Eppur si muove

La pandemia da coronavirus sta smuovendo qualcosa anche nelle acque stagnanti della politica europea. Comincia, infatti, a farsi strada l’idea che (a parte la scivolata della Lagarde che purtroppo non è Draghi) questa sfida si vince o si perde insieme. Una consapevolezza che avanza, nonostante i freni delle stupide e forti spinte nazionaliste, sia per quel che riguarda l’emergenza sanitaria, sia per gli effetti devastanti che essa sta avendo sull’economia. Sul piano sanitario le ragioni della necessità di una strategia comune sono evidenti. Dalla Cina, che è stata la prima ad essere colpita dal virus, arriva una lezione preziosa. Il Dragone sta uscendo dall’emergenza in tempi invidiabili, grazie a decisioni drastiche che hanno imposto una sorta di coprifuoco non solo nella città di Wuhan, epicentro dell’epidemia, ma in tutto il Paese, ponendo l’obiettivo della tutela della salute al di sopra delle esigenze di corto respiro dell’economia. Eppure, nonostante da qualche settimana i nuovi contagi si contino sulle dita di una sola mano, non ha abbassato la guardia, perché teme un contagio di ritorno, ora che l’epidemia ha raggiunto lo stadio di pandemia. Il virus non conosce frontiere. Neppure quelle continentali, figuriamoci se si lascia intimidire da quelle nazionali. E così il modello Italia, mutuato dalla Cina e adottato dopo una iniziale e fallace sottovalutazione, si sta pian piano imponendo in tutti i paesi del continente. Fa breccia perfino in Inghilterra, dove il rozzo tradizionalismo dei governanti nazionalisti, ringalluzzito dalla Brexit, stava inseguendo la “lucida” follia “dell’immunità di gregge”. Sul piano economico sono invece le borse a dimostrare in modo inequivocabile che le politiche monetarie e lo scudo della BCE non bastano più neppure a consentire il solo galleggiamento, garantito dall’immissione di liquidità senza precedenti del dopo “grande recessione” del 2008. Non era mai accaduto, infatti, che si concentrasse in pochi giorni un ribasso così violento. È vero che stanno pesando anche il panico e il solito sciacallaggio della speculazione finanziaria. È vero che, a differenza di tutte le altre crisi, questa è legata ad un fattore esterno all’economia, per cui, una volta che l’emergenza sanitaria sarà superata, è lecito ritenere che i mercati potrebbero avere una ripresa altrettanto vertiginosa. Ma siccome è impossibile prevedere i tempi di quello che è un blocco mai visto della produzione e di gran parte dei consumi, potremmo anche trovarci nella condizione di non disporre più dei protagonisti di una ripartenza. È evidente che senza interventi adeguati alla portata del disastro, molte aziende potrebbero non reggerne l’urto. L’economia internazionale potrebbe così ritrovarsi in quella trappola della liquidità ben illustrata dalla immagine del cavallo ridotto in condizioni tali da non avere più la possibilità di bere e al quale perciò non serve dare tutta l’acqua necessaria. Servono interventi immediati, diretti, proporzionati. Quindi non solo alleggerimenti quantitativi finalizzati a tenere in piedi il sistema finanziario – di quelli che fanno arrivare qualcosa indirettamente anche all’economia reale, come è stato fatto fino ad ora. Occorrono politiche fiscali e cioè politiche di bilancio capaci di far arrivare soldi direttamente nelle tasche dei consumatori e delle imprese, oltre che carburante direttamente nel motore dell’economia. La Cina lo sta già facendo. Negli Stati Uniti se ne discute. È di ieri la notizia di un piano, cui starebbe pensando Trump – che per la mancanza di un sistema sanitario pubblico negli USA è quello politicamente più esposto agli effetti della pandemia in atto – di 1200 miliardi di dollari, da utilizzare in parte per un sostegno diretto alle imprese, in parte per fare arrivare a ciascun cittadino del suo Paese 1000 dollari. Una sorta di Helicopter Money di cui ho già parlato in altri articoli del blog. In Europa, oltre ad un piccolo nuovo piano di acquisto di titoli mensili della BCE fino a dicembre, si è decisa una sospensione del patto di stabilità che consente ai singoli governi di destinare fondi per l’emergenza coronavirus al di là dei parametri di Maastricht. È chiaro che, nella situazione data, queste misure possono servire a tamponare le prime falle ma non a fronteggiare il colpo durissimo che sta ricevendo l’economia. Ed è anche evidente che vi sono paesi come l’Italia, pesantemente indebitati, ai quali non può bastare la sospensione dei vincoli del patto, perché non sono in grado di mettere a disposizione la massa critica necessaria pena un default del debito pubblico. Quel che serve è una risposta coordinata perché il livello di integrazione è tale da non consentire di poter lasciare qualcuno al suo destino. Insomma siamo al punto nel quale o l’Europa esce dal guado – e affianca alla moneta unica una politica economica comune – oppure sarà travolta dagli eventi, con effetti tragici per tutti, perché è chiaro che nessun paese da solo, anche il più forte, sarà in condizione di competere con i grandi imperi continentali. Va perciò salutata con speranza la richiesta congiunta di Francia, Italia e Spagna di utilizzare i 450 miliardi del fondo salva stati (MES) – cui affiancare un intervento di stampa di moneta illimitata da parte della BCE e una emissione di Eurobond – per finanziare iniziative coordinate dei singoli governi nazionali. Se ne discuterà nel vertice dei capi di Stato e di governo della UE previsto per la prossima settimana. Considerando lo stallo del progetto europeo nell’ultimo decennio è il caso di rubare la celebre frase pronunciata da Galileo Galilei davanti al tribunale dell’inquisizione “e pur si muove”. Ovviamente conosciamo le forti resistenze che fanno da ostacolo a questa via nuova. Bisogna però almeno sperare che la gravità e la straordinarietà della situazione riescano a fare breccia nei muri della conservazione e dei particolarismi, che fino ad ora hanno impedito all’Europa di percorrerla.

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