La crisi della lega e questa sinistra ammaliata dal palazzo

Questa crisi di governo si sta rivelando una “cartina di tornasole” dei mutamenti profondi che irrompono negli orientamenti della società italiana in conseguenza della nuova fase aperta in tutto l’Occidente dalla evoluzione della Grande Crisi sistemica di questi primi vent’anni del secolo. Una sinistra consapevole che la vera partita politica si gioca non solo nel palazzo ma innanzitutto nella società dovrebbe esser pronta a cogliere la grande opportunità che questi mutamenti offrono per superare la sempre più acuta crisi di rappresentanza che la investe ormai da decenni riducendola quasi all’impotenza. Il merito di questa “operazione verità” è tutto di Mattarella e di Mario Draghi che hanno riportato al centro del confronto la chiarezza dei contenuti e della competenza della politica al posto della pura tattica, tesa unicamente ad inseguire la ricerca del consenso necessario per conquistare il governo. Il programma che Draghi ha illustrato alle delegazioni dei gruppi parlamentari è di una chiarezza politica esemplare. Le grandi opzioni politiche, indicate come irrinunciabili, sono nette e assolutamente inequivocabili. Non consentono ambiguità. Chi darà la fiducia al suo governo sa di dover sostenere il processo di integrazione dell’Europa avviato con il Recovery Plan. Un processo che richiede progressive cessioni di sovranità dalle nazioni alla Unione, fino alla costruzione di uno Stato federale fondato sulla coesione sociale e il rispetto dei diritti umani. Chi sosterrà il suo governo sa che non ci sarà spazio per la flat tax ma solo per un fisco progressivo (chi più ha paga di più). Mi fermo qui perché questi due soli punti vanno al cuore dello scontro politico che si è aperto dalla grande recessione del 2008/2009 in poi. Non mi soffermo sulle ragioni di questi mutamenti avendone parlato largamente in altri articoli di questo blog. Esse sono legate al graduale maturare, in relazione agli sviluppi della crisi, della consapevolezza -su cui anche l’avvento della pandemia ha avuto il suo ruolo – che le grandi sfide del nostro tempo non si possono affrontare con chiusure nazionaliste ma richiedono il ritorno di un ruolo forte dello Stato nella direzione del ciclo economico – ovviamente parliamo dello Stato nella sua versione continentale – e una conseguente riconfigurazione della globalizzazione. La scelta di Salvini contraddice tutti i punti fondamentali che hanno definito l’identità della nuova lega da lui costruita per catturare quel malessere dei ceti medi prodotto a piene mani dalla Grande Recessione. Anche su questo è inutile soffermarsi perché molto si è detto e si è scritto in proposito. Ciò che invece colpisce (perché è rivelatore dei limiti che impediscono alla sinistra di crescere) è che questo nuovo radicale cambiamento della lega (dopo quello che l’ha portata dalla identità della secessione – vista come liberazione della parte ricca dell’Italia per consentirle di entrare in Europa senza la zavorra della parte debole), suscita preoccupazione per i riflessi sul perimetro della maggioranza di governo ma non diventa occasione di riflessione e di iniziativa sugli spazi che questa conversione (che indubbiamente appare improvvisa ma a ben vedere non lo è) apre ad una sinistra riformista che vuole ritornare a parlare al nord produttivo e a quella parte grande della società italiana che – nello spaesamento e nella paura del futuro indotti dalla crisi e dai cambiamenti in atto – hanno condiviso e sostenuto la svolta nazionalista di Salvini. Perché su un punto dubbi non ci sono: la lega è un partito vero, organizzato, molto radicato nel nord ed ora in modo significativo nel resto del Paese. Si ripete spesso che le crisi vissute in questo ventennio somigliano ad una guerra e che stiamo vivendo un lungo dopoguerra. Per tanti aspetti è vero e questo mi induce da tempo a riflettere e scrivere di frequente sulle analogie con la prima metà del secolo scorso. Infatti, è stato soprattutto dopo le due guerre che l’Italia ed il Mondo hanno vissuto, nel male e nel bene, i grandi mutamenti politici del secolo scorso. Ma per non farla lunga mi limito qui a rilevare un solo dato: le troppe sinistre di oggi mi ricordano più la componente massimalista che governava il PSI e il PCd’I di Bordiga, che si divisero pur essendo entrambi caduti sulla svista di considerare la Rivoluzione d’Ottobre come il modello del socialismo da realizzare in Italia e in Occidente (regalando al fascismo spazi enormi nella conquista della società italiana), che non il PCI di Togliatti – che nel pieno della Seconda Guerra Mondiale si alleava anche con Badoglio per cacciare i tedeschi e contemporaneamente sceglieva di costruire un partito in grado di aderire “a tutte le pieghe della società italiana”. Ancora una volta è l’attenzione eccessiva ad un Palazzo a portarla fuori strada. Poco conta che non sia oggi il Palazzo d’Inverno di Pietroburbo ma quelli del moderno Occidente, da troppo tempo espropriati dei poteri che contano dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie che si muovono nei flussi globali. Comune è il limite di analisi della realtà e di pensiero. Insomma, per la sinistra riformista questa fase rappresenta una occasione straordinaria. Ma per coglierla deve smettere di rimanere chiusa nei palazzi del potere e nelle stanze delle correnti personali che soffocano la vita dei partiti. Deve rompere l’incantesimo che la sta consumando. Deve tornare a sforzarsi di leggere ciò che accade nella società, ad organizzare gli interessi sociali che intende rappresentare e ad elaborare un progetto credibile che oggi può vivere solo in una dimensione continentale. Il governo è utile quando ci sono un pensiero e una identità politica adeguati ai tempi.

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