Seconda ondata della pandemia: quale futuro?

La temuta seconda ondata della pandemia è arrivata e fa paura. Nel mondo si viaggia ormai vicini al mezzo milione di contagi al giorno. Se nel corso dell’estate Usa e America Latina hanno destato le maggiori preoccupazioni ora è il turno dell’Europa, dove la Francia è al momento la nazione messa peggio – con 50 mila casi al giorno e la prospettiva di raggiungere in poche settimane i 100 mila. Gli altri paesi, compreso il nostro, seguono a ruota con qualche mese di ritardo. Il pericolo più grande è la possibile saturazione dei posti disponibili nelle terapie intensive che, nonostante siano state potenziate ovunque in questi mesi, potrebbero non reggere l’urto. E non ci sono investimenti che tengono per adeguarle nell’immediato. Si può stampare, infatti, tutta la moneta che si vuole ma ogni posto in più di terapia intensiva richiede professionalità che non si possono moltiplicare “con un click” delle Banche Centrali come si fa con la moneta. I governi stanno perciò pian piano imponendo restrizioni nella speranza che possano contenere i contagi e scongiurare nuovi lockdown prima della fine dell’anno, con ulteriori nuovi immaginabili shock sull’economia reale. Certo il grande crollo dei mercati finanziari registrato tra marzo e aprile è stato abbondantemente recuperato da una ripresa delle borse che ha avuto la stessa velocità della caduta. Se l’indice azionario mondiale aveva segnato da inizio anno un ribasso del 35% in primavera, oggi registra ancora un guadagno del 3% da inizio anno, nonostante le tensioni delle ultime settimane. Tuttavia l’economia reale – che pure ha avuto nel secondo e nel terzo trimestre dell’anno un buon recupero – registra ancora una pesante contrazione del PIL, mentre arrivano i primi dati del quarto trimestre che anticipano un nuovo probabile preoccupante rallentamento. C’è insomma un disallineamento tra mercati finanziari ed economia reale dovuto al fatto che i mercati finanziari tendono sempre a stare alcuni mesi avanti rispetto alla concreta situazione economica del momento. Sostenuti dalla imponente liquidità iniettata come non mai dalle Banche Centrali di tutto il mondo, speranzosi degli effetti futuri delle politiche fiscali che i governi hanno messo in campo – come non si vedeva dai tempi dell’immediato dopoguerra – e consapevoli che la pandemia prima o poi finirà, le grandi case di investimento hanno riposizionato e riequilibrato i loro investimenti puntando sui settori che traineranno la ripresa post Covid (intelligenza artificiale, biotecnologie, ecommerce, 5G) con l’effetto di aver spinto gli indici delle borse ben oltre ciò che la situazione contingente giustifica. Ovviamente ci sono settori e paesi che soffrono e altri che avanzano a gonfie vele come avviene in tutte le crisi che si rispettano. Tutto ciò è importante anche per l’economia reale e tuttavia la piega che stanno prendendo gli eventi induce nuovamente all’attesa. E’ chiaro infatti che se è a rischio la tenuta dei sistemi sanitari e della stessa coesione sociale (e quindi del sistema politico) la prospettiva dei prossimi 6/12 mesi può cambiare. Ora al di là delle manifestazioni dei negazionisti (come si sa la mamma degli imbecilli è sempre incinta) e delle strumentalizzazioni politiche (purtroppo sproporzionate nelle fasi di crisi acute che risvegliano pulsioni populiste), le tensioni sociali di questi giorni – presenti non solo a Napoli e in Italia ma in tutto l’Occidente – ci dicono quanto siano stati e siano pesanti gli effetti sociali della pandemia in un sistema che ha portato le disuguaglianze a livelli inauditi. Per questa ragione siamo entrati da qualche settimana in una nuova fase di forte incertezza e di volatilità la cui durata dipenderà dagli sviluppi su diversi fronti. Il primo è certamente quello della malattia. Ormai è molto probabile che entro fine anno il vaccino sviluppato dall’università di Oxford in collaborazione con la AstraZeneca – già nella terza fase della sperimentazione – otterrà la validazione, rendendo possibile la distribuzione delle prime dosi di emergenza ad inizio anno nuovo e un livello di vaccinazione soddisfacente entro giugno. Inoltre è probabile che a marzo avremo anche un farmaco con anticorpi monoclonali efficace per la cura (quella di cui ha beneficiato Trump). Questa quasi certezza ha impedito – fino ad ora – un nuovo forte tonfo dei mercati che continuano a vedere il superamento della fase acuta della malattia entro la prima metà del 2021. Il secondo fronte, invece, più incerto, riguarda la politica. Bisognerà capire, appunto, se le restrizioni decise dai governi riusciranno – prima dell’arrivo del Natale – ad evitare sia la saturazione delle terapie intensive, sia la disperazione sociale, attraverso manovre finanziarie di emergenza che non potranno che aumentare ulteriormente un indebitamento pubblico già a livello di guardia. Poi rimane il problema della prospettiva di più lungo periodo che è legata al successo delle politiche fiscali, ancora in via di definizione (per L’Europa il recovery fund, per gli USA il nuovo piano di stimoli al momento fermo al Congresso), ma anche alla possibilità di aprire una nuova fase sul piano di una governance globale fondata sulla cooperazione internazionale e non sulle guerre commerciali, verso cui hanno spinto i rigurgiti nazionalisti. E’ evidente che, da questo punto di vista, l’esito delle elezioni USA del 3 novembre sarà decisivo. Al momento Biden pare favorito ma è importate capire anche se i democratici avranno la maggioranza in entrambi i rami del parlamento. Maggioranza indispensabile per varare il secondo poderoso piano di stimoli fiscali, su cui i repubblicani tengono il freno tirato, ma soprattutto una politica internazionale della (ancora) prima potenza mondiale, volta a ricostruire un nuovo ordine internazionale, che non può essere fondato sull’unilateralismo e il nazionalismo che hanno ispirato l’azione di Trump. In ogni caso anche se su entrambi i fronti, sanitario e politico, non mancano ragioni fondate di speranza, il quadro economico e politico generale rimane complesso. La pandemia ha accelerato processi economici e politici già in atto. Ha fermato l’ondata populista, mostrando a tutti che le soluzioni alle sfide di questo tempo non possono avere un orizzonte nazionale. Contemporaneamente ha spinto sul terreno dell’innovazione tecnologica mettendo sempre più in evidenza come anche il cambiamento epocale in atto presenti accanto alle opportunità, dei rischi enormi. C’è una rivoluzione in atto nell’economia e nei rapporti geopolitici. Una rivoluzione che è sotto gli occhi di tutti. Ci sono settori e continenti che soffrono e perdono terreno, altri che rafforzano il proprio ruolo e il proprio peso. Di certo quando la pandemia finirà nulla sarà come prima. Ma se questo “nuovo mondo” sarà più equo e più giusto di prima dipenderà soprattutto da come evolverà il rapporto tra lavoro e capitale, tra Stato e mercato. Due terreni sui quali, purtroppo, c’è un difetto di consapevolezza e di attenzione.

2 commenti

  1. Purtroppo non siamo mesi indietro al resto d’Europa, siamo una settimana indietro. Il numero di contagiati sta raddoppiando ogni 7 giorni, se non succede un miracolo i contagiati saranno circa 40000 per fine settimana e probabilmente raggiungeremo i 100000 per metà novembre…😭

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  2. Spero che in questo periodo l’EUROPA, che mi sembra frastornata da questa pandemia, riesca a trovare il tempo e l forza per trovare una nuova forma di rappresentanza che riesca a superare lo stallo decisionale nel quale si è trovata in questi ultimi anni. Tutta corretta l’analisi che hai fatto però penso che non possiamo restare a guardare quello che gli altri Paesi fanno o faranno. per cui è urgente affrontare questo discorso proprio ora che questo morbo in un certo qual modo ci ha resi tutti uguali.

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