’ideologia neoliberista ha sottratto questo potere agli stati, a partire dal potere impositivo che ne è stato il fattore fondante. Gli Stati nazionali non sono stati più in grado di adottare sistemi fiscali invisi alle grandi multinazionali e alla grande finanza, finendo per tartassare il ceto medio. Le multinazionali, infatti, hanno indotto gli Stati ad una competizione al ribasso delle aliquote fiscali al fine di attirare nei rispettivi territori investimenti esteri. Una situazione che ha posto sotto ricatto i governi e indebolito drasticamente il potere dei lavoratori. La aziende hanno sempre potuto spostare le loro attività o la loro sede legale dove è consentito pagare meno tasse, fino al punto di riuscire a pagare aliquote sorprendentemente irrilevanti nel rispetto formale della legge, muovendosi con maestria nelle troppe contraddizioni delle normative nazionali. Sono noti i casi di colossi come Amazon, Apple, Google, che sono riusciti a sottrarre al fisco gran parte dei loro utili, arrivando in alcuni casi a pagare aliquote insignificanti dello 0,05%. Ora non c è dubbio che il 15 per cento alla base dell’ accordo tra il paesi del G7 può non essere sufficiente a porre rimedio al livello inaudito raggiunto dalle diseguaglianze sociali. Non siamo certo in presenza di una supertassa, come pure autorevoli organi di stampa l’hanno definita, trattandosi di una aliquota ben al di sotto di quella minima prevista in Italia per l’IRPEF. Ma è indubbio il valore politico di un un accordo che fissa un livello minimo della tassazione societaria a livello globale. L’armonizzazione dei sistemi fiscali è un passaggio decisivo per restituire alla politica il potere perduto nei confronti delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie che si muovono sul terreno globale. Sotto la spinta della nuova amministrazione statunitense di John Biden la politica cerca di riconquistare il suo primato. È un fatto rilevante che apre uno spazio enorme all’iniziativa dei ceti sociali che sono stati duramente colpiti nel loro potere economico e politico: lavoro dipendente e ceti medi. Il piano sociale rimane però il punto debole della situazione. Senza la ripresa di un sano conflitto sociale le pressioni dei poteri forti possono frenare significativamente questa spinta che, dopo aver superato le vecchie resistenze pur presenti nelle democrazie occidentali, deve ora superare anche quelle di sistemi totalitari e di Paesi che devono rinunciare alla rendita che deriva dall’essere paradisi fiscali. In questa partita la dimensione internazionale è decisiva per riuscire a promuovere cambiamenti sostanziali. Ed è la dimensione che manca alle classi subalterne. Una forza sociale che si organizzi per farsi carico di rappresentarne gli interessi e le istanze, facendoli pesare nella dimensione globale, non si intravede ancora all’orizzonte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...