Effetto Biden sulle previsioni post pandemia

Dopo le lezioni ricevute in questo primo decennio della lunga crisi epocale di inizio secolo, dovrebbe essere chiaro ai più che i mercati finanziari sono tendenzialmente portati a quotare oggi ciò che prevedono per i prossimi sei mesi. Gli attuali livelli degli indici azionali riflettono, dunque, le previsioni positive per il PIL globale del 2021, previsto in crescita fino a qualche mese fa del 5%. In effetti l’indice azionario globale ha già messo oltre 7 punti percentuali da inizio anno mentre l’indice dei primi 50 titoli europei registra un guadagno di circa il 12 punti, nonostante sia il continente con maggiori ritardi nella campagna vaccinale (anche se lo scorso anno le nazioni europee avevano recuperato meno di quanto avevano fatto gli indici degli altri Paesi del G7 e dei paesi emergenti, rispetto al crollo del marzo 2020). È vero che l’ottimismo delle previsioni contrasta con il ritorno della volatilità che si è manifestato sui mercati finanziari tra febbraio e marzo di quest’anno ma dovrebbe ormai esser chiaro che i mercati sono anche il regno degli apparenti paradossi. Infatti, la volatilità riflette la paura che l’eccessiva forza della ripresa post covid possa scatenare l’inflazione e mettere in difficoltà la politica accomodante delle Banche Centrali, sempre più indispensabile in presenza di un debito pubblico e privato arrivato ormai alle stelle. Vero è che sia la FED che la BCE hanno dato ampie assicurazioni sul fatto che tassi bassissimi e massicci acquisti di titoli sul mercato finanziario saranno garantiti a lungo, anche se nel frattempo dovesse manifestarsi qualche fiammata di inflazione destinata, per la maggior parte degli operatori, a rimanere temporanea, dal momento che non si registra una scarsità di materie prime e che l’eccesso di liquidità da solo – come l’esperienza dal 2008 ad oggi insegna – non basta a surriscaldare i prezzi in presenza di un livello di occupazione non certo ai massimi e di una debolezza dei redditi e del potere contrattuale del lavoro dipendente. È probabile comunque che nei prossimi mesi la preoccupazione di una risalita dell’inflazione continui a muovere i mercati. La paura c è e la speculazione è sempre pronta ad alimentarla e ad approfittarne per lucrarci su. Tanto più che sulle previsioni di crescita comincia a pesare la valutazione del possibile “effetto Biden”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, infatti, si sta rivelando una figura tutt’altro che scialba. Ancora non sono trascorsi i primi 100 giorni dal suo insediamento e già è riuscito a dare una accelerata straordinaria alla campagna vaccinale. Biden, inoltre, ha già attuato una manovra di 2000 miliardi di dollari, destinata direttamente alle famiglie dei ceti medio bassi. Una manovra che, in una fase di ripresa economica già in atto, assume un evidente carattere redistributivo. Prima ancora che si spegnesse l’eco di questa prima manovra di politica fiscale Biden ne ha già approntata un’altra da 2200 dollari destinati all’economia ed in particolare a infrastrutture, innovazione tecnologica e transizione energetica. La nuova manovra non sarà a debito, come avvenuto per la prima, ma sarà finanziata con un aumento delle tasse per i più ricchi, a partire dai redditi superiori ai 400 mila dollari l’anno. Il nuovo presidente USA, insomma, si sta muovendo con estrema determinazione non solo sul versante degli interventi necessari per incidere nell’immediato sulla ripresa ma anche su quello della lotta alle diseguaglianze. Il suo ministro del tesoro Janet Yellen già ha assunto una iniziativa internazionale con l’obiettivo di arrivare ad una tassa minima globale sui profitti delle multinazionali, che da anni riescono ad eludere alla grande grazie al potere di ricatto esercitato confronti di Stati nazionali troppo deboli rispetto a concentrazioni economiche e finanziarie in grado di muoversi liberamente nella dimensione globale. Non è una questione di poco conto se consideriamo che la causa fondamentale della grande recessione del 2008 e della debolezza che caratterizza da tempo la crescita globale – fino a far ipotizzare una fase di stagnazione secolare – è legata soprattutto all’allargamento della forbice tra un vertice ristretto di paperoni e il resto della società sempre più in difficoltà. Un livello di ingiustizia sociale che in termini relativi è tornato alle dimensioni precedenti la Rivoluzione Francese, come molti studiosi hanno documentato. Intanto cominciano ad arrivare, da parte delle grandi case di investimento, le prime valutazioni che l’effetto Biden potrà avere sulla crescita. C’è chi ha alzato di un punto la previsione di aumento del PIl globale per il 2021 portandola a un +6%, sulla base di una stima dei primi provvedimenti del presidente Biden giudicati capaci di far crescere gli USA fino ad un +7% quest’anno. Un dato molto vicino ai livelli della crescita cinese, solitamente di gran lunga più alta di quella dei paesi occidentali. È questa, ad esempio, la previsione di PIMCO, comunque in linea con l’umore generale. Un dato che riporterebbe gli Stati Uniti ad un livello che non di vedeva da circa quaranta anni, dal lontano 1984. A questo punto l’unico monitoraggio che conta, per togliere ogni possibile dubbio a questo scenario, è quello relativo alla conferma dell’efficacia dei vaccini sulle diverse varianti del Covid in circolazione.

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