Fase politica fatale. O il PD cambia davvero o muore

L’assemblea del PD, che sancirà il passaggio di consegne tra Zingaretti e Letta, ha davanti a sé un compito primario, di ordine vitale: dare credibilità qui ed ora ad un cambiamento radicale di un partito che non può continuare ad essere una sommatoria di correnti personali ma deve definire un profilo chiaro e forte di forza riformista e progressista aperta alle migliori energie della società. In mancanza di ciò riprenderà lungo la china della definitiva irrilevanza politica già avviata con le elezioni del 2018 e poi arrestata dalle speranze suscitate dal nuovo corso di Zingaretti e dal ruolo di argine al populismo assunto di fatto nell’inedita e pericolosa situazione politica italiana, dai tempi del primo governo Conte fino alla formazione del governo Draghi. Ora tutto il quadro politico e sociale è nuovamente in grande e rapido movimento. La nomina di Draghi a presidente del Consiglio rappresenta uno spartiacque tra un prima e un dopo, come lo è stato l’esito del voto politico del 2018. Allora l’Italia si trovò ad essere il primo importante Paese della Unione Europea a ritrovarsi nelle mani di un governo imperniato su un contratto che sommava le istanze di due partiti populisti, sia pure di tipo diverso: più anti – casta quello dei 5 stelle, più nazionalista quello della nuova lega di Salvini. Le due coalizioni politiche tradizionali uscivano dal voto nettamente ridimensionate, divise e in profonda crisi, fino al punto che il consenso rilevato dai maggiori istituti demoscopici segnalavano all’indomani delle elezioni un consenso crescente nei confronti del nuovo inedito governo lega – 5 stelle. Un consenso così ampio da prefigurare per il sistema politico italiano il ritorno ad un futuro bipolare. Un bipolarismo, ovviamente, di tipo nuovo, incentrato sulla competizione tra i due nuovi populismi veri vincitori delle elezioni. Il governo Draghi archivia definitivamente quella prospettiva ed apre una fase nuova segnata dalla consapevolezza della imprescindibilità della prospettiva europea e del valore delle competenze come unico orizzonte in grado di garantire un futuro all’Italia. Una prospettiva che non ha nulla di “tecnico” ma che, al contrario, riveste una portata politica di prima grandezza in rapporto alla sostanza del conflitto che caratterizza il tempo moderno. Un conflitto tra interesse privato e interesse pubblico, tra classi subalterne e grandi concentrazioni economiche e finanziarie, tra primato del profitto o del comune destino umano, tra antipolitica e politica, tra rigurgito nazionalista o una nuova globalizzazione fondata sui grandi Stati Continentali e non più sul primato del mercato. Questo capovolgimento radicale e sorprendente di prospettiva è la conseguenza – prima ancora che di nuovi equilibri politici – di un grande mutamento in atto negli orientamenti e nel senso comune della maggioranza dell’opinione pubblica che ha pian piano verificato l’illusorietà di una uscita dalla grave crisi che viviamo attraverso la scorciatoia nazionalista e la sostituzione di una classe dirigente fondata sull’esperienza politica e sulle competenze con la retorica dell’uomo qualunque, dell’uno vale uno. Queste nuove tendenze, questo mutamento di opinione, ha riguardato tutta la società occidentale, come ha rivelato lo stesso voto presidenziale americano, finendo per poi influenzare il sistema politico. Si è detto come conseguenza della pandemia che ha aperto gli occhi al mondo intero. In realtà la pandemia c’entra molto ma non come genesi dei mutamenti politici quanto come acceleratore di processi politici e sociali già in atto grazie a diversi fattori che hanno pian piano dimostrato come tutte le grandi sfide del nostro tempo – dai cambiamenti climatici, alle crescenti diseguaglianze sociali, alle grandi migrazioni, agli effetti della grande trasformazione tecnologica non mediati da una forte mano pubblica – siano governabili esclusivamente dentro un contesto di collaborazione e di ridefinizione dell”ordine internazionale. Se guardiamo alla vicenda italiana degli ultimi anni ci rendiamo conto di come questo grande mutamento di opinione sia maturato nel tempo attraverso una serie di passaggi successivi. Di certo, ad esempio, ha pesato il nuovo corso del PD di Zingaretti che, dopo la grave sconfitta del 2018, ha ricollocato il partito in tutte le tornate elettorali regionali ed amministrative che si sono succedute fino ad ora, come forza unitaria impegnata a ricostruire un centrosinistra largo e come argine fondamentale alla definitiva deriva populista e nazionalista. Poi sono arrivate le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo che hanno evitato lo sfondamento da parte delle forze populiste e hanno portato alla costituzione di una larga maggioranza di forze europeiste che va dai popolari, ai socialisti, ai liberali di Macron -la cui vittoria in Francia sulla Le Pen è stata fondamentale – fino agli ecologisti che hanno visto crescere in modo sensibile la loro forza in diversi Paesi europei, a partire dalla Germania. Grazie a questi due eventi è entrata il crisi l’alleanza giallonera e si è costituito il Conte 2 fondato sull’alleanza tra PD e 5 stelle che, pur con tutti i suoi limiti legati all’inevitabile travaglio del più forte gruppo parlamentare, è risultato prezioso nel ricucire i rapporti con l’Europa, compromessi dalle pulsioni nazionaliste e antidemocratiche della lega. Senza quella ricucitura l’Italia non avrebbe retto l’urto sanitario, economico e finanziario della pandemia da Covid 19. La crisi al buio aperta da Renzi, per puro calcolo di partito, poteva interrompere questo processo e far uscire il populismo dall’angolo in cui si era cacciato. Se ciò non è accaduto è grazie al rilancio del processo di integrazione politica dell’Europa, rappresentato dalla grande svolta del Recovery Plan, alla sconfitta di Trump negli USA e a tutto ciò che ad essa è seguito, alla novità della presidenza Biden sul piano delle politiche fiscali fortemente redistributive, ed infine dall’intelligenza di Mattarella che ha messo in campo la migliore competenza italiana di valore internazionale non già al servizio di una tregua politica ma del progetto politico europeista. Insomma si apre una fase che oggettivamente rilancia il PD come forza trainante, non più perché argine contro un populismo ormai in declino, ma per essere potenzialmente – per ovvi motivi – il partito più credibile sul piano della scelta europeista, della lotta alle diseguaglianze e della svolta ambientalista. Paradossalmente, però, la sua immagine è apparsa proprio su questi aspetti appannata, a causa del prevalere di logiche correntizie e personalistiche che impediscono quella apertura alla società e alle competenze che è necessaria per compiere quel salto sul piano del progetto e dell’iniziativa politica che il profilo impegnativo di un governo presieduto da una personalità come Draghi richiede. Una contraddizione molto avvertita dall’opinione pubblica, come si evince dalla caduta dei consensi che il PD sta registrando nei sondaggi elettorali di questi giorni. L’articolazione della vita interna del partito sulla base di correnti – che non sono legittimate sul piano della elaborazione politica – è un ostacolo ad un confronto programmatico all’altezza dei tempi difficili e complicati che attraversiamo. Lo stato comatoso di un partito che sul territorio replica in modo esasperato le derive correntizie – ed è sostanzialmente appiattito sulla vita delle amministrazioni locali – impedisce un rapporto ampio e fecondo con la società, necessario per mobilitare le forze vive e sane indispensabili per rigenerare la politica e ricollocarla sul terreno programmatico. Ora è più chiara la ragione delle dimissioni: Zingaretti ha compreso che la mancata rivoluzione del PD, che pure aveva teorizzato e promesso, lo ha reso bersaglio e prigioniero delle logiche correntizie e che questa condizione è incompatibile con il cambiamento di fase politica in atto. Il suo gesto, accompagnato da parole forti sulla deriva del partito, può rompere la gabbia che impedisce al PD di cogliere il momento fatale a patto che Letta, fin dall’assemblea di domenica prossima, sappia aprire alla società e punti a mobilitare le tante energie che sono rimaste ai margini ma sono pronte ad una battaglia di rinnovamento del partito e della politica.

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