Obiettivi di Letta condivisibili ma manca il “come” e preoccupa l’unanimismo

Il discorso di investitura di Enrico Letta è stato ampio e chiaro. Personalmente condivido ogni parola eppure non mi convince. La linea politica tracciata dal nuovo segretario non si discosta nella sostanza da quella inaugurata da Zingaretti, rispetto al quale Letta si pone in continuità. Provo a riassumerla nei punti essenziali: a) l’idea di partito nasce dall’idea che si ha del Paese. l’Italia che disegna Letta è un Paese che deve tornare a crescere puntando sullo sviluppo sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. Uno sviluppo che riguardi tutto il Paese ma che al Sud deve essere più forte. L’Italia del dopo pandemia deve essere fondata su un patto generazionale tra anziani e giovani, sulla parità effettiva delle donne, sulla lotta alle ingiustizie sociali, su uno stato sociale e una società inclusivi che accolgono chi viene da fuori. Per farlo ha bisogno di uno Stato efficiente che contribuisca a cambiare l’Europa. La pandemia ha infatti dimostrato che nessuno dei problemi attuali può essere risolto senza un forte rapporto con la scienza e senza una grande collaborazione e cooperazione internazionale. Letta pensa non all’Europa di 10 anni fa, che era fondata sulla austerità, ma a quella di oggi del Next Generation EU. Guarda all’appuntamento del 9 maggio, alla Conferenza sul futuro dell’Europa, per fare un passo in avanti nel rafforzamento della democrazia europea e lancia tre sfide: fare diventare non congiunturale ma strutturale il Next Generation EU, cambiare il patto di stabilità in modo che non sia più basato su criteri finanziari ma su criteri di sostenibilità ambientale e sociale; aggiungere all’UE un pilastro sociale (giovani, formazione, disabilità e mondo degli esclusi); b) il PD ha vinto quando ha costruito coalizioni. Oggi pertanto non è tempo di autosufficienza. Bisogna costruire un nuovo centrosinistra del quale il PD svolga la funzione di guida. Il governo Draghi, grazie al suo profilo europeista, può essere l’occasione per costruire questa nuova coalizione con l’obiettivo di vincere le elezioni del 2023 in alternativa a Meloni e Salvini; c) per fare questo serve un nuovo PD. Un partito forte e unito guidato da una logica espansiva. Un partito aperto ai giovani e alle competenze senza le quali non si affrontano i problemi di oggi che richiedono forti conoscenze (cambiamenti climatici, pandemia, protezione dati personali e innovazione tecnologica). Un partito che, perciò, non può continuare ad essere strutturato in correnti organizzate ma punta sulla formazione perché ritiene che per fare politica le esperienze e le competenze non possono essere considerate un orpello. Trovo tutto giusto. Perché allora non mi convince pienamente? Perché mi preoccupa molto il non detto. Anche Zingaretti aveva sottolineato l’esigenza di una rivoluzione nel partito ma poi questa rivoluzione non l’ha fatta. Forse sarebbe stato opportuno dicesse qualcosa di più sulle resistenze che ha incontrato, sugli errori che ha commesso. Insomma, sulle ragioni che lo hanno portato a sentirsi ostaggio di quelle correnti che voleva scomporre fino alla scelta delle dimissioni senza neppure aver provato a combattere. Tuttavia su questo nodo non può tacere Letta che ritorna, giustamente, a sottolineare l’urgenza di un partito nuovo. Come pensa il segretario di cambiare la realtà di un partito che da Roma a fino al più piccolo comune italiano è strutturato sulla base di correnti chiuse nelle quali si entra e si fa carriera sulla base della fedeltà ai capi? Per cambiare un partito che oggettivamente non è strutturato per elaborare di una idea di Paese, per promuovere una fase espansiva nella società – guardando ai giovani, alle donne e alle competenze – bisogna cambiare le regole di selezione dei gruppi dirigenti. Ciò richiede innanzitutto l’archiviazione delle primarie aperte a tutti, anche ai non iscritti. Quel metodo impone ai gruppi dirigenti la ricerca del consenso e la competizione elettorale permanente, favorisce le cordate e la disponibilità alla trasversalità, piuttosto che la ricerca dell’unità sulla base del confronto programmatico. E non credo serva ricordare la folla di avversari in fila per votare nei gazebo delle primarie. Una follia che non ha eguali in nessuna parte del mondo. Servono dunque nuove regole e un congresso vero, politico, che riarticoli la vita interna su basi politiche e non su gruppi chiusi nei quali conta solo la fedeltà al capo. Se sul come sciogliere questi nodi si tace e si chiude l’assemblea con un voto unanime di un organismo selezionato sulla base di logiche correntizie i conti non tornano. Anche perché nessuno nel frattempo ha comunicato l’intenzione di sciogliere le correnti che ci sono. Se il si a Letta è il si ad una linea politica è lecito chiedersi: che legittimazione hanno ora le vecchie correnti interne? Come pensa il segretario di aprire alle competenze, da lui ritenute essenziali per il futuro del partito e del Paese, se negli organismi si entra attraverso le correnti organizzate che rispondono a diverse personalità e non a diverse linee politiche o scelte programmatiche? Se Letta non dà una risposta chiara e netta in tempi rapidi al “come” intende cambiare questo partito – di cui il precedente segretario ha detto di vergognarsi – il suo rischia di rimanere un bel discorso che tuttavia non serve a risalire la china del declino verso cui si è nuovamente avviato.

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