L’Italia sui balconi e la globalizzazione come destino

Da dove nasce questa voglia di uscire sui balconi per applaudire o per cantare tutti insieme mentre stiamo vivendo una inedita e drammatica emergenza globale? Vedo nella maggioranza degli opinionisti troppo benevolo entusiasmo per quella che giudicano una esplosione di “orgoglio nazionale”. Confesso di non esserne contagiato. Dietro questa esplosione c’è tutto e il contrario di tutto: c’è spirito goliardico, esigenza di esorcizzare un pericolo inaudito e anche il bisogno di ritrovare un senso di comunità che si avverte essere indispensabile nei momenti di estrema difficoltà. Ma attenzione su quei balconi si affacciano tutti: quelli che sentono di dover esprimere riconoscenza verso i tanti che stanno mettendo in gioco la propria vita per quella altrui ma anche quelli che sputano sui medici per una attesa giudicata troppo lunga e chi è pronto a distruggere un pronto soccorso per vendetta personale: chi responsabilmente resta a casa per tutelare i più deboli e i più esposti ma anche quelli che sono andati a sciare o al mare o perfino a partecipare a sciocchi riti pseudoreligiosi nei quali bevono tutti dallo stesso calice; chi cerca di confrontarsi per capire come combattere meglio il nemico invisibile e chi, invece, ha tanti peli sullo stomaco da provare a strumentalizzare per propri meschini fini anche una tragedia come quella che stiamo vivendo. Prudenza dunque a parlare di “orgoglio nazionale” e di ritrovata unità. Certo è importante essere uniti ma su che cosa e per che cosa? Per alzare muri e rinchiudersi in vecchi e illusori confini o per costruire ponti e cercare nuovi orizzonti? Non è certo la stessa cosa. L’unità di un Paese è preziosa solo se serve a mettere la propria storia a disposizione della ricerca di soluzioni ai problemi del nostro tempo. L’unità nazionale è una opportunità se si realizza, insomma, su una lettura consapevole del presente e su un cammino condiviso verso il futuro. Serve innanzitutto consapevolezza della natura sistemica della crisi che stiamo vivendo. Una crisi generale che è la conseguenza di tante crisi che si alimentano vicendevolmente: quella economica e quella finanziaria; la crisi politica e quella istituzionale; la crisi ecologica e quella sanitaria. La crisi economica, infatti, è nata dall’eccesso di finanza responsabile del ritorno alle antiche abissali diseguaglianze che pensavamo di aver attenuato per sempre, almeno in Occidente, con il nuovo ordinamento dello stato sociale. La crisi della politica e dello stato lascia però alle banche centrali e alla finanza il potere di produzione illimitata di moneta – orientata dalla sola ricerca del massimo profitto – e il governo della crisi. A sua volta l’esigenza di remunerare questa crescente espansione monetaria alimenta un modello di sviluppo ecologicamente insostenibile. L’inquinamento produce nuove malattie e cambiamenti climatici con un costo sociale ed economico enorme che viene scaricato totalmente sulla collettività e su istituzioni pubbliche ormai prive di poteri reali e di mezzi per farvi fronte. Ovviamente schematizzo perché l’intreccio tra tutte queste crisi è evidente e al tempo stesso così complesso da richiedere spazi incompatibili con quelli di un semplice articolo di un blog. Poi serve consapevolezza sulla strada da percorrere per uscire da questo circuito perverso nel quale siamo finiti. E qui è evidente, nessuna delle grandi sfide del nostro tempo può essere affrontata rimanendo chiusi nella vecchia e superata dimensione nazionale: dai cambiamenti climatici alle grandi migrazioni; dall’inquinamento ai rischi di pandemia; dagli squilibri economici alle diseguaglianze socialmente insostenibili; dallo strapotere della finanza a quello delle multinazionali. Siamo un Paese arrivato con troppo ritardo all’unità nazionale rispetto a tanti altri e alle mutevoli esigenze dell’economia. Un ritardo pesante che paghiamo ancora oggi. Nessuno più di noi dovrebbe sapere che la dimensione delle comunità e delle istituzioni muta in rapporto al continuo sviluppo delle tecnologie e delle comunicazioni. Ritrovare il senso della nostra storia nazionale serve se ci mettiamo al servizio della costruzione di ponti e non di muri, della ricerca di un nuovo internazionalismo fondato sulla cooperazione tra i popoli, su nuove istituzioni. Purtroppo su questo terreno ancora non ci siamo. Anzi bisogna riconoscere che sta diventando troppo grande la parte del Paese che si illude di salvarsi ripristinando i vecchi confini. La stessa pandemia da coronavirus invece ci insegna altro. Lo insegna a noi e agli altri paesi di questa Europa ancora in mezzo al guado che sbaglia a pensare di affrontare questo nemico in ordine sparso. Va bene allora anche applaudire e cantare insieme dalle finestre e dai balconi. Ma è necessario che questa pandemia serva soprattutto a comprendere che un era è finita e che – come scriveva nel suo bel libro “le idee con le ali” il compianto professore ed ex Ambasciatore Paolo Janni – la globalizzazione non è una scelta ma “un destino”, “un processo irreversibile”, “un cavallo” che corre e che noi non possiamo fermare ma solo guidare nella direzione giusta. La globalizzazione è figlia degli straordinari e incessanti sviluppi nelle tecnologie e nelle comunicazioni. Da queste trasformazioni dipendono il nostro benessere ma anche i nostri problemi che si possono affrontare solo prendendo atto che serve una nuova dimensione della comunità e della politica. Stringiamoci pure intorno alla nostra bandiera tricolore a patto che serva per essere protagonisti della costruzione di una nuova Europa e di un nuovo ordine internazionale. Senza non abbiamo futuro.

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