Voterò SI per la sinistra e per il Paese

Non condivido le motivazioni che hanno portato una parte larga del parlamento a votare il taglio dei parlamentari. Populismo e demagogia sono quanto di più lontano possa esistere rispetto alle mie convinzioni ed esperienze politiche. Tuttavia non mi faccio dettare le scelte di voto dalle emozioni e ancor meno dal tatticismo. Non dimentico che l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero dei parlamentari è stato per decenni uno dei cavalli di battaglia del PCI per ragioni opposte a quelle risibili che mettono l’accento sui costi della politica. Con l’avvento della UE e l’istituzione dei Consigli Regionali l’architettura istituzionale del Paese è cambiata radicalmente e sono cambiati funzione e ruolo dei parlamenti nazionali. Ridurre il numero dei parlamentari e superare il “bicameralismo perfetto” è da tempo una necessità per snellire e rendere efficiente l’attività del Parlamento. Se fino ad oggi questo obiettivo è rimasto solo nei programmi delle forze riformiste più preoccupate di restituire credibilità alle istituzioni è perché è oggettivamente problematico convincere i parlamentari a ridimensionare il loro spazio. Avrei preferito che questo taglio fosse accompagnato da una riforma del bicameralismo e soprattutto da una riforma elettorale che restituisse agli elettori la scelta dei parlamentari. Tuttavia con questo referendum si potrà dire solo un si o un no alla riduzione del numero dei parlamentari. Perché rinunciarvi? Sinceramente non capisco chi sostiene che ridurre il numero dei parlamentari comporti un indebolimento della democrazia. E perché mai? La democrazia rappresentativa è in discussione per ben altre ragioni: il ritardo nell’adeguare la dimensione dello Stato e della democrazia alla globalizzazione della finanza e dell’economia, che oggi sono molto più forti dei vecchi “staterelli” sempre più incapaci da soli di affrontare mercati globali e sfide di portata inaudita; la conseguente crisi dei corpi intermedi, dai partiti ai sindacati e non solo; le riforme elettorali che hanno messo la scelta degli eletti nelle mani dei vertici nazionali di partiti sempre più deboli e ridotti ad assemblaggi di comitati elettorali. Non mi pare che votando no si possa dare una risposta anche ad una sola di queste ragioni. Anzi si spingerebbe ancor più una società impaurita dalla crisi epocale che stiamo attraversando nelle braccia di demagoghi e reazionari della peggiore specie. Tagliare il numero di parlamentari è una delle condizioni, non la sola, per restituire credibilità alle istituzioni. Se non si vuole apparire inutilmente conservatori piuttosto che dire no bisogna accompagnare il si al taglio al si al completamento del processo riformatore. E’ pertanto auspicabile che le forze del centrosinistra lavorino unite per il si accompagnandolo con un impegno forte a dare battaglia – con la stessa determinazione che in passato hanno espresso per altre conquiste di progresso – per una riforma del parlamento e soprattutto per una nuova legge elettorale. Anche per evitare che dentro il SI vivano solo le ragioni demagogiche dei vari populismi e per fare in modo che il taglio dei parlamentari diventi l’occasione per completare quella ” grande riforma istituzionale” – che non riguarda solo il parlamento ma investe anche la dimensione europea e quella di un sistema di autonomie locali ormai invecchiato – di cui da tempo si avverte l’esigenza. Ovviamente a me non sfugge che dietro la scelta di votare no – espressa da una parte della sinistra e da forze politiche appartenenti a diversi schieramenti – vi sono anche ragioni che, pur partono da motivazioni politiche diverse, sono tutte riconducibili alla volontà di far saltare gli attuali equilibri politici. Io non sono tra quelli che ritengono l’attuale alleanza tra PD e 5 stelle come una scelta strategica per ricostruire il futuro del sistema politico italiano. I fatti dimostrano quanto sia difficile e poco probabile una evoluzione riformista di un movimento fondato e cresciuto su spinte protestatarie e demagogiche. Tuttavia non dimentico che nel 2018 gli elettori hanno eletto il parlamento con il più alto tasso di populismo della nostra storia e che se non fosse nato l’attuale governo oggi l’Italia sarebbe nelle mani di una destra nazionalista che l’avrebbe portata fuori dall’Europa. Non oso immaginare con quali conseguenze soprattutto in una fase segnata da una pandemia ancora in atto che ha dato un colpo durissimo all’economia internazionale. Dove sarebbe oggi l’Italia senza la BCE e l’UE? Il calo di consensi alla lega che si registra nei sondaggi dimostra che forse finalmente una parte consistente del Paese ha capito che l’Italia fuori dall’Europa non avrebbe futuro e che l’Europa occorre cambiarla standoci saldamente dentro, non distruggendo quel poco che è stato faticosamente costruito. E’ difficile negare che, nella situazione data, questo governo rappresenta il “meno peggio”. A meno che qualcuno non pensi vi siano le condizioni per un governo istituzionale di salute pubblica. Vista la composizione dell’attuale parlamento non è necessario essere dotati di grande acume politico per constatare senza ombra di dubbio che queste condizioni non ci sono. Forse c’è chi punta alle elezioni? Capisco il centrodestra che non a caso si mostra unito nelle elezioni regionali nonostante i problemi che pure esistono al proprio interno. Ma come può essere questo un obiettivo di forze del centrosinistra? Con quale assetto il centrosinistra affronterebbe una campagna elettorale prodotta da un eventuale scioglimento anticipato delle camere? La promessa di Zingaretti, – quella che gli ha fatto vincere il congresso nel marzo del 2019 – di cambiare il PD per farne l’architrave di un nuovo largo centrosinistra è rimasta sulla carta. Il nuovo congresso del PD è scomparso da ogni discussione. Capisco la delusione. Ma fuori dal PD ci sono solo tanti cespuglietti preoccupati esclusivamente della loro grama sopravvivenza. A me hanno insegnato che la politica è l’arte del possibile. E di certo non è possibile attraversare un oceano sconosciuto affidandosi alla navigazione a vista, ancor meno ad avventure velleitarie. Per approdare nel nuovo mondo servono conoscenze, elaborazioni fondate e un equipaggio unito e determinato che sa costruire i sostegni necessari. Votare no al referendum significherebbe apparire come i difensori di uno status quo che nessuno accetta e finirebbe per accentuare il distacco della sinistra dalla società. Ecco perché bisogna votare si motivandolo con l’indicazione di un nuovo orizzonte che sia l’esatto contrario dell’illusorio ritorno al passato proposto dalla destra nazionalista e xenofoba. Una sinistra moderna può costruire un nuovo orizzonte all’altezza di questo tempo se smette di dividersi e di affidare la propria sopravvivenza a lotte fratricide o tattiche improbabili. Serve ricostruire una nuova unità fondata su una lettura comune delle trasformazioni e su un comune progetto di futuro. Per questa prospettiva un ruolo fondamentale spetta al PD. E’ un dato incontestabile. Pensare diversamente sarebbe pura velleità. Nonostante tutto bisogna insistere con tenacia. Altre strade realistiche non ci sono. O questo tentativo o l’accettazione definitiva di una sconfitta storica. Zingaretti recuperi l’impegno a ricostruire il PD e un nuovo centrosinistra e leghi la scelta del si a questa prospettiva oppure la deriva iniziata con le politiche del 2018 sarà inevitabile.

Un commento

  1. Il tuo intervento è degno di un costituzionalista. Lo condivido in pieno perché avevo già deciso di votare si.
    Ne approfitto per ricordarti di quell’articolo. Ciao

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