Inflazione rischio reale?  Forse solo un pretesto

La settimana scorsa è tornata l’avversione al rischio sui mercati azionari internazionali con forti vendite sui titoli maggiormente esposti all’effetto di un eventuale aumento dei tassi di interesse. È questa la manifestazione più evidente della paura che si è diffusa in tutto il mondo di un forte ritorno dell’inflazione, che potrebbe segnare la fine dell’indebitamento a buon mercato e la crescita del costo di debiti pubblici e privati, arrivati alle stelle a causa della pandemia. Un aumento dei tassi di interesse avrebbe come conseguenza la riduzione della capacità di investimento dei governi, degli utili delle aziende e dei consumi delle famiglie. La settimana si apre con i report di tutte le grandi case di investimento dedicati alla valutazione dei livelli cui può giungere nei prossimi mesi l’aumento dei prezzi al consumo. Da dove nasce questa paura? Le valutazioni del mercato muovono da quattro fenomeni: a) il primo è legato all’aumento dei prezzi delle materie prime. I prezzi a 12 mesi segnano un +30,44%% per il petrolio Brent, +30% per il petrolio greggio, +63,66% per il rame, + 66,15% per il gas naturale, +53,54% per il Nickel, +27,7 per l’alluminio, + 26,34% per il frumento. Se invece dei prezzi a 12 mesi confrontassimo quelli attuali con i minimi toccati l’anno scorso i numeri sarebbero ancora più impressionanti; b) il secondo è legato, paradossalmente, alle buone notizie arrivate su fronte dei vaccini. Dopo i dati di Israele sono arrivati quelli della Gran Bretagna, dove la massiccia campagna di vaccinazioni ha prodotto un crollo dei contagi e dei ricoveri. Tutto questo dimostra che la ripresa è destinata a crescere e con essa, secondo alcuni, le pressioni inflazionistiche; c) il terzo alla manovra fiscale molto forte (1900 miliardi di dollari) varata da Biden che, dopo essere stata nel corso degli ultimi mesi motivo di speranza per i mercati, viene vista – ora che l’economia è già ripartita e i sondaggi economici vedono un aumento delle aspettative di crescita – come un ulteriore pericolo di inflazione; d) infine l’aumento dei tassi reali sul Treasury decennale USA arrivati all’1,35 circa è considerato la prova provata che le Banche Centrali avranno difficoltà a mantenere fermi quelli di riferimento. I fenomeni sono reali ma sulla possibilità che questi possano davvero spingere l’inflazione a livelli preoccupanti c’è più di un fondato dubbio – che non nasce solo dall’esperienza dell’ultimo decennio nel quale a fronte di una immissione di liquidità nel sistema senza precedenti il rischio vero è rimasto quello della deflazione piuttosto che dell’inflazione. Le Banche Centrali, infatti, hanno detto con chiarezza che le loro politiche monetarie rimarranno accomodati anche se l’inflazione dovesse arrivare a quel livello ottimale fissato intorno al 2 per cento dal quale siamo ancora lontani. L’attenzione principale rimane ancora alla crescita dell’economia. I livelli di disoccupazione sono ancora troppo alti per temere un aumento dei prezzi da allarme rosso. Ormai è dimostrato che l’inflazione non è legata solo alla quantità di moneta in circolazione ma anche alla rapidità della circolazione del danaro nell’acquisto di beni e servizi. Difficile pensare che tra quantità della moneta e velocità della sua circolazione possa determinarsi un rapporto diretto quando tutti possiamo facilmente constatare che la diseguaglianza è arrivata a livelli mai visti a causa di una concentrazione della ricchezza senza precedenti, che il potere sindacale rimane debole e le retribuzioni e le pensioni in termini reali sono di fatto ferme o in diminuzione da decenni, che  la disoccupazione spinta dalla pandemia difficilmente riceverà risposte adeguate da una ripresa trainata dalla accelerazione dell’innovazione tecnologica – destinata a distruggere molti mestieri tradizionali e imprese prive dei capitali necessari per reggere il passo. Questa mattina i listini asiatici hanno chiuso con buoni guadagni, quelli europei hanno aperto con un segno più che positivo. Vedremo gli indici Usa come chiuderanno in serata. La verità è che la paura della inflazione è frutto di una di quelle “idee economiche zombi” che hanno motivato le politiche di austerità dell’ultimo trentennio. Oppure, molto più probabilmente, che sia soprattutto un pretesto per consentire di prendere un po’ di fiato ad un mercato cresciuto troppo, nonostante i colpi duri che la pandemia ha inferto all’economia, È probabile che lo spauracchio dell’inflazione porterà la speculazione a far andare su giù gli indici per qualche tempo. Ma è bene non lasciarsi impressionare. Quel che è davvero importante è monitorare gli sviluppi della malattia e l’effetto di questi sviluppi sull’efficacia dei vaccini. Le questioni cioè da cui dipendono davvero la nostra salute e quella dell’economia reale.

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