Crisi e disuguaglianze – la disuguaglianza come causa nonché conseguenza della crisi

Da “La crisi, la sinistra l’Europa di Adolfo Villani Ediesse 2016” Cap 2 – Le Cause paragrafo 2 – Crisi e disuguaglianze

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Al di là di quella che è stata la causa scatenante della grande recessione – individuata nella bolla immobiliare creata dai mutui subprime e dal ruolo abnorme assunto della finanza dopo la crisi degli anni settanta – a ben vedere, è anch’essa legata a quella tendenza strutturale del capitalismo di produrre una quantità di beni e servizi che superano di gran lunga la domanda del mercato. Tendenza non contenibile, a differenza di quanto pensavano i fautori del neoliberismo, se non in tempi limitati, mediante lo sfruttamento della leva finanziaria da parte del sistema bancario che, se in una fase iniziale può dare l’impressione di essere uno strumento efficace nel sostegno dei consumi, in realtà nel lungo termine la rende ancora più pericolosa e difficilmente controllabile, perché ne esaspera gli effetti. Le ragioni le ha spiegate Karl Marx ne Il Capitale, pubblicato nel lontano 1867 ma sono sempre valide. Come è noto il nucleo centrale dell’analisi di Marx è basato sulla convinzione che il valore delle merci è legato alla quantità di lavoro necessario per produrle. L’esigenza del capitalismo di aumentare i margini di profitto spinge il sistema alla continua innovazione tecnologica, finalizzata fondamentalmente alla riduzione della forza lavoro. Ciò determina un cortocircuito tra l’offerta e la domanda dei beni. In definitiva il processo di accumulazione del capitale finisce per accentrare la ricchezza in poche mani, per impoverire masse crescenti di lavoratori e quindi per provocare un calo della domanda e una conseguente crisi di sovrapproduzione. È accaduto nel 1929 e poi anche nel 2007/2009, non appena è diventato impossibile continuare a garantire l’erogazione permanente del credito. Che l’analisi di Marx poggi su solide fondamenta lo riconosce un economista, di certo non marxista, del calibro di Nouriel Roubini, il quale, nel citato volume del 2010 (La crisi non è finita) scrive testualmente: «Ciò che conta qui è che Marx fu il primo pensatore a considerare il capitalismo intrinsecamente instabile e soggetto alle crisi. Nell’opinione del filosofo tedesco, il capitalismo era l’incarnazione del caos, un sistema destinato inevitabilmente a precipitare nell’abisso trascinando con sé l’economia. Marx si distingueva perciò dalla precedente generazione di economisti politici che vedevano nel capitalismo un sistema in grado di governarsi da sé. Il capitalismo, ammoniva, era condannato. La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo costituisce un’intuizione estremamente motivata: dopo Marx, gli economisti hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione […]. Il capitalismo è crisi: la sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e incertezza che non ha precedenti nella storia umana». Dopotutto non siamo usciti dalla crisi del ’29 con il pensiero nuovo di Keynes che, riconoscendo fondata l’analisi marxista sulla propensione del capitalismo a produrre crisi ricorrenti, sosteneva la necessità dell’intervento dello Stato a sostegno della domanda? Un pensiero che portò alla separazione tra capitalismo e liberismo, a un nuovo rapporto tra Stato e mercato? E non è forse oggi l’alterazione di quel rapporto a favore del mercato, indotta dal tipo di globalizzazione sregolata che abbiamo avuto, dal ritorno a una forma di liberismo sostenuto dall’accumulazione finanziaria, ad aver determinato un nuovo forte divario tra produzione e consumi? Sono diversi gli studiosi di fama mondiale che individuano nella crescita abnorme delle disuguaglianze – che il processo di finanziarizzazione dell’economia, della produzione dei soldi mediante i soldi, ha portato alle estreme conseguenze – la causa principale di questa crisi. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, professore alla Columbia University, ex vicepresidente della Banca mondiale ed ex collaboratore del Presidente Clinton, ha dedicato un intero volume proprio al rapporto tra la diseguaglianza e la crisi (“Il prezzo della diseguaglianza, Edito da Einaudi, Torino, 2013). Riporto una sintesi efficace di questa ricerca che l’autore scrive nella prefazione: «L’ultima volta che la disuguaglianza si è avvicinata all’allarmante livello che osserviamo oggi fu durante gli anni precedenti alla Grande Depressione. E come dimostrerò nel quarto capitolo l’instabilità economica vissuta allora e l’instabilità economica che osserviamo ai nostri giorni sono strettamente legate a tale aumento di disuguaglianza». In altro capitolo aggiunge: «La disuguaglianza è causa, nonché conseguenza del fallimento del sistema politico e contribuisce alla instabilità del nostro sistema economico, il quale a sua volta contribuisce ad aumentare la disuguaglianza, in un circolo vizioso che è come una spirale discendente in cui siamo costretti». Luciano Gallino ha dedicato al tema delle diseguaglianze come causa della crisi il secondo capitolo del suo libro “Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa“, nel quale scrive: «In questo capitolo vengono esamina- te due ipotesi correlate: I) le disuguaglianze di reddito e di ricchezza osservabili negli Stati Uniti e nella Unione Europea sono macroscopiche e risultano in notevole aumento da de- cenni. Inoltre esse sono state a lungo fortemente sottostima- te; II) le disuguaglianze, pur essendo un fattore strutturale di lungo periodo della grande crisi economica e finanziaria ma- turato nel corso di decenni, sono giunte a determinare negli anni duemila comportamenti collettivi che sono stati uno dei fattori scatenanti della crisi iniziata nel 2007 […]. Negli Stati Uniti, tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta il reddito del 10 per cento più benestante della popolazione toccava il 30 per cento, una quota sulla quale si era più o meno mantenuto nei quarant’anni precedenti. Dopo il 1980, tale quota ha raggiunto il 50 per cento: un decimo della popolazione percepisce dunque la metà del reddito nazionale […]. L’1 per cento dei contribuenti percepiva nel 1980 il 9 per cento del PIL, mentre nel 2006 è arrivato a toccare il 23 per cento. Al fondo della piramide distributiva, il 40 per cento della popolazione ha visto la propria quota di reddito scendere, nello stesso periodo, dal 18 al 14 per cento. Per i paesi UE non è purtroppo disponibile un dato analogo […]. Riguardo all’Italia, il reddito percepito dal decimo più bene- stante equivaleva, nel 2008, a 10-11 volte la quota percepita dal decimo di famiglie, o decile, avente il reddito più basso. Dati di poco inferiori si registrano in Francia e in Germania». Più avanti giustamente aggiunge che: «L’ammontare della ricchezza e del reddito occultato illecitamente sia entro i singoli paesi, sia in centri offshore, è tale da inficiare per difetto tutte le analisi sinora effettuate. Ne segue che definire macroscopiche le disuguaglianze esistenti nei paesi sviluppati è riduttivo: in effetti, esse sono letteralmente fuori da ogni misura. Lo stesso vale per i paesi emergenti, che non rientrano però nella nostra analisi». La dimostrazione più approfondita e convincente dell’evoluzione delle disuguaglianze dai tempi della rivoluzione francese a oggi e dei suoi rapporti con l’andamento dell’economia e con le crisi, viene dalla ricerca di Thomas Piketty, docente alla École de Economie di Parigi (Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014.). La sua ricerca, come lui stesso afferma e come viene ampiamente riconosciuto, è fon- data su «dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti». Essa si basa su fonti preci- se e ufficiali quali i dati fiscali frutto delle dichiarazioni dei re- diti, i bilanci nazionali, i patrimoni in rapporto con i redditi. La conclusione è: «Quando il tasso di rendimento del capita- le supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche». Ciò che qui voglio riportare in modo necessariamente succinto, di un lavoro molto complesso, racchiuso in un testo di oltre ottocento pagine, è la descrizione della dinamica del rapporto tra red- diti da capitale, redditi da lavoro e prodotto interno lordo nel corso del secolo scorso fino ai giorni nostri. Lo faccio perché la questione è molto rilevante per affrontare il nodo della sconfitta della sinistra e del rapporto tra questa sconfitta e la crisi. Quando, tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, per superare la grave crisi prodotta dalla guerra, si avviano politiche pubbliche espansive, gli Stati garantiscono servizi assistenziali e sociali di primaria importanza, il rafforzamento del sindacato migliora le condizioni di lavoro e di red- dito dei lavoratori, si riducono le diseguaglianze e si ha il periodo di maggiore crescita dell’economica, dell’occupazione e delle condizioni di vita delle masse. In quegli anni l’incidenza dei redditi di capitale sul prodotto interno lordo, che prima delle due guerre era intorno al cinquanta per cento, scende al 30/35 per cento, mentre cresce di pari passo la quota dei red- diti da lavoro. Negli anni settanta e ottanta e successivi arriva- no i cambiamenti politici, determinati dalle svolte conservatrici di Margaret Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli USA, in termini di riduzione dello stato sociale, di liberalizzazione dei movimenti di capitale, di indebolimento del ruolo degli Stati nazionali e dei sindacati, di deregolamentazione dei mercati. Assistiamo così al ritorno della quota dei redditi da capitale intorno al cinquanta per cento del prodotto interno lordo, mentre si riduce la quota dei redditi da lavoro. Con l’ampliamento delle diseguaglianze si attenua il tasso di crescita, che nei paesi sviluppati non torna più ai livelli del dopoguerra, mentre cresce la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, aumenta la povertà, si susseguono le crisi. Tuttavia non sono solo gli studiosi a sottolineare il peso che la questione della crescita delle disuguaglianze ha avuto in questi anni. È interessante, ad esempio, quanto scrive l’ISTAT nel suo rapporto annuale del 2014 (ISTAT, I conti pubblici negli anni della crisi, capitolo V in Rapporto annuale 2014. La situazione del Paese http://www.istat.it/it/files/2014/05/) perché è significativo sia dal punto di vista del rapporto tra diseguaglianze e sviluppo, sia per sfatare false credenze sul peso che, secondo alcuni, una maggiore generosità dello stato sociale esercita in negativo sui tassi di crescita. Scrive l’ISTAT: «L’Italia registra uno dei più alti gradi di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi fa- miliari primari […]. In base a dati internazionali comparabili dell’Ocse riferiti al 2010, in Italia la disuguaglianza dei red- diti di mercato, misurata dall’indice Gini [l’indice Gini è relativo al calcolo delle disuguaglianze ed è tanto più alto quanto maggiore è la disuguaglianza, nda], è pari allo 0,52 e si riduce a 0,34 in seguito alla redistribuzione monetaria operata dall’intervento pubblico. In Italia i trasferimenti pubblici, i contributi sociali e le imposte sui redditi riducono la disuguaglianza di 18 punti percentuali dell’indice Gini. Il sistema pubblico opera una redistribuzione di entità simile, o anche superiore, a quella osservata in paesi come Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia e Islanda, che pure hanno una distribuzione molto più egualitaria dei redditi familiari disponibili dopo i trasferimenti e i prelievi. A questa riallocazione dei red- diti guadagnati sul mercato si aggiungono gli effetti redistributivi dell’erogazione alle famiglie di beni e servizi pubblici in natura, come per esempio i servizi legati all’istruzione e alla sanità, non facili da valutare in termini monetari e non considerati in questo paragrafo, in cui si valuta la sola redistribuzione monetaria. Nonostante una redistribuzione di entità apprezzabile, l’Italia rimane uno dei paesi europei con livelli più elevati di disuguaglianza economica anche dopo l’intervento pubblico, collocandosi al quinto posto in Europa dopo Regno Unito, Grecia, Portogallo e Spagna». Considerare le disparità nei livelli di crescita, anche prece- denti alla crisi del 2008, tra l’Italia e i paesi del Nord Europa mi sembra un quadro molto chiaro e istruttivo. Ma se sulla crescita della diseguaglianza si vogliono valutare anche dati più recenti, che provengono dal cuore pulsante del capitalismo, possiamo citare lo studio del 2015 del National Bureau of Economic Research secondo cui lo 0,1 per cento degli americani controlla il 22 per cento della ricchezza nazionale, rispetto al 7 per cento del 1979; il 3 per cento della popolazione detiene il 54 per cento del totale contro il 45 per cento del 1989; il 90 per cento meno ricco ha il 25 per cento rispetto al 33 per cento del 1989. A rincarare la dose è anche il Congressional Budget Office del Parlamento americano, il quale stima che dal 1979 il reddito dell’1 per cento più ricco è aumentato cinque volte più velocemente di quello dei ceti medio bassi. La crisi dunque è la conseguenza della crescita delle diseguaglianze, ma, al tempo stesso, la mancata risoluzione delle cause della crisi fa sì che la crisi sia essa stessa un fattore di ulteriore allargamento delle disuguaglianze. Uno studio della Commissione europea dimostra come le politiche di austerità abbiano prodotto un aumento della popolazione a rischio di «gravi deprivazioni materiali» che è passata da una percentuale dell’8,2 del 2009 al 9,9 del 2012. I soggetti a «rischio di povertà o esclusione sociale» sono passati nello stesso periodo dal 23,2 al 24,3 per cento della popolazione.

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