Le radici dell’inquietudine che ci pervade

Gli sviluppi sempre più preoccupanti della pandemia – in Europa nel pieno della seconda ondata – spingono i governi ad adottare misure via via più restrittive lasciando intravedere la possibilità di nuovi lockdown generalizzati. Mercati e società hanno immediatamente reagito al cambio di fase: i primi interrompendo il rapido recupero rispetto ai minimi toccati a maggio, mentre le categorie sociali che erano state già pesantemente colpite dagli effetti del lockdown della scorsa primavera stanno manifestando con forza tutta la loro rabbia e preoccupazione per il futuro. La destra populista ne approfitta per recuperare il terreno perduto nei mesi scorsi, dopo che la portata globale della crisi aveva dimostrato l’impossibilità delle loro risposte semplicistiche e l’inefficacia dei muri come antidoto alla paura e allo spaesamento. Di qui il carattere violento di alcune manifestazioni divenute facile strumento di ogni forma di estremismo e di delinquenza comune – in una fase nella quale l’impegno di tutti – anche quando questo può legittimamente assumere il carattere della protesta e del dissenso – dovrebbe esser teso alla sconfitta della malattia. Non bisogna meravigliarsi di ciò, né sottovalutare i pericoli. La nostra storia insegna. Gli effetti delle troppe crisi che stiamo vivendo ormai da qualche decennio sono paragonabili a quelli di una guerra ed anche nel secolo scorso il fascismo manovrò il malessere prodotto dalla Grande Guerra per perseguire il proprio disegno antidemocratico. Questo è il clima che viviamo e non riguarda solo l’Italia e l’Europa ma il mondo intero. Gli sviluppi della malattia e dei suoi effetti sociali sono gli stessi ovunque, anche se si manifestano con tempistiche sfasate nei vari continenti in base al diverso alternarsi delle stagioni e alle peculiarità dei contesti antropogeografici. Le manifestazioni che hanno attraversato l’Italia in questi giorni seguono quelle intervenute nei diversi paesi europei che sono entrati prima di noi nella seconda fase della pandemia. Più o meno le stesse viste durante l’estate scorsa negli Stati Uniti, dove hanno vissuto con ritardo ed in modo esasperato la fase che prima la Cina e poi L’Italia e l’Europa avevamo attraversato tra l’inverno e la primavera. Tuttavia se ci limitiamo a ragionare solo della pandemia, anche senza sottovalutarne minimamente la portata e la pericolosità, non mancano le ragioni di una maggiore serenità rispetto all’inverno scorso. Le informazioni di cui disponiamo sull’andamento dei mercati finanziari e dell’economia in rapporto alle diverse fasi della malattia, gli sviluppi sul fronte dei vaccini e delle cure, lasciano prevedere i possibili scenari da qui a 6/12 mesi con una certa affidabilità. Non navighiamo nel buio e abbiamo più strumenti e conoscenze per gestire il tempo che ci separa dalla sconfitta definitiva della malattia che arriverà, come ci segnala anche il disallineamento che registriamo tra il forte recupero dei mercati finanziari rispetto al crollo della primavera e l’economi ancora in affanno (ne ho parlato in un precedente articolo di questo blog). Né possiamo lasciarci impressionare dal ribasso degli indici di borsa degli ultimi giorni, che segnala solo il ritorno di una più forte volatilità. Dopo anni di convivenza con le montagne russe dei mercati finanziari dovremmo averne appreso tutti la logica che li muove. Il vero problema è che le giuste preoccupazioni legate alla pandemia e ai suoi effetti sociali non forniscono tutta la cifra della profonda inquietudine che ci pervade. Il problema è che dopo la crisi finanziaria del 2008 è arrivata la crisi sanitaria ed è anche chiaro che quando questa finirà andremo incontro a qualche altra brusca sorpresa legata all’acutizzarsi di una delle troppe inedite e inusitate emergenze che stiamo vivendo: da quella dei cambiamenti climatici all’inquinamento delle città e della catena alimentare; dall’emergenza indotta dalle grandi migrazioni a quella degli endemici conflitti etnici e religiosi nelle periferie del sistema internazionale; da quella finanziaria all’emergenza legata alle crescenti diseguaglianze sociali. Si tratta di crisi e di emergenze non separate tra loro ma che al contrario sono estremamente intrecciate e si alimentano reciprocamente perché tutte figlie dello stesso modello di sviluppo e di una più generale crisi politica e istituzionale. Certo, ogni volta che una emergenza si acutizza provocando una grave crisi il sistema reagisce, produce una innovazione, prova nuove risposte. E’ accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008 affrontata con un salto di qualità delle politiche monetarie che non solo hanno garantito tutta la liquidità necessaria al sistema bancario, ma attraverso interventi diretti delle banche centrali sui mercati finanziari hanno reso sostenibili gli indebitamenti pubblici e privati e alimentato una ripresa economia che – anche se priva di una forza in grado di determinare i giusti ritmi di crescita – ha comunque avuto un effetto su investimenti ed occupazione garantendo quantomeno una tenuta del sistema. Purtroppo l’uso esclusivo della leva monetaria, diretta prioritariamente al sostegno dei mercati finanziari ma sganciata da politiche fiscali robuste, se ha impedito il crollo del sistema, ha favorito una ulteriore concentrazione della ricchezza e ampliato quelle diseguaglianze sociali che rappresentano uno dei principali fattori dell’indebolimento dei consumi e della crescita. La dilatazione della massa monetaria slegata da politiche redistributive non può che favorire la rendita a scapito del lavoro con tutte le ovvie conseguenze che ne derivano. Una risposta ancora più innovativa ha preso forma dopo gli effetti devastanti prodotti dalla pandemia sul terreno economico e sociale. Per la prima volta abbiamo visto banche centrali e governi di tutti i paesi del mondo intervenire con la stessa determinazione attraverso un cocktail potentissimo di politiche monetarie e fiscali che non si sono visti neppure dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo i tempi delle politiche fiscali dei governi – non tanto quelle dirette a garantire sostegni ai redditi nell’immediato quanto gli interventi volti alla innovazione, allo sviluppo e all’occupazione – richiedono tempi più lunghi. Inoltre conta molto il carattere sociale dell’intervento pubblico. Le politiche fiscali, infatti, possono concretizzarsi in tagli fiscali lineari che favoriscono i redditi alti o in riforme che puntano alla redistribuzione a favore dei redditi medio bassi. Possono sostenere settori produttivi, il cui sviluppo finisce per alimentare la crisi ambientale o puntare alla riconversione ecologica dell’economia per favorire la sostenibilità ambientale. Possono essere rivolte ad alimentare il protezionismo o a favorire la cooperazione e il commercio internazionale. Questioni di non poco conto soprattutto in un quadro di crescente integrazione dell’economia globale anche in conseguenza di una incessante e straordinaria rivoluzione tecnologica. E’ evidente l’esigenza di un ordine internazionale in grado di garantire una concertazione delle politiche fiscali per orientarle verso il perseguimento di obiettivi necessariamente comuni data la natura globale delle sfide che abbiamo davanti. La questione della lotta ai cambiamenti climatici da questo punto di vista è illuminante. Ed è proprio la mancanza di una nuova governance globale a rendere arduo l’avvio di una risposta efficace alla crisi generale che attraversiamo. Lo smarrimento dell’opinione pubblica nasce proprio da questa percezione netta della grande inadeguatezza del sistema politico e istituzionale. Non è possibile affrontare efficacemente le singole crisi se non cambia la logica che muove il sistema economico e se non si afferma un governo dello sviluppo che riporti nella mano pubblica la guida e la regia dei processi di trasformazione economica e sociale. E qui ritorna il tema del primato della politica, della sua capacità di adeguare analisi, pensiero e azione ai tempi nuovi. E’ la crisi della politica la madre di tutte le crisi e la ragione principale della inquietudine che pervade il nostro tempo. Per questo non servono rabbia e violenze ma un nuovo rinascimento inteso come nuovo sviluppo del pensiero e della consapevolezza delle sue potenzialità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...