Passa la svolta dell’Europa ma resta debole la politica italiana

Dopo quattro giorni di durissima trattativa la resistenza dei paesi cosiddetti “frugali” è stata vinta. La svolta dell’Europa, da semplice e al tempo stesso vitale annuncio dell’avvio di una nuova stagione politica comunitaria, è diventata realtà. Le risorse per il rilancio economico della UE del “Next generation Eu”, pari a 750 miliardi di euro – dopo la crisi senza precedenti della domanda e dell’offerta, causata dal lungo lockdown legato alla pandemia di Covid 19 – si aggiungono a quelle già messe a disposizione dal MES e dal poderoso programma di acquisto di titoli e di sostegno al sistema bancario prontamente attuato dalla Banca Centrale Europea. E’ evidente a tutti che senza lo scudo della BCE e senza l’annuncio della svolta politica europea l’UE non avrebbe retto. I paesi più indebitati sarebbero già saltati trascinandosi dietro l’intero impianto istituzionale comunitario. Lo hanno finalmente compreso Merkel e Macron. Bisogna riconoscerlo: è l’asse franco tedesco il vero protagonista di questo passaggio cruciale della nostra storia. L’Italia è il Paese che ne trae i maggiori vantaggi. Da Paese più colpito dalla pandemia – e peggio messo dal punto di vista dei conti pubblici e dello stato dell’economia – è quello che prende la fetta più consistente degli investimenti comunitari: 209 miliardi, 127 di finanziamenti e 81 a fondo perduto. Ma non è solo la quantità delle risorse mobilitate ad essere senza precedenti. Il piano Marshall, che gli USA vararono per rialzare le macerie lasciate dalla guerra in Europa, è poca cosa rispetto alla manovra – al tempo stesso di politica monetaria e di politica fiscale – che sta prendendo corpo in questa fase. Ma conta ancor più la svolta politica rappresentata dalle modalità di finanziamento e di gestione di questo piano. Per la prima volta c’è un piano di investimenti pubblici comune, finanziato da debito in capo alla Commissione Europea e non ai singoli Stati membri e garantito dal bilancio europeo 2021 -2027 di ben 1074 miliardi. E’ l’inizio di un vero processo di integrazione politica. Da oggi l’Europa non è più solo mercato e moneta comune ma si avvia ad essere un vero Stato federale, una vera Unione Politica. La strada non sarà breve e neppure semplice ma è stata tracciata. Purtroppo l’Italia si è trovata ad attraversare uno dei passaggi più difficili della storia in una condizione di evidente debolezza politica. Alle nostre spalle c’è il voto terribile del 2018. Uno sbandamento incredibile dell’opinione pubblica che ha prodotto il parlamento più populista e demagogico della nostra storia. Non ci vuole molto ad immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2019 non fosse intervenuta la crisi del governo lega e cinque stelle, dominato dal nazionalismo di Salvini e dalla confusione politica che ha caratterizzato il movimento cinque stelle nella prima fase della legislatura. Tuttavia se l’attuale governo, l’unico possibile dopo quella crisi nell’attuale parlamento, ha consentito all’Italia di poter essere un interlocutore minimamente affidabile al tavolo europeo, non possiamo tacere la sua fragilità causata dal cammino ancora incompiuto dei due principali partner. Da un lato il “cambiare tutto” promesso da Zingaretti dopo le primarie del marzo dell’anno scorso, che ha cambiato ancora troppo poco di un partito ridotto da Renzi in un assemblaggio di comitati elettorali. Dall’altro il tentativo di Grillo – di trasformare un movimento improvvisato e confuso, cresciuto a dismisura cavalcando ogni protesta, in una forza di governo affidabile – che incontra difficoltà comprensibili ma non compatibili con la necessità di garantire un indirizzo politico riformatore e deciso nel pieno di una grande tempesta economica e sociale mondiale. Le resistenze incomprensibili dei 5 stelle sull’utilizzo delle risorse del MES – indispensabili per adeguare il nostro sistema sanitario all’immane sfida di una pandemia tutt’altro che conclusa – le divisioni che caratterizzano l’attuale maggioranza su questioni fondamentali per il futuro del Paese, la minaccia di una scissione dei 5 stelle che può togliere la maggioranza in parlamento al governo Conte, una destra ormai saldamente in mano alle componenti nazionaliste ed antieuropee, rendono chiara la drammaticità della crisi del sistema politico italiano. C’è poco da fare. Siamo disperatamente aggrappati alla tenuta dell’Europa senza riuscire a svolgere fino in fondo il ruolo che compete ad un paese fondatore per garantire questa tenuta. Un dato positivo c’è: una parte consistente del Paese ha finalmente compreso che nel mondo di oggi le piccole nazioni europee da sole non sono in grado di affrontare le sfide del futuro – dagli effetti dei cambiamenti climatici, alle grandi migrazioni, alle crisi economiche devastanti, figlie un sistema economico globale neoliberista che non regge più e che può essere ridefinito solo attraverso una intesa tra i grandi imperi continentali. Il crollo della lega nei sondaggi è la dimostrazione evidente di questa nuova consapevolezza. Ovviamente non basta. Serve una coalizione riformista e moderna all’altezza dei tempi e della sfida. Facciamo fatica a costruirla ma non abbiamo alternative.

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