Mario Draghi è soluzione forte ma richiede una rivoluzione in questo parlamento

Il fallimento di Fico dimostra che in questo Parlamento la vecchia maggioranza non c è più ma anche che era quella l’unica soluzione politica possibile, pur con tutti gli elementi di debolezza e di precarietà emersi nei mesi precedenti. La scelta del presidente Mattarella di affidare il tentativo di formare un governo istituzionale ad una personalità forte e dotata di grande credibilità e autorevolezza in campo internazionale, rappresenta l’estremo tentativo di evitare elezioni anticipate che – di fronte ai compiti delicati, non rinviabili e ravvicinati che attendono l’Italia nel contesto europeo e nel quadro di una emergenza pandemica che può ancora avere sviluppi inediti di estrema pericolosità per la diffusione di più aggressive varianti del virus – appaiono non solo impossibili per impraticabilità del campo ma anche un sicuro salto nel baratro. Da questo punto di vista Draghi era la scelta migliore che si potesse fare sia per le indubbie competenze in campo economico e finanziario sia per l’autorevolezza che gli deriva dall’ aver salvato l’Euro e l’Europa, nella sua qualità di presidente della BCE, dopo la grande recessione del 2009 e la crisi del debito sovrano del 2011. Tuttavia Mario Draghi non è solo un tecnico di indubbia capacità e competenza. È innanzitutto un europeista convinto, una personalità consapevole che senza un avanzamento rapido del processo di integrazione politica dell’Europa, l’Italia e l’Europa stessa sono destinate alla marginalizzazione in un mondo di giganti nel quale contano solo i grandi Stati di dimensione continentale. Questi tratti della sua personalità – di fronte ad un parlamento ad alto tasso di populismo e di nazionalismo – rendono il suo tentativo particolarmente difficile perché, per quanto possa sforzarsi di dare ad un governo da lui presieduto un carattere istituzionale, nei fatti esso assumerebbe un chiaro profilo politico in una fase caratterizzata dallo scontro epocale tra europeismo da un lato e populismo e nazionalismo dall’altro. Un governo istituzionale è tale se può godere del largo sostegno dei diversi schieramenti politici. È evidente che lega e fratelli d’Italia da un lato – che continuano ad esprimere posizioni fortemente nazionaliste – e 5 stelle dall’altro – che non hanno ancora abbandonato del tutto atteggiamenti demagogici e anti establishment – esprimono posizioni incompatibili, o non sempre conciliabili, con soluzioni riformiste di stampo europeo. È ovviamente auspicabile che Draghi accetti e che il suo tentativo possa riuscire. È l’unico modo per dare al Paese un guida adeguata alle grandi sfide dei prossimi mesi. Ed è anche l’unica soluzione che può dare tempo alla crisi gravissima della politica italiana di evolvere positivamente in direzione di una ricomposizione di schieramenti politici alternativi ma credibili sul piano dell’ispirazione europeista e del grado di convinzione nei valori della democrazia repubblicana. Tuttavia è un tentativo difficile che può avere possibilità di successo solo a condizione che nei prossimi giorni prenda forma una rivoluzione nelle forze politiche e nei gruppi parlamentari in grado di fare emergere una maggioranza solida fondata su una base parlamentare trasversale ma unita da valori europeisti. Una via che richiede ampi rivolgimenti interni nella lega, in fratelli d’Italia, nei cinque stelle e, seppure in modo più modesto, nella stessa sinistra ove non mancano, per quanto minoritari, settori scettici nei confronti della prospettiva europea. Una via stretta e piena di ostacoli, a meno che la paura del voto, legata anche alla recente legge che ha ridotto drasticamente il numero dei parlamentari, non contribuisca a favorirne la realizzazione.

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