La posta in gioco e ciò che deve cambiare in noi

Dire che dopo questa pandemia nulla sarà più come prima è diventato un mantra. Certo molte cose sono cambiate e già si intravedono i primi connotati della nuova fase della globalizzazione che sostituirà quella neoliberista. Il primo e più evidente cambiamento sta in un ritorno alla centralità del ruolo dello stato e della spesa pubblica nel governo del ciclo economico e del conflitto sociale. Di conseguenza la politica tornerà ad esercitare il suo primato – in luogo del mercato e dei suoi principali attori – nella regolazione delle controversie internazionali. Tuttavia è sbagliato pensare che questo cambiamento sia automatico e, sopratutto, che possa di per sé portare ovunque benessere e giustizia sociale. La storia è maestra di vita ma ha pochi scolari. Anche la crisi dell’inizio del secolo scorso fu risolta guardando allo Stato e sappiamo bene quale conflitto si aprì tra le diverse concezioni dello Stato e del suo ruolo. Un conflitto solo in parte risolto dalla guerra, il cui esito condusse ad una divisione del Mondo in due blocchi contrapposti sul piano politico e militare nei quali gli Stati nazionali esercivano la loro funzione nei limiti imposti dalle due superpotenze vincitrici. Le analogie tra quella crisi e l’attuale sono molte. In primo luogo la causa che le ha prodotte: l’ideologia liberista, l’idea che il mercato sia in grado di autoregolarsi e di garantire la diffusione del benessere. In secondo luogo la portata devastante degli effetti della crisi sull’economia. Il Fondo Monetario Internazionale ieri ha chiarito molto bene che il sommarsi della crisi del 2008 con questa pandemia, paragonata giustamente ad una guerra, delinea una prospettiva più grave dello stesso 1929. I numeri sono chiari: l’economia globale nel 2009 arretrò dello 0,6%. la previsione del FMI per quest’anno è di un -3%. A differenza del 2008/2009 la caduta sarà molto più forte in Occidente (per fare un esempio la previsione per l’Italia è un -9,1% a fronte di un -5% del 2009) mentre la Cina e i paesi emergenti non riusciranno a tenere i livelli di crescita di allora (la Cina, che all’epoca aveva percentuali di crescita a due cifre, si fermerà ad un misero +1,2%). Abbiamo di fronte, dunque, una sfida di portata immane. Gli Stati che sono in condizione di raccoglierla – per dimensione dell’economia, avanzamento tecnologico e potenza militare – sono essenzialmente due: la Cina da un lato, con il suo modello di capitalismo autoritario; gli Stati Uniti dall’altro, con la loro economia capitalista che convive ancora con uno stato democratico e federale. Sono le stesse potenze che, subito dopo la grande recessione del 2008/2009, già erano entrate in competizione, per riscrivere le regole della globalizzazione, attraverso una guerra commerciale che negli ultimi anni ha generato diversi momenti di incertezza e di volatilità sui mercati finanziari internazionali. Come sappiamo “la storia non si ripete ma fa rima”. Se le nazioni europee vogliono essere protagoniste della riscrittura delle regole della nuova globalizzazione hanno una sola via davanti: uscire da questa crisi con un piano comune e completare il processo di integrazione politica. Purtroppo il nostro Paese si sta dimostrando ancora una volta non all’altezza di questo passaggio. Non mi riferisco solo alla politica, che è sempre lo specchio della società. Mi riferisco al senso comune, al grado di consapevolezza della portata della posta in gioco. Mi riferisco alla società italiana di cui riemerge ad ogni passaggio delicato della storia tutta la sua debolezza e inadeguatezza. Non mi meraviglia constatare la grande quantità di politici intenti, anche in un momento delicato come questo, solo ad inquinare di continuo le acque. Il parlamento è in larga parte in mano a populisti e sprovveduti che altro non sanno fare. Il caso ha voluto che questa tragedia arrivasse dopo la caduta del governo giallonero e almeno ora ci ritroviamo un governo che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha dentro alcuni elementi di responsabilità e di equilibrio. Ciò che scoraggia è verificare come, dopo tutto ciò che è accaduto dalle elezioni politiche del 2018, ci sia ancora una parte larga di opinione pubblica che continua a cascarci e, mentre in Europa è in corso un confronto per noi vitale, va dietro mestatori di bassa risma che alimentano polemiche strumentali su uno strumento in questo momento marginale come il MES, il fondo salva stati. Uno strumento concepito otto/nove anni fa in un contesto diverso – servito a quel tempo a paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna – e ora di fatto sospeso, tanto che è stata prevista la possibilità di utilizzare una parte delle risorse in dotazione al fondo per finanziare, senza condizioni, le spese necessarie per affrontare almeno l’emergenza sanitaria. Ma che polemica è se non un tentativo di sviare l’attenzione dalla vera posta in gioco per trarne qualche vantaggio di parte? Il 23 di aprile si riuniranno i capi di governo della UE per decidere l’importo e le modalità di finanziamento di un piano di rinascita economica che dovrebbe aggirarsi intorno ai 1000/1500 miliardi di euro. Sarebbe bene concentrare il confronto – e se necessario polemizzare anche – su questo, avanzare proposte sui suoi contenuti e obiettivi. Serve, mai come ora, un movimento di opinione in grado di spingere perché a questo piano si affianchi un percorso – chiaro nelle sue tappe e nei suoi tempi – per proseguire verso una reale integrazione politica, un vero Stato federale Europeo. O c’è ancora chi – di fronte a questo Tsunami e nel mondo complicato in cui viviamo – pensa sia possibile cavarsela da soli? A me pare che nella società italiana sia necessaria una presa di coscienza, una maturazione politica e civile, una nuova consapevolezza del tempo che viviamo. La pandemia deve cambiare noi oppure siamo alle solite: “tutto cambia perché nulla cambi”.

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