Il futuro della politica italiana

Il governo Draghi è al tempo stesso la conseguenza e la prova della circostanza che la lunga crisi del sistema politico italiano è giunta al suo apice. In forza di ciò esso rappresenta anche l’occasione per avviare quel processo di rigenerazione della politica di cui da tempo si avverte l’urgenza in quanto condizione indispensabile per salvare le basi stesse della democrazia, devastata dalla gravissima crisi finanziaria, economica, sociale ed istituzionale di questi primi decenni del nuovo secolo e dall’ondata populista e nazionalista che ne è scaturita. Una ondata alimentata dal malessere dei ceti medi  impauriti dalla prospettiva di un futuro privo di quel benessere progressivo che ha caratterizzato la loro condizione nella seconda metà del secolo scorso. Attenzione però. L’occasione non è legata – come diversi osservatori hanno invece sostenuto – ad una sorta di tregua che il nuovo governo offrirebbe alla politica. Mattarella non ha scelto di far nascere un governo  squisitamente tecnico – e cioè neutrale rispetto alla sostanza dello scontro politico in atto. Uno scontro, è bene ricordarlo, che non è riconducibile alla contesa di potere tra la vecchia maggioranza di governo e le opposizioni. E neppure alla competizione tra gli schieramenti tradizionali di centrosinistra e centrodestra che hanno caratterizzato la politica italiana nell’ultimo trentennio. Quella sostanza riguarda soprattutto la scelta epocale – imposta dalla crisi – tra nuova globalizzazione o ritorno alle vecchie sovranità nazionali e, quindi, per quel che riguarda l’Italia, tra avanzamento del processo di integrazione politica dell’Europa o ritorno dentro i vecchi confini nazionali – intesi come muri, zona di separazione, e non come apertura, zone di contatto con altre comunità. Mario Draghi è l’uomo che ha salvato l’Euro e l’Europa dai rischi di rottura determinati prima dalla Grande Recessione del 2008/2009 e poi dalla crisi del debito sovrano del 2011/2013. È, inoltre, la personalità che meglio incarna il valore della competenza, fondamentale antitesi delle velleità del qualunquismo populista. Esprime dunque, le scelte e le qualità che la politica deve praticare per ritrovare il senso del suo ruolo e della sua missione. Rappresenta le discriminanti rispetto alle quali riconfigurare partiti e coalizioni. A ben vedere le rotture che si sono determinate in parlamento nel voto sul governo Draghi sono solo i primi effetti del processo di assestamento avviato dal grande terremoto globale che la pandemia ha prodotto nella società, nell’economia e nella politica. Un processo destinato a durare a lungo e a cambiare i connotati del sistema politico. La pandemia ha mostrato l’inconsistenza della risposta nazionalista ai problemi del nostro tempo e ha fatto esplodere tutte le contraddizioni che attraversavano trasversalmente da tempo il sistema dei partiti e del coalizioni politiche. La spaccatura più importante si è determinata nel centrodestra con la collocazione all’opposizione di Fratelli d’Italia, che oggi si propone come l’unico partito italiano della destra europea di stampo lepenista, alleata con i sovranisti del blocco di Visegrad. Non è un caso che lo stesso presidente ungherese Orban stia per lasciare il gruppo del partito popolare Europeo. I nodi sono venuti al pettine e le ambiguità non sono più praticabili. È inoltre scontato come – a mano a mano che il governo sarà chiamato a ridefinire e poi realizzare il Recovery Plan, con tutti gli impegni che questo richiede in termini di coordinamento delle politiche di bilancio e di cessioni di sovranità al livello comunitario – siano destinate ad esplodere le contraddizioni di una Lega che è stata costretta dagli eventi a svoltare di 180 gradi rispetto alla politica sostenuta negli ultimi anni. Costretta perché gli effetti prodotti dalla pandemia sull’economia hanno indotto un ripensamento e una ricollocazione degli interessi economici e finanziari dei ceti sociali più dinamici della sua base elettorale delle regioni del Nord – che non avrebbe tollerato un voto ostile nei confronti del nuovo governo incaricato di salvare l’economia italiana utilizzando l’unica leva disponibile, rappresentata proprio dalla svolta nelle politiche fiscali comuni della Unione Europea, per la prima volta rivolte ad una forma di condivisione del debito contratto per finanziare il programma di ricostruzione post pandemica. Una rottura importante interessa anche i 5 stelle, da cui si sta staccando l’anima legata al populismo delle origini, destinata a dare manforte ai ridotti ranghi delle opposizioni. Meno significativa è la rottura intervenuta nel campo delle forze tradizionali del centrosinistra, dove si segnala la divaricazione tra Sinistra Italiana – ormai ridotta a sola testimonianza – e Liberi e Uguali. Ma in questo campo il problema più significativo è un altro e riguarda l’identità del più grande partito della coalizione. Il PD di Zingaretti è riuscito fin qui ad arginare la caduta verticale registrata alle politiche del 2018 – e a recuperare qualche punto – grazie soprattutto al fatto che ha rappresentato un argine al pericolo populista. Questa rendita di posizione è venuta meno con l’indebolimento del sovranismo che si è registrato in tutto l’Occidente e con la formazione del governo Draghi, che gode di una larga maggioranza parlamentare europeista, emblematica dei cambiamenti radicali che si sono prodotti sia nell’opinione pubblica che nel Parlamento rispetto all’inizio della legislatura. Ora il PD è chiamato a conferire contorni netti alla sua identità di partito riformista ed europeista di massa sul piano del progetto, del pensiero, della visione del futuro del Paese e dell’Unione e della capacità di radicamento tra le forze vive e sane del Paese. Non sarà certo facile per un partito sempre più ostaggio di correnti personali e sempre meno abituato alla elaborazione politica e al rapporto con il territorio. Ovviamente il pericolo populista è stato ridimensionato ma non sconfitto definitivamente. Tutto dipenderà dalla determinazione con cui avanzerà una vera integrazione politica che faccia dell”Europa una grande potenza economica e politica globale. Per questo fino a quando questa prospettiva non sarà realizzata e consolidata le forze europeiste, pur di diversa sensibilità politica, dovranno garantire insieme il governo del Paese. Come sta già accadendo, d’altronde, nel Parlamento europeo e come accadde nell’Italia del secondo dopoguerra – con la formazione del governo di unità nazionale che realizzò la Repubblica e la Costituzione, per poi passare subito dopo ad una normale dialettica democratica tra una maggioranza ed un opposizione che, pur contrapponendosi sul piano ideologico, si riconoscevano, tuttavia, nella casa e nelle regole comuni. Nel campo delle forze europeiste si apre dunque una partita delicata che si svolgerà da un lato sul terreno della ricostruzione dell’economia e dell’accelerazione del processo di integrazione e dall’altro sulla elaborazione di credibili visioni politiche dell’Europa del futuro in grado di rispondere alle esigenze della società. Il quadro politico che uscirà da questa fase sarà certamente molto diverso da quello che abbiamo fin qui conosciuto. Oggi è difficile perfino immaginarlo perché la sua rappresentazione non potrà che essere la conseguenza del conflitto tra le forze sociali in campo, della qualità di nuove idee e nuovi progetti che siano frutto di uno sforzo di elaborazione collettivo, dell’intensità dell’impegno nella costruzione di un rapporto forte con la società e di una nuova classe dirigente all’altezza della fase.

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