L’Europa in bilico apre scenari inediti per tutti

Il vertice dei ministri delle finanze della Eurozona si è concluso con un nulla di fatto. Non c’è accordo né sul MES né sugli Eurobond. Ora la palla passa ai capi di governo che si riuniranno domani che dovranno cercare una mediazione tra il rigorismo dei paesi del Nord e le esigenze poste dai Paesi dell’Europa del Mediterraneo. I punti in discussione sono due. Il primo riguarda le condizioni per l’utilizzo dei fondi del MES nella battaglia contro il coronavirus, Per i Paesi ad alto debito pubblico, come il nostro, accedere a quei fondi dovendo accettare condizioni molto pesanti – come quelle imposte a suo tempo alla Grecia – non è una strada praticabile. Qui non si tratta di affrontare una crisi finanziaria. Tutti sono impegnati a fronteggiare una emergenza sanitaria che impone il blocco, per un tempo non ben definito, della quasi totalità delle attività produttive. Una crisi dunque inedita e senza precedenti. La risposta non può limitarsi a mettere in campo le risorse necessarie a consentire ai sistemi sanitari di reggere il colpo. Bisogna sostenere, al tempo stesso, una economia che rischia il collasso. Partite IVA, piccole e le medie aziende, lavoratori precari, il mondo delle professioni autonome – che non è più nelle condizioni di cinquanta anni fa – non sono in condizione di reggere. Il rischio è una ecatombe di società, professionisti e lavoratori in grado di mettere in ginocchio tutto il sistema economico internazionale. Pensare di legare l’uso dei fondi del MES ad una politica di austerità sarebbe una pura follia. Il secondo punto riguarda la possibilità di emettere eurobond.. Una crisi inedita come quella che stiamo attraversando, infatti, richiede – non solo di mettere in campo nell’immediato le risorse necessarie per adeguare i sistemi sanitari, sostenere le imprese e i lavoratori con ammortizzatori sociali – ma, al tempo stesso, una mobilitazione gigantesca di risorse per il dopo emergenza sanitaria in grado di finanziare un piano di ricostruzione di tutto il tessuto economico e sociale. Non a caso in Cina e negli USA prendono corpo politiche fiscali robuste, di gran lunga superiori a quelle viste dopo la grande recessione del 2008. C’è insomma da compiere uno sforzo mai visto che si aggiunge a quello – necessario già prima della pandemia – richiesto dalla accelerazione dei cambiamenti climatici. Serve cioè far fronte, in tempi non lunghi, ad un altra emergenza drammatica che impone una riconversione ecologica dell’economia in grado di produrre cambiamenti radicali sia sul piano delle fonti energetiche, sia del modello dei consumi per renderlo compatibile con le esigenze della crescita e della sostenibilità ambientale. Aver sospeso il patto di stabilità – per consentire a tutti di potersi indebitare al di là dei vincolo del 3% nel rapporto defict/PIL – serve a poco se poi ciascun Paese dovrà rivolgersi autonomamente al mercato per trovare le risorse necessarie. C’è un problema di sostenibilità del debito che è più forte dei vincoli formali. E qui non parliamo di uno sforzo finanziario ordinario. Dunque c’è una sola via, una scelta obbligata tra un indebitamento comune (gli eurobond) oppure una modifica delle regole di politica monetaria che consenta una stampa di moneta straordinaria finalizzata non solo al sostegno dei mercati finanziari (come è stato fatto fin qui) ma anche alla realizzazione di un piano comune di ricostruzione e di riconversione del tessuto produttivo del Continente. Una sorta di Helicopter Money da utilizzare non solo per dare soldi direttamente alle famiglie (se ne parla esplicitamente in Cina e negli USA) ma per finanziare investimenti degli Stati. Detto in altri termini: o l’Europa fa un passo avanti sulla via dell’integrazione politica oppure non potrà più esistere così come l’abbiamo conosciuta fin qui. Ma sia chiaro: l’alternativa non sarà un ritorno alla sovranità nazionale. Quella, nel mondo degli imperi continentali, è una illusione destinata a svanire rapidamente come un miraggio. Una illusione che farebbe saltare in breve tempo paesi già in difficoltà – il cui fallimento trascinerebbe con se quello di tutti i Paesi del continente, Germania compresa, e, nella situazione data, una recessione globale che a quel punto diverrebbe ingovernabile. L’Europa, se è ancora molto debole sul piano politico, è pur sempre uno dei più grandi mercati al mondo. E solo chi non ha occhi per vedere e orecchie per sentire può ignorare il conflitto tra giganti che è in corso per riscrivere le regole della globalizzazione dopo il fallimento del sistema neoliberista. Insomma speriamo che prevalga il buonsenso perché se rottura sarà si apriranno scenari inediti, con sviluppi oggi difficilmente prevedibili.

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