Capua:”c è necessità di radicale rigenerazione per centro e periferie” L’opinione di Raffaele Cutillo

Nel dibattito in corso su architettura e centro storico interviene Raffaele Cutillo docente a contratto di progettazione architettonica presso il DiARC della Università Federico II di Napoli.

Il sangue di Capua_

Ho conosciuto la vera carne di Capua da adulto, al tempo del pensiero ormai spietato, quando non sono permessi più indugi.

Negli anni ’60 sulla strada verso il mare, al caldo d’estate la lambivo appena, sfiorando il centro sul lato d’occidente evitando il Corso Appio: case anonime, ripetitive come tante altre e, infine, quel ponte sul fiume coi grandi cerchi di pietra. Nulla oltre i suoi eroi raffigurati nei sussidiari, oltre le architetture conosciute, più tardi, durante gli studi universitari. Allora tutto scorreva, si perdeva nelle anse del Volturno.

E invece, città riconosciuta per lingua, fortificazioni e stratificazioni nel tempo, magma concentrato di Fede e sangue su lame di spade, Capua è stata per me, poi, una folgorazione. Porto negli occhi gli spazi ben oltre la Sala d’Armi, la morbidezza di piazza Commestibili, il silenzio dei Fossati, la compostezza delle corti e le panche delle monache sopra le cupole più alte, gli occhi delle facce di pietra incastrate nei muri, i tramonti sulla passeggiata fluviale, i figli della terra tra braccia possenti di madri, i castelli, la attuale inutilità di Porta Napoli e i suoli dimenticati oltre le mura. Elenco lungo, mi fermo.

Lo so, state leggendo accennando uno spudorato sorrisetto sornione: “Ma quante chiacchiere”. Avete ragione.
E allora parliamo di cose concrete, del fare e dei problemi del quotidiano, così come pretende questo tempo dannato.
Vi racconto di un sopralluogo di pochissimi giorni fa.

Oltre le facciate sontuose e protettive del Gran Priorato, dietro la linea retta di via Roma, oltre questa apparenza scenografica, c’è l’anarchia e il delirio. Terra di nessuno. Quei lembi di terra bombardata sono stati opportunità per avvoltoi della speculazione, per edificazioni approssimate ed effimere di edifici fuori scala e sgrammaticati, per somme provvisorie del quotidiano, per discarica di rifiuti di ogni sorta. Li dietro c’è necessità di radicale rigenerazione, di un programma catartico, proprio li dove il fiume è meraviglioso. Dietro quell’abbandono c’è il vero riscatto di Capua, il suo essere vitalità. La norma, le opportunità finanziarie e il dibattito contemporaneo hanno ampi spazi risolutivi per ridare dignità ai margini, alle parti oltre le eccellenze: al centro storico vissuto e alle periferie (entità che per me non costituiscono alcuna differenza urbana).
Eppure, di fronte a questa chiara verità, monta la ipocrita polemica per una piccola facciata di pietra, fatta di aperture strombate. Semplice.
Cosa vi aspettavate, modanature e decori, triglifi e metope, capitelli floreali oppure un omaggio alla grandiosità ecclesiastica? Quel fronte è una lezione di compostezza, un punto di calma al fragore della inconsistenza degli ultimi decenni, un monito a favore del necessario rigore. Gli inciuci ci interessano poco.
Se avete occhi capirete che Capua è somma di diversità di cui ciascuna è esemplificazione del proprio tempo, ciascuna ne è segno indelebile. Ma so che la patina di polvere vi induce all’appiattimento, restituendo una omogeneità inesatta: le città, invece, sono corpi che si rigenerano, e sangue vivido.
Guardiamoci intorno.
Chi ha vissuto e costruito la Capua migliore veniva da lontano, non era certo confinato con la mente dentro egoismi di cortile. Chi ne ha fatto exemplum urbano ha trasferito qui la conoscenza di terre lontane, ha importato la contaminazione del pensiero.
Pensateci, prima di continuare a sorridere.
Io amo Capua e tutto ciò che rappresenta universalmente.

Raffaele Cutillo
Marcianise, 1958. Architetto dal 1984, è docente a contratto in progettazione architettonica presso il DiARC della Università Federico II di Napoli. Da libero professionista opera tra Caserta e Hong Kong dove è partner di Euasia
ltd, società con cui condivide dal 2012 attività di progettazione in Cina, Qatar, Arabia Saudita e Myanmar. Fino al 2014 con l’OfCA ha promosso eventi culturali multidisciplinari negli spazi di una officina meccanica dismessa, con partecipazioni di studiosi ed artisti nazionali ed europei, soprattutto sui temi della città contemporanea. Nel 2008 ha curato il volume “Ex Casa del Fascio_cronache di un cantiere in avanzamento” pubblicato da Electa Milano. L’ Inarch Campania gli conferisce nel 2010 il primo premio per il recupero della Casa del Fascio di Caserta e nel 2016 una doppia menzione per l’Edificio Bianco sull’Appia a Casapulla e gli interni di Casa F a Caserta. E’ tutor di workshops internazionali ed ha tenuto conferenze in diverse sedi culturali di prestigio. Ha partecipato alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2012 ed è stato invitato ad esporre in diverse mostre di architettura in Italia, Austria, Albania,
Cina. La scrittura lo appassiona quanto l’Architettura.

immagine: progetto di riuso dei Fossati di Capua_ planimetria, dettaglio_2020

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