Pandemia: l’Occidente riscopre il primato della mano pubblica?

La pandemia ha già prodotto cambiamenti profondi negli orientamenti politici e nel senso comune. Lo vediamo nella risposta che si sta profilando in Occidente alla doppia inaudita crisi sanitaria ed economica che ne è scaturita. Una risposta diversa – per tempestività contenuti e valori che la sottendono – rispetto a quelle che sono state prodotte per affrontare tutte le grandi crisi della storia moderna. Un primo cambiamento si ravvisa nella comune adozione dello stesso piano di contrasto alla pandemia. Un protocollo incentrato sul distanziamento sociale e sul blocco di gran parte delle attività produttive. Non era affatto scontato se consideriamo come fino ad oggi la logica della ricerca del massimo profitto, che ha guidato il nostro sistema ecomico e sociale, non è mai minimamente indietreggiata, né in presenza di grandi tragedie umanitarie, né di fronte ai livelli estremamente preoccupanti di alterazione dell’ecosistema. Anche nella fase iniziale dell’epidemia abbiamo visto primeggiare la tutela degli interessi economici sulla salvaguardia della salute pubblica. È accaduto un po’ dappertutto ed in particolare nei Paesi anglosassoni che sono stati fortemente tentati, fino a qualche settimana fa, dall’inseguire la follia della ricerca immediata della “immunitàdi gregge”. La seconda novità sta nella immediatezza e nella portata della scelta di riaffermare il primato dell’intervento pubblico rispetto alle presunte e fallaci capacità di autoregolazione del mercato. Nel corso della grande depressione dell’inizio del secolo scorso, causata dalla prima grande crisi del liberismo, ci vollero decenni e due guerre mondiali prima di approdare ad un compromesso tra democrazia e capitalismo che assegnava allo Stato un ruolo nella regolazione del ciclo economico. Poi con la crisi degli anni 70 – causata dalla fine della convertibilità tra dollaro – oro e dalla spirale dell’aumento dei costi di produzione e dell’inflazione – si affermò l’idea di poter fare a meno dell’intervento dello Stato, per ritornare ad affermare il primato del mercato, sostenuto da un processo di finanziarizzazione dell’economia. La grande recessione del 2008 – conseguenza del fallimento del neoliberismo – è stata affrontata prevalentemente con una espansione della liquidità senza precedenti guidata dalle Banche Centrali. Una sorta di Keynesismo di portata minore, nel senso che la regolazione del ciclo è stata affidata fondamentalmente alla politica monetaria. Attraverso l’acquisto di titoli obbligazionari sul mercato secondario le banche centrali hanno sostenuto i mercati azionari e finanziari e al tempo stesso abbassato il costo del danaro, consentendo a famiglie, società e enti pubblici di aumentare notevolmente l’indebitamento, a fronte di costi più contenuti sui bilanci annuali, con qualche effetto anche sull’economia reale. Di fatto un supporto collettivo alle logiche di mercato. La FED lo fece immediatamente, fin dai primi mesi successivi allo scoppio della crisi, con un massiccio “allentamento quantitativo”. La BCE impiegò, invece, 5 anni per decidersi a seguire la stessa strada, a causa delle solite resistenze dei Paesi del Nord Europa. Sul piano delle politiche fiscali, invece, fino ad ora è stato fatto molto poco. Gli unici a tentare una manovra di politica economica furono gli USA con Obama, che tuttavia mise in campo risorse insufficienti, rispetto alla portata della recessione, a causa della necessità di ottenere i voti dei Repubblicani (che avevano la maggioranza al Senato), da sempre refrattari a manovre finanziarie in deficit. Poi solo nel 2017 è arrivato il taglio delle tasse, finanziato in deficit, di Trump- un repubblicano alquanto atipico – che però ha favorito esclusivamente i più ricchi e non è stata certo una manovra di redistribuzione della ricchezza. In Europa, invece, neppure questo. Di politiche fiscali neppure l’ombra, eccezion fatta per i salvataggi bancari, che sono stati condotti in ordine sparso, senza una strategia comune, tant’è che il progetto di unione bancaria è rimasto monco. La conseguenza non poteva essere altro da una ripresa lenta, fondata su bassa crescita, bassi tassi di interesse e basso livello di inflazione. Un equilibrio molto fragile, esposto in permanenza alle incertezze politiche e a rischi continui di vario ordine che hanno portato molta volatilità sui mercati finanziari. Ora la crisi indotta dalla pandemia in atto colpisce per la prima volta insieme la domanda e l’offerta. La inaudita portata distruttiva di questa sfida sta costringendo tutti a cambiare rapidamente registro. Non solo le Banche Centrali si sono precipitate, stavolta all’unisono, a rilanciare programmi di acquisto di titoli praticamente illimitati, per garantire tutta la liquidità necessaria ai mercati, alle banche e di conseguenza anche alle imprese. Ma, per la prima volta, tutti i Paesi stanno mettendo in campo giganteschi interventi di politiche fiscali mai visti prima, neppure con il New Deal di Roosevelt degli anni 30 e 40 del secolo scorso. Gli Usa hanno varato, infatti, sulla base di una intesa tra Repubblicani e Democratici, un piano da oltre 2000 miliardi di dollari impressionante per dimensione e tempistica. Certo Trump si è mosso soprattutto per salvare le grandi imprese ma i Democratici sono riusciti ad inserire interventi robusti e diretti per le famiglie e i lavoratori. Anche la immobile politica europea ha avuto un sussulto. E’ stato sospeso il patto di stabilità, il guardiano della sciocca politica di austerità imposta dai rigoristi in questi anni, consentendo a tutti i Paesi di indebitarsi senza limiti. La stessa Germania, sempre ostile a finanziare investimenti in deficit, ha deciso di indebitarsi per oltre 150 miliardi di euro e si impegna a garantire il finanziamento bancario delle imprese. Tutti hanno riconosciuto quello che da anni afferma il premio Nobel per l’economia Paul Krugmann e cioè che in tempi di depressione “la virtù diventa vizio, la cautela è rischiosa e la prudenza è follia”. Concetti che con un linguaggio diverso ha riproposto Mario Draghi in questi giorni unitamente all’invito a fare presto per “evitare che la recessione diventi depressione e i costi dell’esitazione diventino irreversibili”. Richiamo quanto mai opportuno dal momento che in Europa resiste anche alla tragedia l’ottusa riluttanza dei paesi del Nord a condividere la responsabilità dell’emissione da parte di una istituzione dell’Unione Europea di strumenti di debito comune che consentirebbero anche ai paesi più indebitati di fronteggiare fino in fondo la situazione gravissima che stiamo vivendo. Un egoismo miope perché è evidente che nessuno si salva da solo, neppure il più forte, mentre una rottura, in presenza di una emergenza così drammatica, potrebbe essere esiziale per la stessa tenuta del processo comunitario. Tuttavia per la prima volta 10 Paesi, che rappresentano il 60 per cento del PIL dell’Eurozona, chiedono unitariamente e formalmente il varo degli Eurobond. Vedremo nei prossimi giorni se si troverà un punto di intesa su un meccanismo europeo di finanziamento di un piano comune di politiche fiscali. Ma almeno finalmente l’Occidente, che con la caduta del muro si era illuso della vittoria definitiva del mercato come unico regolatore dell’economia e delle relazioni internazionali, prende atto che non bastano né il mercato né la finanza e che senza un ruolo fondamentale della mano pubblica non c’è freno al suo declino e neppure un futuro per il cammino umano. Non è l’avvento del socialismo, come alcuni opinionisti un po’ frettolosamente hanno etichettato questa improvvisa riscoperta dell’intervento pubblico. Ma certamente una precondizione perché si possa provare ad uscire dal caos e a ricostruire un nuovo ordine internazionale che riaffermi la centralità dell’uomo e non del profitto, il primato della cooperazione sugli egoismi nazionali.

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