Capua: la famiglia Bellentani – Iannone dalla Normale Femminile alla rete clandestina del PCI

Dal libro “I ragazzi del professore” Capitoli 10 e 11 https://www.ediesseonline.it/prodotto/i-ragazzi-del-professore/

10.

Le radici risorgimentali degli Iannone-Bellentani

La formazione culturale di Alberto ed Edelweiss fu certamente influenzata dalle solide radici risorgimentali della famiglia. Il nonno, Alberto Bellentani, si era trasferito da Parma a Capua negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, chiamato da Salvatore Pizzi a dirigere la Scuola normale femminile. Fu quella della Normale un’esperienza avanzata, tra le prime nel Mezzogiorno, prodotto delle più innovative idee risorgimentali. Non si comprendono le ragioni per cui Capua fu un punto di forza nell’antifascismo campano se non si parte da quell’esperienza, dalle energie e dalle intelligenze che intorno ad essa si mobilitarono. Salvatore Pizzi era stato fin da giovanissimo mazziniano. Arrestato più volte tra il 1848 e il 1860, sottoposto a rigida sorveglianza («bisogna spiare perfino il respiro di Salvatore Pizzi», è scritto negli archivi segreti del Borbone), partecipò all’impresa dei Mille e in seguito accettò la nomina da parte di Garibaldi a governatore di Terra di Lavoro. Dopo pochi mesi rinunciò all’incarico, mantenendo per molti anni solo la carica di presidente del Consiglio provinciale.

All’impegno a tempo pieno in politica preferì la missione che riteneva fondamentale per l’affermazione dei suoi ideali di progresso: costruire una scuola che contribuisse al tempo stesso al- l’emancipazione delle donne e alla formazione dei pionieri della lotta all’analfabetismo. Impresa che gli riuscì nel 1866, nonostante le difficoltà economiche e l’avversione del clero che non voleva rinunciare al monopolio dell’istruzione privata. Con il contributo della Provincia e della Congregazione della carità, fondò in quell’anno, nell’ex complesso conventuale dell’Annunziata, la Normale femminile, completa del «giardino d’infanzia», delle classi elementari di tirocinio, di tre corsi complementari e tre normali, con lezioni facoltative di lingua, musica e ballo. Pizzi era convinto della superiorità del metodo didattico tedesco e per prima cosa si dedicò alle traduzioni di testi dal tedesco, più di cinquanta, tra i quali Teoria dell’educazione di Gustav Adolf Riecke, la Logica di Stuart Mill e varie opere di pensatori ed educatori tedeschi.

La scelta di nominare Alberto Bellentani primo direttore della Normale non fu casuale. Scrive di lui Maria Cappuccio: «Non era un meridionale Alberto Bellentani: era nato a Parma il 30 ottobre del 1820, da nobile famiglia, di tendenze aristocratiche e retrive, da cui egli si era scostato ben presto, tutto preso dal fervore d’idee liberali e patriottiche che caratterizzava quel centro intellettuale. Il nobile esempio di Giovanni Adorni, suo maestro e amico per lunghi anni, ed animatore di un movimento culturale importantissimo per molteplicità e modernità d’iniziative e per i suoi fini patriottici, filantropici e sociali, dovette lasciare un’orma profonda nell’anima di lui. Ritiratosi a Piacenza, dove aveva aperto famiglia (sposando contro il volere dei suoi, una donna di altra classe sociale), il Bellentani si era trapiantato nel ’66 da Piacenza a Capua […] Con lui era stato chiamato a Capua, per invito del Municipio, un gruppo di provette maestre dell’insigne scuola Normale diretta dall’Adorni. Quel piccolo nucleo, con a capo il Bellentani, discepolo prediletto dell’Adorni, era già il germe di una prima organizzazione scolastica omogenea, avendo in comune, i suoi componenti, idee, metodi, preparazione intellettuale e morale, unità d’indirizzo didattico e d’intenti sociali; e veniva dall’Italia del Nord per favorire l’elevazione materiale e morale soprattutto dei non abbienti, nell’arretrata Italia del Sud. L’or- ganizzazione della nuova scuola, secondo le idee del Pizzi e secondo le tendenze dei tempi nuovi, doveva avere uno spiccato carattere laicale, in antitesi alle viete tradizioni scolastiche dell’ex regno borbonico […] E ben presto la Scuola Normale di Capua, grazie all’opera del Bellentani, che coadiuvò il Quercia e il Pizzi, […] poté avere una salda struttura […] Concludendo, vari fattori entrano in giuoco nella formazione e nel funzionamento della Scuola Normale di Capua: la cultura dell’alta Italia, aperta alle correnti più avanzate del movimento spirituale dell’Europa e alle nuove esperienze pedagogiche; il movimento filantropico parmense, che le offre nell’Adorni, tramite il Bellentani, un esempio suggestivo di caldo sentimento umanitario; il pensiero filosofico meridionale con il fascino della tradizione vichiana e gli apporti dei moderni avanzamenti di pensiero (Cuoco, De Santis); il patriottismo risorgimentale con il suo culto della libertà, e, potremmo dire, il garibaldinismo (che ha il suo rappresentante nel Pizzi), con il suo programma di redenzione laicale delle popolazioni del mezzogiorno dal giogo clericale e borbonico; e, infine, il Mazzinianismo del centro patriottico capuano, che fa capo, oltre che al Pizzi, a Luigi Garofano (figlio del patriota Salvatore Garofano – discepolo nella scienza medica e nelle idee rivoluzionarie di Domenico Cirillo perseguitato dal governo borbonico e morto poco dopo la Liberazione per le sevizie patite in carcere)»1. 1 Maria Cappuccio, La Scuola Normale Femminile di Capua, Museo Campano.

Pizzi, dunque, scelse Bellentani perché condivideva le stesse idee risorgimentali. Al tempo stesso rappresentava un collegamento con l’esperienza avanzata della nascente Normale femminile di Piacenza diretta da Adorni e un valido aiuto nella traduzione dal tedesco. Fu la scuola di Pizzi e di Bellentani a introdur- re per prima in Italia, sull’esempio tedesco, le classi preparatorie, che mutarono successivamente il nome in complementari. E fu guardando all’esperienza capuana che il governo le introdusse nelle proprie scuole. La Normale fu poi soppressa nel 1925, quando la riforma Gentile del 1923 la uniformò all’ordinamento delle scuole statali, facendole perdere slancio innovativo e possibilità di sviluppo. Bellentani ebbe una figlia, Teresa. Una donna bellissima, particolarmente emancipata, che sapeva andare a cavallo, suonare il pianoforte, dipingere, cucire, e aveva appreso dal padre una vasta e solida cultura. Teresa s’innamorò perdutamente dell’avvocato Verzillo. Ma poco prima del matrimonio scoprì che questi l’aveva tradita con una donna dalla quale aspettava un figlio. Scoppiò uno scandalo, Teresa ne rimase sconvolta e decise di allontanarsi da Capua raggiungendo, per un po’ di tempo, una zia a Parma. Il padre per rassicurarla le scrisse sedici lettere dall’ottobre del 1892 che la famiglia conserva gelosamente. Successivamente Teresa sposò un avvocato penalista di grido del foro napoletano, originario di Siano, in provincia di Salerno, dal quale ebbe tre figli: Alberto, Edelweiss e Ketty.

Ma anche questo legame si spezzò. L’avvocato Giovanni Iannone aveva un’amante. Un giorno nel corso di un’udienza fu attaccato pubblicamente da un suo collega che, per denigrarlo, gridò davanti a tutti la sua non attendibilità perché fedifrago. Giovanni Iannone reagì estraendo una pistola e ferendolo. Scoppiò un nuovo scandalo, che portò alla luce del sole la sua relazione. Giovanni Iannone a quel punto si trasferì in Africa e abbandonò la famiglia, lasciandola in precarie condizioni economiche in un momento delicato: Alberto ed Edelweiss frequentavano entrambi l’università. Non ritornò che morente e, quando chiese di vedere i figli, solo Alberto si recò al suo capezzale. I tre figli crebbero con una mamma bella, colta e tormentata, da cui trassero tutta la cultura risorgimentale del nonno, il suo rigore di studioso e di educatore, l’anticonformismo, le ampie vedute, la sensibilità accresciuta dalle sofferenze patite; e con uno zio monsignore, fratello del padre, di nome anch’egli Alberto. Uomo di grande cultura e di ampie vedute, non comuni per un prelato dell’epoca, che ebbe un ruolo importante nella loro formazione culturale, soprattutto nell’insegnamento del latino. Su questa cultura risorgimentale s’innestò quella marxista appresa nei loro studi filosofici. Ma le sofferenze patite ne avevano arricchito anche la sensibilità umana.

Sono significativi della personalità di Alberto non solo gli episodi già raccontati, ma anche le modalità con cui svolgeva la sua missione di educatore. Le lezioni private rappresentavano la sua unica fonte di reddito. È vero che il numero di allievi era considerevole, ma una parte non trascurabile di essi, approfittando del fatto che mai il professore avrebbe richiesto quanto dovutogli, retribuivano le sue lezioni a loro piacimento e in qualche caso non pagavano affatto. Ad un certo punto Rosetta Russo, una cugina di mia madre dal carattere battagliero, anche lei allieva di Iannone (essendo molto brava in latino il professore si faceva a volte sostituire da lei durante le esercitazioni scritte), non riuscendo più a tollerare questi comportamenti, decise di prendere l’iniziativa e di provvedere lei a riscuotere per conto del professore, apostrofando con modi bruschi quelli che più ci marciavano: «Ma non vi vergognate di approfittare in questo modo della generosità del professore? Bisogna avere proprio una bella faccia tosta». Anche questi aspetti della sua personalità spiegano la popolarità e l’affetto di cui godeva in città.

11.

I rapporti di Iannone con la rete clandestina del Pci

Dal racconto di Margherita sappiamo che Alberto Iannone partecipò giovanissimo ai congressi preparatori di quello di Livorno del 1921, nel quale il Pci ebbe la sua nascita, e che considerava la scissione come una necessità, a causa delle continue lotte interne al partito che ne indebolivano l’azione. Sappiamo, inoltre, che partecipò a una riunione clandestina con Terracini nelle campagne di Calvi Risorta. È possibile possa trattarsi del congresso provinciale, in preparazione di quello di Lione, presieduto da Terracini ed Ennio Gnudi, che si tenne nel 1925 in una casa colonica nei pressi di Riardo, di cui parla Giuseppe Capobianco nel suo libro La costruzione del partito nuovo in una provincia del Sud. Altro dato certo sono i suoi rapporti con Corrado Graziadei, riconfermato segretario della federazione del PCdI proprio in quel congresso del 1925, nel quale fu anche eletto un nuovo gruppo dirigente, sopravvissuto alle repressioni fasciste, composto da Benedetto D’Innocenzo di Calvi, Domenico Schiavo di Caserta, Antonio Marasco di Piedimonte, Ambrogio Ursillo di Marzano. Di Corrado Graziadei scrive Paolo Spriano: «A Caserta spicca la figura di Corrado Graziadei (1893), altro avvocato nel Pci dalla fondazio- ne e più volte arrestato, carcerato e confinato, deferito al Tribunale militare di Napoli dal governo Badoglio nei quarantacinque giorni: verrà processato anche dagli Alleati perché si è rifiutato di sciogliere il comitato di liberazione al loro arrivo in città» (Paolo Spriano Storia del Partito Comunista Italiano. La resistenza, Togliatti e il par- tito nuovo, Einaudi, 1969.)

Come ricorda Giuseppe Capobianco per gli antifascisti casertani fu quello un periodo di grande isolamento «Nel 1924 la classe politica di questa provincia aveva accettato quasi al completo, senza resistenza alcuna, la nuova situazione politica assicurando così la transizione al regime senza scosse e consentendo infine nel 1927 che il fascismo, senza reazioni clamorose, sopprimesse e smembrasse la vecchia provincia di Terra di Lavoro. A partire dalla seconda metà degli anni trenta l’opposizione politica al regime, fino allora relegata in alcune ristrette realtà urbane del Casertano e dell’Alifano, comincia a collegarsi con un certo malessere che si andava estendendo nelle campagne: tra i quotisti del “Pantano” di Sessa, tra i canapicoltori del Piano Campano, tra i boscaioli dell’alto Matese e, più tardi, tra gli assegnatari dell’Opera Nazionale Combattenti (Onc) ed i piccoli proprietari espropriati del basso Volturno. Le Bandiere Rosse issate il 1° maggio 1934 su una ciminiera di Calvi Risorta ed il 1° maggio 1935 sul Monte Cila che domina Piedimonte d’Alife, sono segni evidenti che la tenace resistenza di alcuni nuclei proletari iniziava a rompere il suo isolamento. Le guerre d’Etiopia e di Spagna se- gnano, anche in Terra di Lavoro, la ripresa della cospirazione an- tifascista e della protesta sociale, alle quali fa seguito la ripresa di misure persecutorie contro noti antifascisti locali» (Giuseppe Capobianco, op. cit.,)

Le parole di Capobianco trovano conferma anche dal racconto di Margherita Troili. In quegli anni s’intensificano le perquisizioni e i fermi di polizia ad Alberto Iannone. La stessa Margherita assiste a una delle perquisizioni nella casa di Alberto e subisce il primo fermo di polizia, rimanendo a disposizione del comando dei carabinieri di Capua dall’alba alla notte. Con la venuta di Hitler a Napoli nel 1938 gli vietano per un mese di recarsi nella città dove frequentava la facoltà di Economia e Commercio. Ma si intensi- fica anche l’attività clandestina dei due. Margherita fu incaricata da Alberto di avvertire la moglie di Graziadei che egli non sarebbe rientrato per alcuni giorni: «Mi furono fatte mille raccomandazioni, ma ancora non mi si parlava chiaramente. Ricordo che mi si fece prendere il treno per Caserta e da lì quello per Sparanise. Un giro inutile e vizioso, secondo me, ma non discussi. Ero emozionata fortemente, ma tranquilla; e non so se questi incarichi che mi venivano affidati da Alberto Iannone erano eseguiti da me più per amore che per consapevolezza. Arrivata a Sparanise, andai subito a casa Graziadei: una casa semplice, modesta, alle spalle della ferrovia. Parlai con la moglie di Corrado, una bella donna che non fece trasparire le proprie emozioni. Era purtroppo abituata al peggio ed io ero ancora una sconosciuta per lei» (4 Margherita Troili, Una donna ricorda, cit.)

Nel 1939 Margherita consegnò dei volantini ad un ferroviere nella stazione di Napoli. L’accordo era che sarebbe stata avvicinata da un ferroviere che gli avrebbe chiesto un libro di tecnica bancaria dentro il quale erano impaginati volantini. Sempre a Napoli incontrò, questa volta insieme ad Alberto, un ufficiale dell’esercito e un uomo distinto (credo si trattasse dell’ufficiale dell’esercito Marco Passanisi e del pittore napoletano Paolo Ricci che, come scrive Capobianco, avevano partecipato ad una riunione a Capua nella casa di Aniello Tucci, del quale parlerò più avanti). L’incontro, nel quale ricevettero l’indicazione di consoli- dare la posizione di Margherita nel Guf (Giovani universitari fascisti) di Capua, si svolse in un bar di fronte al Maschio angioino. Margherita rimase perplessa ma più tardi comprese il perché di quella direttiva. Comunisti e socialisti, infatti, per approfittare del malcontento che andava crescendo, sia a causa della Guerra di Spagna che dell’avanzare del nazionalsocialismo in Europa, avevano deciso di cambiare strategia nella lotta al fascismo e inaugurarono la tattica della «opposizione legale» al regime, attraverso la penetrazione all’interno delle organizzazioni fasciste, in particolare quelle studentesche. Essi approfittarono dello slogan propagandistico lanciato dal regime «Largo ai giovani» e dei «Littorali» per costruire un ampio fronte giovanile antifascista dai comunisti ai cattolici e dialogare con la parte più sensibile dei giovani universitari fascisti. Non è un caso che provenivano dai Guf gran parte delle figure più rappresentative dell’antifascismo e dello stesso gruppo dirigente del Pci: da Giorgio Bocca ad Arrigo Boldrini, da Mario Alicata, a Paolo Bufalini, da Giorgio Napolitano a Pietro Ingrao.

Ben presto la stessa Margherita toccò con mano i risultati prodotti da quella strategia: «Infatti come dirigente ebbi modo, senza troppo scoprirmi, di fare certi discorsi, di mettere in evidenza, con l’aria di volerne fare la difesa, molte pecche del partito fasci- sta. Eravamo parecchi studenti in quella sede. Per farla breve ben presto acquistammo una libertà di linguaggio e di critica […] Formammo così un piccolo gruppo di antifascisti che ogni giorno allargava le sue file. Eravamo studenti intelligenti e quella piccola libertà di parola che ci eravamo conquistata ci faceva sentire degli eroi. Molti bravi compagni sono usciti da quella sede» (5 Margherita Troili, op. cit.)

La svolta arrivò ad Alberto e Margherita solo nel 1939, a causa delle difficoltà nei collegamenti tra il centro interno clandestino del partito e il Mezzogiorno, divenuti rarissimi dopo il 1934. In realtà, la nuova linea politica era maturata da qualche tempo nell’emigrazione antifascista, dopo un lungo dibattito tra Giustizia e Libertà, socialisti e comunisti. Un dibattito che porterà al patto di unità d’azione tra comunisti e socialisti, alla ripresa di un’azione politica nel paese in collegamento con le masse. Scrive Paolo Spriano: «Si va affermando una esperienza politica del tutto nuova, l’esperienza dei fronti popolari (quello francese e quello spagnolo) che hanno un’influenza grandissima su tutto l’antifascismo italiano e particolarmente sul Partito Comunista d’Italia. E questo almeno in due sensi e in due direzioni. Nell’elaborazione programmatica e nell’azione concreta, come nei rapporti tra l’emigrazione e l’interno del paese. Il gruppo dirigente che vive nell’emigrazione a Parigi si arricchisce di nuovi quadri, di uomini che, espiata la pena a cui erano stati condannati dal Tribunale speciale sono riusciti ad espatriare ed animano il Centro estero di una dialettica più intensa»; e più avanti ricorda la relazione tenuta da Luigi Longo alla sessione del comitato centrale del febbraio-marzo del 1935, «che è pervasa dallo sforzo di crea- re le condizioni per un fronte popolare in Italia, di conquistare alleati alla lotta operaia […] Circola dunque un’area nuova. Si avverte il bisogno di fare politica, tenendo d’occhio lo sviluppo dell’unità d’azione coi socialisti sia la realtà del paese sotto il fascismo. Dice Montagnana: Ci sono dei vari malcontenti del fascismo, tra i giovani, intellettuali ed altri. Si tratta della “sinistra”, dei giovani del fascismo che fanno capo ai vari giornali e riviste che conosciamo e che sono molto più numerosi di quel che non appaia. Il complesso di questi elementi malcontenti rappresenta, per lo meno allo stato potenziale, un’enorme forza antifascista che noi dobbiamo tendere a mobilitare perché senza di essa è difficile se non impossibile abbattere il fascismo». (6 Paolo Spriano Storia del Partito Comunista Italiano. Gli anni della clandestinità, Ei- naudi, 1969.)