Cambierà tutto? Non è poi così scontato

La settimana scorsa siamo tutti rimasti impressionati dalle previsioni del Fondo Monetario Internazionale sugli effetti che la pandemia avrà sul PIL del 2020 dell’Italia, dell’Europa e del Mondo. Questa settimana si apre con previsioni ancora più pesanti da parte della Bundesbank e della Banca di Spagna. Negli USA in tre settimane le domande di sussidi di disoccupazione hanno superato i 22 milioni. In sostanza sono saltati tutti i posti di lavoro creati dopo la grande recessione del 2008/2009. Assistiamo ad un crollo epocale del prezzo del petrolio. Il future sul WTI è precipitato sotto zero a -37,63 $. Dopo che la politica monetaria non convenzionale ci ha fatto vivere la lunga stagione dei titoli obbligazionari a rendimento negativo ora abbiamo una nuova conferma che la realtà supera sempre la fantasia. Inoltre le incertezze sono ancora molte. La prima riguarda i tempi della malattia: se l’Italia ha forse raggiunto il picco, gli USA non lo toccheranno prima di giugno. Il blocco di gran parte delle attività produttive potrebbe durare più di due trimestri. C’è poi ancora da valutare che tipo di ripresa avremo. La Cina, che per prima ha avviato la fase due, dimostra che è complicata e improbabile una ripresa rapida e robusta. Con le grandi economie del mondo che hanno tempi diversi di uscita dalla fase 1, il commercio internazionale non tornerà presto ai livelli precedenti. Dunque anche per la Cina – che ha da tempo tassi di crescita di gran lunga superiori ai nostri – il recupero di un segno più sul PIL dei prossimi trimestri, che sia in grado di superare la botta pesante ricevuta nel primo trimestre dell’anno, appare incerto. Nonostante ciò i mercati finanziari hanno recuperato rispetto ai minimi impressionanti raggiunti nel mese di marzo, spinti dalla risposta rapida delle Banche Centrali e dall’annuncio di politiche fiscali di portata mai viste da parte dei governi. Non solo quelli della Cina e degli USA. Anche in Europa – dopo la sospensione del patto di stabilità, delle regole del MES e del divieto agli aiuti di stato, dopo i primi stanziamenti per disoccupazione e liquidità alle imprese – si sta discutendo, con il consenso della Germania, di un raddoppio del bilancio della UE che potrebbe passare da 1000 a 2000/2500 miliardi. Vedremo giovedì. Tutto ciò è ovviamente importante ma, tuttavia, non basta, come la volatilità elevata delle borse segnala. Non a caso negli USA già si lavora ad un nuovo piano di spesa pubblica, dopo quello che ha mobilitato più di 2000 miliardi. Ma non è solo questione di quantità. C’è da capire come finanziare piani di rilancio così imponenti e, soprattutto, quali contenuti avranno, se ci sarà la qualità necessaria degli interventi. Sul primo punto stiamo parlando di cifre che fanno impallidire il famoso piano Marshall e rappresentano un problema per tutti – non solo per l’Europa che pure registra un divario molto forte dei livelli di debito pubblico dei 27 paesi dell’UE. Di certo le manovre tradizionali non bastano. In un momento come questo non ci sono molti margini per agire sulle entrate e quindi sulla fiscalità, ancor meno sui tagli della spesa. Anche l’aumento del debito mediante il tradizionale ricorso ai mercati finanziari presenta un problema di sostenibilità, nonostante gli acquisti delle banche centrali sui mercati secondari. Non meno problematico è il punto sui contenuti dei piani di rilancio. Certo è necessario dare liquidità a famiglie ed imprese, prevedere partecipazioni significative degli stati nel capitale delle imprese strategiche. Ma qui si tratta non solo di salvaguardare e ricostruire il tessuto economico ma anche di operare una riconversione ecologica dell’economia, di cambiare il modello di società e dei consumi. Quando si dice che dopo questo flagello nulla può più essere come prima bisogna intendersi bene. Per cambiare davvero è necessario mettere in discussione la logica del sistema, la finalità dello sviluppo. Altrimenti superata la pandemia i comportamenti saranno gli stessi di prima e dopo una crisi sanitaria arriverà un altra crisi economica, finanziaria o ambientale. Ciò che questa esperienza tragica ci dice è che non c’è una crisi economica separata da quella sanitaria o da quella ambientale. Siamo in presenza di una crisi di sistema, di un modello di società e un modello di economia socialmente ed ecologicamente insostenibili. Se non si affrontano le cause di questa grande crisi di inizio secolo – cause riconducibili alla crescita delle diseguaglianze e agli effetti dell’inquinamento – non ne usciremo mai. Andremo incontro a emergenze sempre più gravi avendo a disposizione armi sempre più spuntate. Qui non si tratta solo di riportare lo scettro nuovamente nelle mani del pubblico per una fase limitata al periodo emergenziale. Bisogna cambiare le regole del sistema. Bisogna prendere atto che il liberismo, anche nella sua versione monetarista, è uno zombi che, per dirla con Krugman, “uccide le buone idee della politica”. Il liberismo è uno zombi perché si è rivelata fallimentare più volte l’idea di un mercato in grado di autoregolarsi. Il monetarismo è uno zombi perché l’idea che il controllo dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali sia sufficiente a scongiurare le recessioni è già fallita nel 2008. Eppure continuano a regolare la nostra vita. Non si tratta dunque di un cambiamento banale ma di superare ideologie, interessi consolidati e potenti che continuano a dominare anche quando i fatti dimostrano che producono disastri. Per fare in modo che i mercati e la moneta non siano guidati dalla logica del profitto ma dalla ricerca del benessere e della felicità, serve un nuovo umanesimo politico ed economico che riscriva tutto l’ordine internazionale. E’ un passaggio che la situazione rende certamente necessario ma non per questo diventa scontato o meno complicato. Sento troppe persone che mentre ripropongono vecchi schemi ripetono che nulla sarà più come prima. Il cambiamento vero e non di facciata non è mai scontato. E’ sempre faticoso perché mette in discussione privilegi, gerarchie, abitudini radicate. Servono un nuovo pensiero e una forza in grado di affermarlo. Altrimenti l’umanità perderà una occasione e non è detto che ne avrà un altra.

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