Ancorati all’Europa ma il difficile comincia ora

La tempesta scatenata dalla pandemia da Covid 19 è stata terribile. Non è finita ma, forse, il peggio – dal punto di vista sanitario – è alle spalle. Mai l’economia ha conosciuto uno shock così forte che ha investito contemporaneamente sia la domanda che l’offerta. Un paese con il carico di debito pubblico che si ritrova l’Italia non avrebbe retto questo urto senza la pronta risposta delle istituzioni monetarie e politiche dell’Europa. La gente lo ha capito e i nazionalisti sono in difficoltà. In questi mesi, come segnalano i sondaggi, la lega è crollata di oltre il 10 per cento. La BCE ha garantito liquidità al sistema bancario e all’ economia. Inoltre con il programma di acquisto dei titoli obbligazionari ha impedito che il nostro spread salisse alle stelle, con le conseguenze che tutti possono immaginare. La decisione della UE di sospendere il patto di stabilità ha consentito ai governi nazionali di indebitarsi per risarcire almeno in parte le perdite accumulate in questi mesi dalle imprese e dalle famiglie. Inoltre per la prima volta è stata pronta anche la risposta Europea sul piano delle politiche fiscali con la messa a disposizione di 300 miliardi attraverso il MES, la BEI e le risorse per la cassa integrazione e i 700 miliardi di euro a carico del bilancio europeo, che nel concreto comportano che i paesi con maggiori difficoltà non solo potranno indebitarsi a costi molto bassi, avendo la garanzia comune, ma prenderanno più di quanto dovranno restituire. Insomma per la nave italiana l’Europa è stato il porto sicuro nel quale ancorare durante la tempesta ed ora è il fornitore dei mezzi necessari per riprendere la navigazione. Le vere difficoltà però cominciano adesso. Man mano che l’economia riprenderà a funzionare normalmente si vedranno i danni strutturali che sono stati arrecati ai mercati e ai loro protagonisti: imprese, famiglie, istituzioni pubbliche. Quindi conterà molto la capacità di utilizzare al meglio le risorse disponibili che vanno impiegate per adeguarsi ai processi di innovazione, necessari già prima, che ora la pandemia ha finito per accelerare: riconversione ecologica, digitalizzazione, modernizzazione delle infrastrutture, qualificazione dello stato sociale a partire dalla sanità. Sarà l’Europa a pretendere un programma coerente con questi obiettivi perché i paesi che per la prima volta stanno mettendo mano ai loro portafogli per aiutare quelli in difficoltà, hanno bisogno di rasserenare la loro opinione pubblica. Tuttavia conterà molto l’azione del nostro governo per accompagnare questo processo. È nota, infatti, la nostra difficoltà a spendere le risorse presto e bene e sono note le riforme necessarie per sburocratizzare e snellire il sistema: la giustizia troppo lenta, la pubblica amministrazione inefficiente, il sistema delle autonomie locali frammentato e inadeguato. Ora se è vero che, dato l’alto tasso di populismo dell’attuale parlamento, quello che abbiamo è il miglior governo che potevamo avere qui ed ora per discutere con l’Europa in un momento tragico come questo, non è certo scontato possa fare al meglio ciò che è necessario. I 5 stelle vivono ancora con acutezza la loro contraddizione con l’approccio demagogico che ha accompagnato il loro cammino. Il PD, che pure è la forza più credibile nei confronti della UE, è in grave ritardo nell’attuare quel processo di profonda riorganizzazione politica e organizzativa che Zingaretti ha annunciato più volte. Le contraddizioni nel governo sono evidenti. Si discute ancora sull’opportunità di utilizzare le preziose risorse del MES e si mette l’accento sull’IVA quando sono altre le priorità del Paese: dare respiro ai redditi da lavoro che sono stati troppo compressi in questi anni e fare le riforme per rendere efficiente lo Stato. La campagna elettorale per le regionali, dall’altro, svela la gravità della crisi politica e di classe dirigente dell’Italia: un centro destra nelle mani dei nazionalisti e una coalizione di governo che si presenta divisa ovunque e che, soprattutto, è tutta concentrata sui nomi e sulle alleanze, senza offrire progetti e visione su dove vogliono portare le regioni di fronte alle grandi sfide da affrontare nei prossimi cinque anni. Occorre aprire un confronto serio nei partiti e con la società se non vogliamo sciupare l’opportunità che la svolta appena cominciata in Europa ci offre per fronteggiare la peggiore crisi che l’umanità abbia mai vissuto.

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