ondata populista non sfonda più ma rimane forte e pericolosa

Ciò che più colpisce e fa riflettere delle recenti elezioni presidenziali negli USA è la elevata partecipazione al voto in un Paese che da diversi decenni registrava una affluenza alle urne molto bassa, di poco superiore al 50% del corpo elettorale. Per Biden e Tramp hanno votato circa 150 milioni di elettori. Nel 2000 per Busch e Al Gore gli elettori furono di poco superiori ai 100 milioni; nel 2004 per Busch e Kerry 129 milioni; nel 2008 per Obama e Mc Cain 129 milioni; nel 2012 per Obama e Romney 126 milioni; nel 2016 per Trump e Clinton 127 milioni. Dunque circa il 50% di elettori in più rispetto alle presidenziali del 2000 e circa il 20% in più rispetto alle presidenziali del 2016. Un dato eccezionale che si può spiegare solo con la portata politica inedita assunta dallo scontro elettorale tra Democratici e Repubblicani. Non più una scelta tra due personalità e due programmi diversi che tuttavia si collocavano dentro un sistema politico ed un ordine internazionale accettati da entrambi i contendenti. Ma una alternativa netta tra due diverse identità degli Stati Uniti d’America e due diverse idee del rapporto con il Mondo. Responsabile di questo carattere nuovo assunto dal voto americano del 2020 è stato soprattutto il cambiamento del profilo politico e prammatico del partito repubblicano determinatosi dopo la vittoria di Trump nelle precedenti elezioni presidenziali e i suoi quattro anni di governo. Il 2016 è stato un anno caratterizzato da un fenomeno politico peculiare intervenuto nel mondo anglosassone. Infatti, l’ondata populista, protezionista e antiestablischment che scuote da tempo tutto l’Occidente – strumentalizzando il malessere e la paura suscitati nei ceti medi dalla Grande Recessione del 2008 – proprio in quell’anno riusciva a sfondare nel Regno Unito – con la vittoria del si nel referendum sulla Brexit e il conseguente cambio di leadership nel partito conservatore – e negli USA – con la doppia vittoria di Trump, prima nelle primarie repubblicane del febbraio, poi nelle elezioni presidenziali del novembre 2016. Paradossalmente proprio dall’interno dei due partiti protagonisti con Thatcher e con Regan, della controffensiva neoliberista degli anni Ottanta – destinata a segnare il carattere del processo di globalizzazione dei mercati finanziari e dell’economia internazionale nei trent’anni successivi – nasceva la contestazione degli effetti devastanti della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione neoliberista. Bisogna dire che non si è trattato di una novità nella storia internazionale. Già dopo la Grande Crisi del secolo scorso era accaduto che movimenti populisti e nazionalisti erano riusciti ad usare il malessere delle vittime di una crisi prodotta dalla crescita abnorme delle diseguaglianze – causata dalla tendenza strutturale del capitalismo liberista ad accentrare la ricchezza in un pugno di miliardari – contro nemici esterni di comodo, per prendere il potere e usarlo poi non certo a favore dei popoli di cui si ergevano a strenui difensori. Nemici che ieri erano identificati con gli ebrei e con potenze colonialiste come l’Inghilterra e la Francia, oggi con i poveri migranti e con una nuova grande potenza economica e tecnologica come la Cina destinata a divenire entro il 2030 la prima potenza economica globale. La peculiarità degli eventi del 2016 sta proprio nel fatto che questi movimenti sono nati dentro le forze politiche e sociali che avevano costruito l’impalcatura che è crollata dodici anni fa. Forze antisistema nate e cresciute dentro e grazie al sistema che a parole si propongono di abbattere. Una storia diversa dalle varie forme assunte dal populismo nell’Europa continentale. Fu sulla scia di questi processi politici che nelle elezioni del 2018 si registrò in Italia la crescita dei cinque stelle, della nuova lega nazionalista e la formazione di un governo fondato sull’alleanza tra queste due forze che se avevano in comune l’appartenenza al capo populista presentavano differenze di non poco conto. La prova dei fatti ha svelato la pericolosità di queste risposte del tutto illusorie a problemi reali che sono la conseguenza di trasformazioni profonde che hanno cambiato e continuano a cambiare il modo di vivere e di lavorare delle persone, i rapporti di forza tra classi sociali e continenti e necessitano di una guida effettivamente democratica che sia in grado di indirizzarle a favore della comunità e non delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Nel Regno Unito dopo 4 anni non riescono ancora a trovare una via d’uscita dal cul de sac nel quale si sono infilati, mentre la svalutazione della sterlina comprime redditi medio bassi e pil. Gli Stati Uniti con Trump hanno dovuto fare i conti con: 1) il riesplodere della violenza razziale; 2) la riduzione delle tutele per i più poveri; 3) una politica economica che nel Paese ha tagliato le tasse ai più ricchi e sul piano internazionale ha alimentato una guerra commerciale che ha indebolito la crescita globale determinato un clima di incertezza in una fase delicata caratterizzata, già prima della pandemia, da bassi livelli di crescita; 4) una politica energetica che ha rilanciato il carbone e messo gli USA fuori dagli accordi di Parigi sul clima. Inoltre, abbiamo visto in Italia la parabola del governo giallonero che fortunatamente, grazie ala tenuta dell’Europa, si è dissolto presto. In questo contesto la vittoria di Biden dimostra che il populismo si può fermare – come già era accaduto nelle elezioni per il parlamento europeo lo scorso anno – attraverso alleanze larghe, capaci di offrire un terreno unitario ad un ampio arco di forze politiche e sociali. Tuttavia i consensi raccolti da Trump segnalano che il populismo se non sfonda più – perché richiama alle urne la parte della società più consapevole della fase e dei grandi rischi che essa comporta – rimane molto forte e continua a rappresentare un pericolo che sarebbe esiziale sottovalutare. Infatti, le ragioni del malessere non sono state affrontate nelle loro cause profonde e lo schieramento progressista ancora fatica a delineare un nuovo e credibile orizzonte di cambiamento. Se l’esperienza ha dimostrato a molti che non è il populismo la soluzione ai guasti prodotti dalla globalizzazione neoliberista, ancora non si intravede un progetto chiaro e forte capace di democratizzare la globalizzazione attraverso un ripensamento dell’ordine internazionale e innanzitutto politiche economiche nuove in grado non solo di garantire una crescita adeguata e sostenibile sul piano ambientale ma di ridurre in modo sensibile le diseguaglianze. E questo il terreno fondamentale su cui Biden può dare forza e sostanza alla stentata vittoria di oggi. Non sarà facile, anche per la possibilità che a nuovo presidente venga meno la maggioranza al Senato con la conseguenza di dover trovare compromessi su questioni importanti con il partito repubblicano rimasto saldamente nelle mani di un Trump che, nonostante tutto, ha ottenuto 71 milioni di voti. Lo stesso terreno su cui l’Europa del Recovery Fund si sta giocando la sua sopravvivenza tentando di recuperare gli storici ritardi nel processo di integrazione politica. Nuovo ordine internazionale e nuova vera giustizia sociale sono essenziali per rispondere alla paura e alla rabbia accresciute dagli effetti devastanti prodotti dalla pandemia sul piano sanitario ed economico. Paura e rabbia che possono ancora alimentare pericolosamente i virus del populismo e del nazionalismo.

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