Da dove nasce la “favola” degli “ozi di Capua

Dal libro “Capua e gli ozi del 2000 – dalla città fortezza alla città cultura nella Campania che cambia” (Adolfo Villani – Edizioni CUEN Napoli 1996). Immagini del 1996: presentazione del libro nel salone Capecelatro dell’Arcidiocesi di Capua. Da sinistra: Adolfo Villani, Don Giuseppe Centore; Nino Daniele (all’epoca capogruppo PDS nel Consiglio regionale della Campania); Ermanno Corsi (giornalista RAI); Antonio Rastrelli (all’epoca presidente della Giunta regionale della Campania); Gian Marco Iacobitti (all’epoca Soprintendente dei Beni Culturali di Caserta e Benevento); Francesco Lucarelli (Preside della Facoltà di Economia della Federico II di Napoli).

Capitolo 1 – paragrafo 1 – “L’aria di Capua” e l’elogio dell’ozio operoso”. Capua si porta addosso da secoli la fama di luogo di ozio. La città evoca immediatamente le vicende di Annibale e dei Cartaginesi narrate da Tito Livio nella più vasta opera storica tramandata dagli antichi, la “Storia di Roma dalla sua fondazione”: << coloro che nessuna forza avversa aveva vinto, furono corrotti dall’eccesso di comodità e di piaceri e tanto maggiormente in quanto, essendo nuovi si piaceri, vi si erano immersi con più grande avidità. Infatti, il sonno e il vino e i banchetti e le meretrici e i bagni e l’ozio, che con l’abitudine di fa ogni giorno più dolce, snervarono talmente il corpo e l’animo dei soldati Cartaginesi, che da quel tempo in poi più che dal loro valore presente, furono difesi dalla fama delle passate vittorie … Annibale, in verità, non ottenne mai più l’antica disciplina, come se da Capua avesse dovuto portare fuori un esercito tutt’affatto diverso dal presente. Infatti i più ritornarono indietro impigliati in tresche di donne; altri, appena cominciarono a stare sotto le tende e dovettero affrontare le marce e le svariate fatiche militari, si sentirono mancare le forze fisiche e morali a guisa di reclute. Inoltre, la più gran parte dei soldati durante la campagna estiva si allontanava dalle insegne senza alcuna licenza, in modo che in nessun luogo come in Capua si trovarono rifugi per i disertori>> (Tito Livio, Libro XXIII). Sarà per questa “favola filoromana” che l’aria sonnacchiosa di Capua e la pigrizia dei capuani sono da secoli un luogo comune. Ho letto alcuni anni fa un articolo della professoressa Stella Casiello sugli scritti di alcuni viaggiatori stranieri dell’800 nel Mezzogiorno a proposito di Capua (in Capua, n 18 – 1985). È sorprendente come in essi ricorra la storia degli ozi di Annibale e vale la pena riportare alcuni brani ripresi dalla Casiello: Georg Mallet nel 1815, dopo aver attraversato il Garigliano, arriva nell’attuale Capua e afferma : << que n’est pas la Capoue ou Annibal laissa ammolir son armeè>> (Voyage EN Italia dans l’annéè 1815 par Georg Mallet, Paris); il conte G. Orlof, senatore dell’impero di Russia, nelle sue Memories Historiques, politiques et litteraires sur le Royaume de Naples, paragona i resti dell’antica Capua a quelli di Abelardo, uomo bello e famoso, di cui un giorno in Francia vide aprire la tomba, del quale metà della vita fu fortunata e gloriosa e l’altra metà tormentata e triste. La considerazione del conte che viene riassunta dalla Casiello è questa: <<Anche Capua aveva avuto un’epoca di gloria e di fortuna, ma poi era stata severamente punita dai Romani per l’accoglienza concessa al vincitore Annibale.>> Più avanti egli ricorda come, mentre era in visita ad un deposito di reperti antichi a Caserta, la sua guida assicurava che la statua di una grande donna metà vestita rappresentava “la maitresse d’Annibal” solo perché era stata trovata nell’antica Capua. Nei ricordi di viaggio di Ph. Ducheneau l’autore afferma <<On traverse le Volturne et on annonce Capua, Capoue. Une minute d’arret! La prudente compagnie n’a pas voulu exposer les voyageurs à mériter le repliche que l’histoire andresse à Annibal>>. Alessandro Dumas visita Capua nel 1835 <<Ahimè! Capua è, ai giorni nostri, uno di quei nomi bugiardi come ce ne hanno lasciati tanti i bugiardi storici di Roma; pure, bisogna dirlo, dalle rovine che ancora esistono è facile vedere di quale importanza fosse la famosa città che, secondo Tito Livio, fu la tomba della gloria di Annibale … accusato di essersi addormentato nelle delizie, è stato disonorato per sempre>> (Alessandro Dumas, Il corricolo, Passigli Editori, ristampa del 1985, p. 542/543). Ciò che tutti ricordavano e al tempo stesso destava maggiore interesse era la storia di Annibale, nonostante la nuova Capua medievale avesse svolto per lungo tempo un ruolo rilevante nella storia del Mezzogiorno d’Italia. Lo scritto di Tito Livio aveva lasciato un segno così forte che perfino un indiscutibile amico della città, come Demetrio Salazaro – che dopo l’unità d’Italia sostenne la campagna per la localizzazione a Capua del Museo Campano – nel rimproverare l’amico Vincenzo Bindi (professore a Capua) per una dimenticanza che aveva avuto nei suoi confronti, ne attribuiva la ragione, sia pure in tono ironico, alla “particolare aria di Capua” (Giulio Cisco, Vincenzo Bindi e la vita intellettuale a Capua in un carteggio inedito, Capua, n. 14 del 1982). Da quando poi la città ha conosciuto, a partire dall’unità d’Italia, un processo di decadenza e di marginalizzazione, è difficile trovare qualcuno non disposto a giurare che il lungo stallo è la conseguenza della famosa apatia e mollezza dei suoi abitanti, o disponibile a scommettere, anche una sola l’ira, sulle possibilità di riscatto e di rinascita della città. Perciò, nel momento in cui mi accingo a riflettere sul ruolo che questa città ha svolto nella Campania e nel Mezzogiorno, sulle ragioni della sua magnificenza e della sua successiva decadenza e sulle grandi possibilità che si aprono oggi per farle rivivere una nuova stagione di sviluppo, non posso non tentare preliminarmente di rimuovere questo pregiudizio. Per farlo non sceglierò la via apparentemente più semplice che è quella di ricordare che l’attuale Capua non è la Capua degli ozi di Annibale (l’attuale S. Maria C. V.) e che Casilinum, ove sorge ora la nuova Capua, resistette un intero inverno all’assalto cartaginese. Si sa, infatti, che se di Capua è duplice la sede è anche unica la storia. Non mi riferisco ovviamente al fatto che con i resti dell’antica Capua si costruì la nuova, anche per evitare, come è stato dimostrato, che i grandi ruderi come l’Anfiteatro venissero usati dai Saraceni per le proprie fortificazioni. Quando i longobardi Landonolfo e Landolfo convinsero i capuani a lasciare il sito collinare di Sicopoli, ove si erano rifugiati dopo la distruzione dell’antica Capua ad opera dei Saraceni nell’841, per fondare – sulle rovine di Casilinum, porto fluviale romano – la nuova Capua, essi trasferirono qui non solo le sedi del potere politico e religioso, ma anche le tradizioni, la memoria, i costumi, la cultura dell’antica città fondata dagli Osci. L’illustre concittadino Giuseppe Centore – direttore dell’istituto Superiore di Scienze Religiose e noto poeta (di lui ha scritto Mario Pompilio << non credo ci sia oggi in Italia una poesia religiosa che valga la sua>>) – fece giustamente notare al giornalista Mario Cicelyn, che, nell’intervistarlo nel 1988, gli domandava se il titolo SPQC la nuova Capua lo avesse usurpato a S. Maria, dove sono i resti dell’anfiteatro: << non sono le mura, non è l’urbs, ma la Civitas, intesa come insieme di cittadini, che fa la storia>>. Ecco perché anche di quella Capua noi ci sentiamo i continuatori e pertanto non posso non assumerne la difesa. A tal proposito sarei troppo poco convincente se mi limitassi a sostenere ciò che scrisse Alessandro Dumas nel suo Corricolo sulle vere ragioni della sconfitta di Annibale e cioè che << è anche vero che altri spiriti intellettuali sono stati a cercare nella stessa Cartagine il segreto del temporeggiare di Annibale, e hanno visto che là, come dovunque, piccoli retori facevano guerra al grande generale: toghe che morigeravano la corazza, penne che calunniavano la spada. Annibale chiedeva soccorsi a gran voce. Ma gli si rispondeva, o meglio i retori rispondevano ai suoi messaggi, giacché a lui non avrebbero, con ogni probabilità osato rispondere … O Annibale è vincitore, o Annibale è vinto. Se è vincitore, è inutile mandagli soccorsi; se è vinto, bisogna richiamarlo>>. Più difficile e invece contestare che, ormai, autorevoli studiosi hanno dimostrato come la ragione della sconfitta di Annibale fu ben diversa da quello che vuol fare credere Tito Livio. Giuseppe Centore, nel suo Profilo storico di Capua (Edizioni Studio Idea, 1995), afferma in proposito:<<Anche se ad indebolire l’esercito di Annibale più verosimilmente furono la mancanza di soccorsi efficaci, l’inazione temporeggiatrice e lo smembramento dell’esercito spedito in appoggio dei suoi partigiani>> e ricorda che lo storico Julius Beloch, nel suo celebre “Studio sulla Campania (Bibliopolis, Napoli 1989, pag. 348 – 348), fa una considerazione e si pone un interrogativo pertinenti e legittimi: << il più grave errore che il condottiero cartaginese abbia compiuto nella sua vita fu l’aver dato ai Romani un intero inverno di tempo (212 – 211) per completare le loro linee fortificate intorno a Capua … O fu forse più che un errore un calcolo politico? Annibale non ha mai ricevuto aiuti considerevoli da Capua nel corso della guerra, anzi più di una volta la difesa della città lo ha ostacolato in imprese importanti. E se la guerra fosse giunta ad una felice conclusione e Roma fosse caduta, Capua sarebbe stata forse l’unica città in condizione di contrastare a Cartagine l’egemonia nell’Italia … Con una grande superiorità di cavalleria certamente non gli sarebbe stato difficile dominare la pianura campana e tagliare ai romani i rifornimenti>>. Perché allora Tito Livio parlò di Capua in quei termini? Tra l’altro egli non fu il solo. Come se obbedissero a qualcosa che ricorda le “veline” dei nostri giorni ritroviamo riferimenti simili in molti degli storici dell’antica Roma: << e la crudeltà cartaginese fu infranta e fiaccata solo quando la piazza Seplasia (piazza di Capua Romana ndr) e la via Albana divennero il suo accampamento>> (Valerio Massimo, I sec d.c.); << I Capuani, raggiunta per la straordinaria fertilità del suolo grande ricchezza, si diedero al lusso e alla mollezza, superando la fama che Crotoniati e Sibariti ebbero un tempo>> (Polibio II secolo a.c.); <<La via Seplasia, appena vide te (Pisone), rifiutò un console campano. Aveva sentito parlare di uomini come D. Magio, V.Taurea, uomini nei quali c’era un aspetto esteriore, un portamento degno della Seplasia e di Capua. (Gabinio) aveva i capelli ben pettinati, ciocche di ricci impomatate, guance cascanti e imbellettate, degne di Capua, ma di quella antica, perché quella di oggi ha una folla di persone rispettabili, ottimi cittadini a me affezionati>>(Pis. 11, Cicerone. I sec. a.c.)d ancora << Che cosa bisogna temere nella deduzione di colonie? La dissolutezza? Perfino Annibale Capua corruppe. La superbia? Sembra che questa sia nata proprio là>> (Agr. I 20, Cicerone). Perchè dunque tanto accanimento? Secondo Dumas Capua <<la città civilizzata per eccellenza … aveva precorso di cinquant’anni la civiltà di Roma, e … Roma, la grande invidiosa di tutte le glorie, (la) trattò come Cartagine>>. E ricorda ancora Dumas che Cicerone attribuì alla fertilità del suolo la ferocia dei Campani:<< in ogni caso, i Romani si incaricarono di far dimenticare, con crudeltà più grandi, tutte le crudeltà che i Campani avevano potuto commettere. Capua, presa da loro fu data al saccheggio, un poco demolita e molto bruciata: i suoi abitanti ridotti a schiavitù, furono venduti all’asta sulle pubbliche piazze; e, infine, i suoi senatori furono battuti con le verghe e decapitati. E’ vero – a quanto dice Cicerone – che era un’azione comandata dalla prudenza e non dall’amore per il sangue>>. Ma credo che la risposta, alla domanda sul perché questo accanimento nei confronti di Capua, si possa trovare negli stessi testi di Livio e di Cicerone: << Annibale ripiegò allora su Capua, città corrotta ad ogni piacere e … massimamente per la dissolutezza della plebe che esercitava in modo sfrenato la libertà>>. (Tito Livio, Libro XXIII); <<I nostri antenati tolsero a Capua le magistrature, il senato, l’assemblea, insomma tutte le insegne dello stato e non lasciarono nella città nient’altro che il vuoto nome di Capua, non per crudeltà, ma per prudenza, perché vedevano che quella città poteva essere sede dell’imperium>> (Agr. I 19, Cicerone). Capua, dunque, rappresentava un nemico talmente temibile – sia perché poteva concorrere ad essere “sede dell’imperium” (per i romani potere di stampo militare ndr), sia perché lasciava esercitare la libertà alla plebe e quindi metteva in pericolo l’ordine sociale – da meritare di essere disonorata e segnata per sempre. La spiegazione mi sembra talmente probabile che azzardo anche una difesa più audace, seguendo il consiglio di Seneca: <<qualunque cosa accada bisogna sapervisi adattare e volgerla a proprio vantaggio>> (De Providentia, 2,4). Ma chi lo ha detto che l’ozio è solo una categoria negativa? Non è forse giunto il momento di fare giustizia, di sostenere che l’ozio non può essere interpretato solo come vizio e che la quantità di tempo libero, e ovviamente il suo uso intelligente, più che ragione di mollezza e di decadenza è spia di opulenza, di benessere e quindi di civiltà e al tempo stesso fattore di progresso? Gli antichi distinguevano tra otium et negotium. Diceva sempre Seneca: <<Noi siamo soliti dire che il sommo bene consiste nel vivere secondo natura: la natura ci ha generati per ambedue i compiti, per contemplare e per agire … senza l’azione non esiste contemplazione>> (De otio, 8). E quindi l’ozio di cui si accusava Capua cos’era? A tal proposito è significativo un aneddoto raccontato sempre da Dumas nel corso della sua visita a Capua: << … uno dei rimproveri di mollezza fatti dai Romani ai Capuani fu l’aver questi inventato il velarium, grande tela sospesa nei circhi e nei teatri per garantire gli spettatori dal sole: vero è che i Romani, accorgendosi presto a loro volta che era meglio stare all’ombra che al sole, adottarono il suddetto velarium, così fortemente rimproverato ai poveri Campani. Si veda Svetonio, articolo Nerone>>. Ma per dimostrare quali erano i costumi e i livelli di civiltà della Capua di cui parla Tito Livio posso disporre della testimonianza “diretta” del grande generale punico, a cui “ha messo la penna in mano” un accreditato studioso della storia romano – punica, Giovanni Brizzi, per scrivere il volume “Annibale. Come un’autobiografia (Rusconi, Milano 1994, pp- 179/181). Giovanni Brizzi, ricordando che Capua fu accostata da Varrone (Saturae Menippeae, VII,3) alla leggendaria Chryse, l’isola d’oro, confermandone grande prosperità, come uno tra i luoghi al mondo nei quali confluivano le maggiori fortune, sulla base di studi rigorosi ed anche di qualche licenza, in questi casi inevitabile, così fa descrivere da Annibale la capua di quel tempo: <<Qui giunto … come tante volte avevo sognato di fare da bambino, volli perdermi per alcune ore, quasi fossi solo un visitatore privato, tra quelle stradine brulicanti di vita. Qui tra il flusso cosmopolita e multicolore della folla, dove le tuniche lacere degli accattoni di mestiere sfioravano i mantelli in giacinto dei ricchi mercanti o le vesti in raso delle cortigiane, erano esposte merci venute dal mondo intero. Sciorinati sui banchi o all’interno delle mille bottegucce stavano minerali d’ogni paese, in pani, lingotti, lamine o barre. C’erano il bronzo e l’argento vivo d’Etruria; lo stagno delle Cassiteridi; il ferro del Norico; l’oro e l’argento di Spagna; il calcedonio delle Sirti; l’ambra delle fredde terre settentrionali, simili per formati e colore a gocce di sole; il corallo della Gallia del Sud; l’antimonio; l’alabastro il talco e l’onice. Accanto ai tappeti campani facevano bella mostra di sé i lini di Grecia, il bisso Egiziano, la porpora fenicia, il broccato mesopotamico. C’erano le resine aromatiche del paese dei neri; le spezie d’Asia Minore; la mirra e l’incenso d’Arabia; l’aloe, l’ebano, il sandalo etiopici. Accanto agli ortaggi prodotti nei verzieri locali comparivano il grano di Sicilia e Sardegna; i datteri, i melograni e i fichi d’Africa; le angurie e i cedri di Palestina; le conserve di frutta siriane. C’erano, più oltre, i cuoi raffinati, le piume, le uova di struzzo e le pelli di serpente tipiche della mia terra; gli avori in zanne o lavorati, in forma di statuette, scanni, scrigni o scettri; le suppellettili in legno, umile o pregiato; le armature etrusche, celtiche o di produzione locale, sbalzate e dorate, queste ultime, o lavorate a niello, di pregevole fattura. C’erano fasci di spade o pugnali, da caccia, da scalco, da guerra, con i manici cesellati, gemmati o intarsiati a lamine d’oro; c’erano elmi a cimiero e scudi da parata, bordati e rifiniti in cuoio policromo; lacca, tartaruga. C’erano coppe, cucchiai, coltelli, e asce sacrificali; c’erano bruciaprofumi e are portatili da mille fogge, decorate con l’immagine delle divinità; turiboli e vasi da offerta e da profumo; tazze e bracciali in vetro o in argento; anelli crinali, fibule, armille, portaamuleti, bende d’oro, anelli e cinture innumerevoli; e ogni altro genere di manufatti. Su tutto, oltre all’odore indefinibile prodotto dal sommarsi di mille aromi diversi, si levava l’effluvio della sertula Campana, il meliloto di cui si intrecciano ghirlande; e soprattutto quello della rosa selvatica che alimenta l’industria dei seplasiarii, i profumieri per cui Capua va famosa nel mondo. Non del tutto soffocato, infine, s’intuiva l’aroma dei vini – il Faustiniano, il Gaurano, il Falerno – prodotti sui colli intorno alla città e chiusi a invecchiare nelle sue cantine >> (Brizzi “Annibale. Come un’autobiografia”, Rusconi, Milano 1994). Una descrizione che secondo Giuseppe Centore, dà ragione a chi sosteneva che Capua avesse con il suo genere di vita oscurato la fama di Sibari e Crotone. Capua nel suo momento di massimo splendore aveva 300mila abitanti, sette grandi porte collegate ad altrettante strade che conducevano nei luoghi principali della Campania di quel tempo, la piazza Seplasia, dove gli unguentari vendevano i profumi famosi in tutto il mondo, il suo Campidoglio, il suo acquedotto, l’Anfiteatro e 200 argentieri, 300 armieri, 4800 famiglie di artieri, oltre 6000 aratori e agricoltori. 40000 gladiatori della famosa scuola da cui fuggì Spartacus. Come è possibile pensare che tanta opulenza fosse il frutto di mollezza e di vizio? Da che cosa derivavano tanta magnificenza e i fasti della sua storia se non dalla fatica che comporta l’esercizio, per lunghi archi di tempo nella storia, di una egemonia politica, culturale, economica? La realtà è che all’ozio non si attribuiva solamente il significato di pigra inoperosità neanche quando l’uomo poteva servirsi solo delle sue braccia e di qualche animale. Perché dovremmo farlo ora, nell’era dell’informatica e delle fabbriche robotizzate? Io condivido molto una frase scritta dal filosofo, matematico e premio Nobel per la letteratura Bertrand Russell, nel suo bellissimo libro “Elogio dell’ozio” (edizione TEA, pag. 18): << Bisogna ammettere che il saggio uso dell’ozio è un prodotto della civiltà e dell’ educazione>>. E’ utile riportare sia pure succintamente il suo pensiero in proposito. Dice Russell che sbaglia chi pensa che “l’ozio è il padre di tutti i vizi” e che nei paesi industriali bisogna predicare in modo diverso da come si è predicato finora, nel senso che <<la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro>>. Egli sostiene che << il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio>> e ciò in una certa fase storica ha anche coinciso con gli interessi dell’umanità. Infatti <<i proprietari di schiavi ateniesi, ad esempio, impiegarono parte del loro tempo libero in modo tale da apportare un contributo di capitale importanza alla civiltà, contributo che sarebbe stato impossibile sotto un sistema puramente economico. L’ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti. Tali fatiche avevano però valore non perché il lavoro è un bene … In passato vi era una piccola classe di persone quasi oziose e una vasta classe di lavoratori>> e fu la prima <<classe che coltivò le arti e scoprì le scienze, che scrisse libri, inventò sistemi filosofici e raffinò i rapporti sociali Perfino la campagna per la liberazione degli oppressi partì generalmente dall’alto. Senza una classe oziosa, l’umanità non si sarebbe sollevata dalla barbarie>> … <<La tecnica moderna ha reso possibile di diminuire in misura enorme la quantità di fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi di sostentamento … e di distribuire il tempo destinato all’ozio in modo equo senza danno per la civiltà … se gli uomini lavorassero meno, ritroverebbero la capacità di godere i piaceri cui si partecipa attivamente … In un mondo … dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi, ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su se stessi l’attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l’indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali … Gli uomini che nel corso del lavoro professionale si siano interessati all’economia o ai problemi di governo, potrebbero sviluppare le loro idee senza quel distacco accademico che dà un carattere di impraticità a molte opere degli economisti universitari… Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe sufficiente a farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pressane da esaurirci>>. E’ chiaro di quale ozio parla Russell, dell’ozio operoso. E come non condividere oggi l’esigenza di una riduzione dell’orario di lavoro anche per combattere efficacemente la disoccupazione? Una riduzione, intendiamoci, non solo graduale, ma concertata a livello sovranazionale, dl momento che i processi di internazionalizzazione dell’economia hanno reso impossibile decidere su tali questioni separatamente in ogni singolo paese. Viviamo in un era di sviluppo tecnologico tale che, a differenza del passato, maggiori investimenti – determinando un ammodernamento tecnologico che sostituisce sempre di più le macchine e i robot all’uomo – anziché creare nuovo lavoro, comportano una drastica riduzione dell’occupazione … Alle soglie del terzo millennio ridurre il tempo di lavoro a vantaggio del tempo di vita è divenuta una necessità indispensabile per garantire la tenuta dei sistemi sociali. A questo punto forse è anche superfluo insistere ancora per rigettare l’appellativo di città dell’ozio. Se al tempo di Roma e di Cartagine l’ozio ha causato la nostra decadenza, non in quanto fattore di mollezza e di pigrizia, ma perché incompatibile con l’etica dello stato schiavistico, nella società post – industriale, nel mondo moderno che, come dice Russell, non ha bisogno di schiavi, l’essere città dell’ozio operoso, della cultura, del godimento, del tempo libero, e la Capua di oggi ha tutte le carte in regola per divenirlo, può rappresentare una valida idea per ridare un ruolo adeguato al nostro tempo alla antica … città fortezza, può assicurare la nostra fortuna, una nuova magnificenza per questa città.

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