Ore cruciali per la doppia sfida sanitaria ed economica

E’ questa una settimana cruciale affinché le autorità competenti predispongano una risposta proporzionata alle due enormi ed inedite emergenze prodotte dalla pandemia: quella sanitaria e quella economica. La questione, ovviamente, riguarda il mondo intero ma in particolare l’Occidente. L’altra grande potenza globale, infatti, ha già da tempo messo in campo le sue armi e la strategia di combattimento contro il virus e i suoi effetti sull’economia: la chiusura delle città e delle attività produttive non essenziali ha già dato ottimi risultati in Cina sul fronte sanitario; i forti stimoli sanitari e fiscali, decisi fin dall’inizio dell’epidemia, hanno attenuato gli effetti sui mercati finanziari del grande gigante asiatico. L’azionario cinese (Shanghai composite) da inizio anno perde il 12,8% contro il -30% dell’indice azionario mondiale (MSCI World). In Occidente, invece, siamo ancora nella fase delle decisioni. Lo siamo su entrambe le sponde dell’Atlantico che ne hanno segnato storicamente il pluralismo culturale e dei sistemi politici e sociali. Sul fronte sanitario l’Italia ha fatto scuola. Dopo una fase di generale sottovalutazione (ricordiamolo ai troppi critici di corta memoria) ha deciso di seguire la via cinese. Gli altri Paesi europei stanno ora rincorrendone l’esempio. Lo stesso vale per la Gran Bretagna – dove i reazionari, ringalluzziti dalla Brexit, ipotizzavano la scelta folle “del’immunità di gregge” – e per gli USA, che sono stati costretti dai fatti a ricredersi sulle spavalde rassicurazioni che Trump aveva dato, quando l’epicentro dell’emergenza si era spostato in Italia, sostenendo che le misure preventive da lui decise avrebbero protetto il Paese. D’altronde se è vero che questo virus ha una letalità non molto superiore a quella di una influenza (considerando che oltre il 70% dei contagiati è asintomatico) è anche vero che, essendo nuovo, può colpire una platea molto più vasta con conseguenze inaccettabili sul piano sociale. Il fatto che i pericoli maggiori riguardino gli anziani non toglie nulla alla serietà della minaccia. Gli anziani non sono una zavorra della società, come ha prontamente ricordato il nostro presidente Mattarella, ma punti di riferimento essenziali, una risorsa preziosa per tutti. Anche sul terreno delle risposte necessarie alla minaccia economica cominciano ad intravedersi delle novità significative. E’ vero la causa della crisi economica è esterna all’economia e, teoricamente, una volta superata la pandemia, la ripresa può arrivare con la stessa velocità della caduta, anche se questa sarà molto pesante, come segnalano le prime previsioni sul PIL del II trimestre del 2020. Tuttavia le misure adottate per contenere e diluire il contagio avranno ricadute serie non solo sulla domanda ma anche sull’offerta, per gli effetti sulla produzione e sulla catena degli approvvigionamenti. Ed questo che rende inedita la sfida. Insomma non è la classica crisi di sovrapproduzione. Non è né 2008 né il 1929. E comunque, come dicevo, stiamo parlando di effetti pesantissimi. Negli USA ci sono operatori che ipotizzano una caduta del PIL nel prossimo trimestre superiore al 20% ed un tasso di disoccupazione in salita dal 3,5% al 20%. Dunque non ci sono solo i crolli dei mercati finanziari e, pertanto, non basterà la politica monetaria – che pure ha una possibilità di intervento illimitata. Qui servono politiche fiscali immediate e molto potenti. Ed è su questo fronte che qualcosa si muove sia negli USA che in Europa. Questa volta, a differenza del 2008, “l’Occidente plurale” è possibile adotti, anche sui tempi, le stesse misure di politica monetaria. Dopo la crisi del 2008 gli USA partirono immediatamente con enormi acquisti di titoli sul mercato secondario mentre in Europa dovette arrivare Draghi per smuovere la Banca Centrale Europea, con quattro anni di ritardo rispetto alla FED. Dopo lo scivolone iniziale della Lagarde ora la BCE ha messo in campo subito circa 1100 miliardi di Euro. Sul terreno della politica fiscale, invece, le novità riguardano sia gli USA che la UE, anche se al momento il dibattito è ancora aperto e non mancano incertezze su quelle che saranno le decisioni finali. Negli USA si prepara una maxi manovra superiore ai 2000 miliardi di dollari e si ipotizza un “Helicopter Money” di 2400 dollari a coppia e 500 dollari aggiuntivi per ogni figlio a carico. Per avere un termine di paragone basta pensare che Obama mise in campo, dopo la grande recessione del 2008, circa la metà delle risorse della manovra che sta prendendo forma oggi. Per ora il piano è fermo al Congresso, dove ancora manca una intesa tra repubblicani e democratici (che controllano la Camera dei deputati), ma non credo possano tirarla per le lunghe. La gravità della situazione impone un accordo rapido. E’, invece, soprattutto in Europa che il terreno delle politiche fiscali è tutt’altro che scontato. Ma anche qui il coronavirus ha mosso qualcosa. Ricordiamoci che dopo il 2008 nella UE prevalse l’infelice scelta dell’austerità e di un patto di stabilità privo di misure per la crescita. Ora, al contrario, c’è già la decisione di sospendere quel patto per consentire ai governi nazionali di mettere in campo le risorse necessarie per combattere la pandemia. Ovviamente non basta. Gli squilibri economici tra i diversi Paesi, e, sopratutto, il diverso peso dell’indebitamento pubblico, determinano capacità di risposta troppo divaricanti. Se per la Germania, che ha un debito pari ad appena il 60% del PIL, è facile mobilitare immediatamente 150 miliardi (ed anche questa è una novità considerando la concezione immorale che i tedeschi hanno del debito pubblico), più difficile è per l’Italia (per non parlare della Grecia), con il suo debito superiore al 130% del PIL, pensare di aumentare il debito nella misura necessaria a far fronte all’emergenza. Insomma qui non è solo questione di rispetto delle regole. Occorre che l’Europa faccia un passo in avanti sul piano della integrazione politica. Serve un primo deciso passo verso un bilancio unico e politiche sanitarie ed economiche comuni. Fa sperare il fatto che rispetto all’ipotesi degli Eurobond non siano state ancora alzate barricate da parte di nessuno. Ma è su questo terreno – e sulla disponibilità ad utilizzare tutte le risorse del MES – che si giocherà la reale possibilità di vincere questa guerra con il virus senza perdere quella con una recessione dalla portata altamente distruttiva. Insomma per l’Europa l’ora della verifica è arrivata.

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