Gli USA tornano a fare gli USA. In gioco la tenuta della democrazia

L’America è tornata a fare L’America. Questo è il messaggio chiaro e forte che Biden ha inviato al Mondo dal vertice del G7 tenuto in Cornovaglia, nel quale ha  ripristinato l’asse delle alleanze tradizionali degli Stati Uniti, a partire da quella Atlantica, e ribaltato la politica estera di Trump, l’ex primo presidente antiamericano degli USA. Una svolta confermata anche dalla scelta di tenere oggi a Bruxelles, in Europa, la prima missione estera della sua presidenza, marcando la differenza da Trump che scelse, invece, l’Arabia Saudita. Il rilancio della cooperazione tra le grandi – e diverse – democrazie occidentali rappresenta il terreno su cui la nuova amministrazione americana rilancia la sfida sistemica non solo alla Cina ma a tutti i modelli autoritari e alle cosiddette “democrazie illiberali” che, di fronte alla grande recessione del 2009 e alla pandemia da Covid 19 di oggi, possono apparire, per certi aspetti, più attrezzati ed adeguati per governare il caos prodotto dalla globalizzazione neoliberista, promuovere la grande e incessante rivoluzione tecnologica in atto, affrontare la stagnazione secolare dell’economia, gli effetti della crescita abnorme delle disuguaglianze sociali, i rischi connessi ai cambiamenti climatici. Ciò che si sta delineando è molto di più di un piano volto a concertare l’azione delle democrazie sul terreno dei rapporti commerciali internazionali, della competizione sulle nuove tecnologie, sul controllo della rete delle TLC e sulla gestione dei dati (il petrolio del futuro). In gioco c è la possibilità di uscire in avanti dalla crisi irreversibile del ciclo neoliberista – che, invece di segnare la vittoria definitiva del mercato e della democrazia liberale sul piano globale, ne ha determinato il fallimento, con il suo portato di gravi rischi di involuzione populista e nazionalista come conseguenza degli effetti devastanti prodotti sui ceti medi dal processo di finanziarizzazione dell’economia e da un modello di consumi sempre più insostenibile sia sul piano sociale che su quello ambientale. Al centro della sfida promossa da Biden c’è il rilancio su scala globale del ruolo dello stato nella gestione dell’economia e dell’innovazione tecnologica, nella lotta alla pandemia e ai cambiamenti climatici. In realtà il grande ritorno al ruolo centrale della mano pubblica è in atto da tempo: prima si è manifestato con le politiche monetarie non convenzionali delle grandi Banche Centrali e i salvataggi bancari da parte degli Stati, con cui sono state affrontare la grande recessione del 2008/2009 e la crisi dei debiti sovrani nel 2011/2012; poi in maniera più chiara e diretta con le massicce politiche fiscali messe in campo dai governi per fronteggiare gli effetti devastanti della pandemia sull’economia e la società. Lo stesso Biden ha messo in campo una manovra finanziaria di 6000 miliardi di euro pari, al 30 per cento del PIL, per redistribuire la ricchezza, combattere le diseguaglianze e rilanciare l’economia attraverso un grande piano di investimenti sulle infrastrutture e la diffusione delle tecnologie per la transizione energetica. Proprio oggi, da parte sua, l’Unione Europea ha collocato la prima tranche di E- Bond con cui finanzierà il Recovery Plan. Per gli Stati Uniti si tratta del più imponente piano di spesa pubblica dai tempi della grande crisi del 1929 e della Seconda Guerra Mondiale. Per l’Europa anche di una rivoluzione sul piano della condivisione del debito, degli investimenti e della integrazione politica. La novità che emerge dall’iniziativa di politica estera degli USA delle ultime settimane è che il ritorno del ruolo forte degli Stati nell’economia si completa sul piano internazionale, sulla base di una cooperazione rafforzata che investe la fiscalità – con l’accordo sulla tassa globale minima sui profitti delle multinazionali – le misure per il contrasto della pandemia, un piano comune sulle grandi infrastrutture per competere con l’iniziativa cinese della “via della seta”, la gestione comune dei processi di innovazione tecnologica, il controllo dei dati, la transizione energetica. È il New Deal degli anni venti di questo secolo. Stiamo entrando nel pieno della sfida del secolo che ancora una volta interviene dopo una grande crisi epocale, e si svolge, come già accadde all’inizio del secolo scorso, tra democrazia e autoritarismo.

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