Il rischio autoritario, le forze di progresso e gli errori da evitare

Ha scritto Enrico Letta: “Trump progetta colpo di Stato”. Un vero e proprio allarme che però non ha avuto grande eco. Eppure il tentativo di ribaltare il risultato elettorale negli Stati Uniti sarà pure goffo ma è difficile negare che ha tutte le caratteristiche di una “prova” di colpo di Stato. Basta mettere assieme tutti i pezzi di questo “progetto” che di certo viene da lontano. Trump ha cominciato a parlare di un rischio di brogli elettorali fin dall’inizio della campagna elettorale. Ha nominato in modo irrituale un nuovo giudice della corte suprema alla fine del suo mandato per assicurarsi una maggioranza repubblicana nella più alta corte federale degli Stati Uniti d’America. Ha contestato l’esito del voto con ricorsi presentati dovunque ha perso anche in assenza di uno straccio di prova con un minimo di fondamento. Ha mobilitato i suoi elettori nelle piazze senza mai disconoscere e condannare la presenza di gruppi armati. Sta convocando in modo palese parlamentari degli Stati federali in mano ai repubblicani, nei quali ha vinto Biden, per convincerli a votare in modo difforme dall’esito elettorale, con l’obiettivo evidente di far saltare la convocazione dei 538 grandi elettori che dovranno eleggere formalmente il nuovo presidente degli USA il prossimo 14 dicembre. Dulcis in fundo è intervenuto al G20 esordendo davanti ai capi di Stato con un “Voglio lavorare con voi ancora per molto”. Come si può definire diversamente tutto questo? Sarà pure velleitario pensare di attuare quella che sembra una vera follia, data la storia e la forza della democrazia americana e le reazioni sdegnate che provengono da esponenti autorevoli del suo stesso partito. Ma il fatto che l’autore di questa follia abbia raccolto 71 milioni di voti e che la più grande e antica democrazia federale sia ridotta in questo stato, nel pieno della più grande crisi che il mondo abbia mai conosciuto, la dice lunga su quanto grave sia il momento e sulla portata inaudita dei rischi autoritari. La goffaggine del personaggio e del suo “progetto” non costituisce di certo un elemento di tranquillità se consideriamo i precedenti storici. Nessuno può averne consapevolezza più di noi europei che abbiamo conosciuto Mussolini ed Hitler, il fascismo e il nazismo. La realtà è che la crisi lunga di questo inizio secolo non è meno gravida di pericoli di quella dell’inizio del secolo scorso. Certo il contesto è diverso ma identico è il fenomeno populista conseguente allo spaesamento, alle paure e alla rabbia che questa crisi ha determinato nei ceti medi. Un fenomeno che sempre, per sua natura, porta con sé un rischio autoritario. Tanto più che nello scontro durissimo in atto tra sovranismo e globalismo, le forze di progresso stanno commettendo gli stessi errori che determinarono negli anni 20 e 30 del secolo scorso il prevalere di uno sbocco autoritario della crisi, almeno in una parte importante dell’Occidente. Le crisi, dopotutto, non sono altro che trasformazioni, transizioni, aperte a sbocchi diversi. Le divisioni che attraversano le forze democratiche sono evidenti e profonde come lo furono allora. Nel 2021 ricorrerà il centenario della scissione della sinistra italiana che fu una delle cause che favorirono l’avvento del fascismo, insieme al grande abbaglio che accomunò gran parte della sinistra sul significato reale della Rivoluzione Sovietica. Anche oggi la sinistra è divisa e continua a considerare le questioni interne più importanti del rischio autoritario. Basta pensare a certe reazioni alla vittoria di Biden, all’incapacità di distinguere la natura delle diverse forze in campo e di avere tutta la consapevolezza della portata del pericolo protezionista e sovranista. Un massimalismo mai domato e sempre pronto a riemergere nei passaggi cruciali per fare danni irreparabili. Oggi sarebbe davvero un errore imperdonabile non approfittare del momento di difficoltà che il sovranismo attraversa – grazie al fatto che la pandemia ha reso evidente l’intreccio stretto tra i problemi di ciascun paese e problemi globali e la necessità di soluzioni che non possono prescindere da una strategia globale e da un avanzamento del processo di cooperazione internazionale. Dagli USA arriva a tutti noi un lezione: il populismo si sconfigge se si costruiscono coalizioni larghe, capaci di tenere insieme forze radicali e moderate che si riconoscono nei valori della democrazia rappresentativa e nella urgenza di costruire una governante mondiale che ripristini il primato della politica sul mercato. Biden ha saputo unire un fronte largo che va dalla sinistra radicale di Sanders a settori dello stesso partito repubblicano preoccupati del protezionismo e delle pulsioni antidemocratiche di Trump. Solo una alleanza globale – di tutti quelli che credono in una soluzione della crisi fondata sulla democrazia e un nuovo ordine internazionale – può allontanare definitivamente il rischio autoritario. Non una alleanza che sia solo contro i rischi del sovranismo ma capace di dare vita ad un nuova credibile leadership globale in grado di affrontare le cause della crisi epocale che stiamo attraversando. Cause riconducibili ad un modello neoliberista che è insostenibile sia sul piano sociale che ambientale. Mai come oggi le democrazie devono dimostrare di saper affrontare insieme i problemi globali che si chiamano diseguaglianze, cambiamenti climatici, grandi migrazioni. È questo il terreno su cui si decide l’esito della partita tra sovranismo e globalismo, tra democrazia e autoritarismo, tra progresso e conservazione, che è ancora tutta aperta nonostante il colpo che il populismo ha indubbiamente subito sia negli USA che in Europa. Vedremo se Biden saprà dare alla sua presidenza questo ruolo decisivo di catalizzatore delle grandi democrazie occidentali nella lotta al populismo, alla pandemia, ai cambiamenti climatici, alla crisi economica e per la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Il piano istituzionale è ovviamente importante ma da solo non basta. Di certo è indispensabile anche una azione politica e sociale capace di unificare le forze progressiste sul piano dell’analisi, del progetto e dell’iniziativa politica. Servono un movimento paneuropeo e una grande internazionale progressista. Due fronti su cui purtroppo ancora non si intravedono un lavoro consapevole, un pensiero all’altezza della sfida, una prospettiva forte e credibile.

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