Le “lezioni politiche” del virus

Diceva Galileo Galilei: “Dietro ogni problema si nasconde una opportunità”. Ogni avvenimento che produce grande criticità rappresenta, infatti, una sfida che richiede uno sforzo impegnativo per produrre quel salto di qualità e lo sviluppo di quelle caratteristiche, sul piano individuale e collettivo, necessari per vincerla. Quelle qualità, quelle competenze, quelle virtù, quelle caratteristiche che acquisiamo nel raccogliere una grande sfida saranno poi utili per affrontare anche altri problemi ed altre sfide, per superare altri ostacoli. E’ un principio che, per quanto possa apparire paradossale, vale anche per un problema grande e drammatico come quello dell’epidemia da coronavirus. A patto, però, di evitare la continua oscillazione, che c’è stata in questa prima fase, tra la sottovalutazione e il panico. La sottovalutazione, infatti rende inadeguata la nostra azione. Il panico, l’avvilimento, non sono mai stati in nessun caso di alcun aiuto nella risoluzione di un problema. Al contrario più alto è il pericolo più serve tenere i nervi saldi e ricorrere alla ragione, innanzitutto per comprendere contro quale nemico combattiamo. In questo è essenziale il ruolo della scienza. Sempre la ragione è necessaria per passare all’azione e qui conta l’efficienza, la prontezza e il ruolo della politica. Lo sbandamento iniziale si può capire. Siamo in presenza di un virus nuovo, facilmente trasmissibile, di un rischio pandemia come non si vedeva dai tempi della grande depressione dei primi decenni del secolo scorso. E certamente non è un caso se un rischio di queste dimensioni si ripropone insieme ad una crisi sistemica della stessa portata. Tra salute, ambiente e sistema economico e sociale c’è sempre un rapporto strettissimo. Per questo serve il ruolo forte di scienza e politica e un rapporto tra loro sinergico. Affrontare la sfida del coronavirus può dare indicazioni anche su come vincere la sfida di una crisi che è economica, sociale, ambientale e politica insieme. A patto di comprenderne, insieme ai rischi reali che corriamo, le lezioni politiche che la battaglia con il virus rivela. La scienza, da quando l’epidemia è scoppiata nella città di Wuhan, ha fatto passi in avanti nella conoscenza del virus e oggi è in grado dirci molte cose sul nemico che stiamo combattendo. Il Covid-19 non è la peste o ebola ma neppure una semplice influenza. Dell’influenza ha molte caratteristiche, a partire dalla facilità e dalle modalità di trasmissione, e una letalità un po’ più alta. Il problema più grande nasce dal fatto che è un virus nuovo – contro il quale non siamo vaccinati e non abbiamo sviluppato anticorpi – per cui la percentuale di popolazione che può essere contagiata è molto elevata. Per ottenere un vaccino ci vogliono ancora mesi. Per questo, anche se con l’arrivo della primavera e dell’estate il caldo ci aiuterà, evitare la diffusione è praticamente impossibile. E’ però fondamentale contenerla, diluirla, soprattutto per non sovraccaricare il sistema sanitario. Almeno un 15% dei contagiati, infatti, ha bisogno di ospedalizzazione e, una parte non marginale di questi, di un aiuto alla respirazione e di ricovero in terapia intensiva. Il rischio che il sistema sanitario non possa reggere – con conseguenze facilmente immaginabili non solo per i contagiati che presentano una sintomatologia più grave ma anche per affrontare acuzie di diversa origine- è davvero serio. Ecco perché bisogna rispettare le indicazioni decise dal governo d’intesa con gli esperti. Al momento c’è un solo modo per contenere e diluire i contagi: quello di limitare quanto più possibile i contatti tra persone. I grandi sacrifici, che questa scelta ci impone in termini di rinuncia ad abitudini di vita consolidate, sono necessari per salvaguardare la nostra salute. E’ vero che queste misure rischiano di dare un colpo terribile ad una economia globale già in sofferenza ma tuttavia sono indispensabili per evitare guai peggiori. Non a caso anche altri paesi, che hanno cominciato con ritardo a praticare più tamponi per scovare e contrastare il virus, stanno seguendo l’esempio italiano, pur valutandone tutte le inevitabili conseguenze economiche. Tra l’altro ormai è evidente che siamo vicini al passaggio dall’epidemia alla pandemia e a quel punto sarà sempre più centrale e condizionante il ruolo dell’OMS. Inoltre, proprio per quel principio che individua il problema anche come una opportunità, la lotta al virus può darci indicazioni utili per prepararci a rilanciare con maggiore forza una crescita economica adeguata al colpo subito, affrontando le cause strutturali di una crisi che in questi 10 anni è stata solo tamponata da una immissione di liquidità senza precedenti nel sistema, utile certamente ad evitare il precipizio, ma certo non sufficiente da sola a imprimere uno slancio all’economia proporzionato alla portata della grande recessione del 2008/2009 e alle sofferenze sociali che ha determinato. Vediamo allora quali lezioni politiche questo virus ha già impartito. La prima lezione attiene certamente alla qualità della democrazia che non può trasformarsi nella libertà di fare ciò che ciascuno vuole, o in una dittatura della maggioranza e neppure nel riconoscimento di un diritto di veto alle minoranze. La democrazia rappresentativa si fonda sul rispetto delle regole e delle competenze, oltre che sull’equilibrio dei poteri. Non c’è rivendicazione di democrazia diretta o assetto federalista dello stato che possa mettere in discussione questi principi o ribaltare il significato del principio di sussidiarietà che, se deve garantire l’esercizio delle funzioni pubbliche al livello istituzionale più vicino ai cittadini, riconosce al livello superiore il potere e la competenza di agire quando questo serve a rispondere meglio alle esigenze della collettività. La lotta al coronavirus per essere vincente richiede il rispetto delle competenze e delle indicazioni della scienza da parte della politica e al tempo stesso un indirizzo unitario e dunque centralizzato, anche se fondato sulla massima collaborazione istituzionale. Fuori da questo schema c’è solo una confusione insostenibile che finisce per favorire la diffusione del virus e far perdere credibiltà al Paese. La seconda lezione riguarda la pericolosità del neoliberismo che ha ripristinato nell’ultimo trentennio il primato del mercato e del profitto sull’interesse collettivo, del privato sul pubblico. Oggi anche una emergenza così grave ci svela quanto sia essenziale, invece, una forte sanità pubblica. Negli USA ad esempio sono in ritardo nell’individuarne la portata del fenomeno e nel contrastarne la crescita perché la privatizzazione estrema di un servizio cruciale come quello chiamato a tutelare la salute pubblica è piegato unicamente alla logica del profitto. I casi appaiono ancora pochi solo perché un tampone costa 3200 euro, per cui la logica che certamente è vincente nel contrasto al contagio deve cedere il passo alla logica del profitto. Vedremo tutto questo dove porterà gli USA. Intanto abbiamo già visto dove ha portato l’Occidente il ciclo neoliberista: dentro una crisi economica, finanziaria, istituzionale e politica senza precedenti per sostenere un modello di consumi e un meccanismo di accumulazione finalizzato esclusivamente al profitto, fino a compromettere il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, con le conseguenze che vediamo anche nella stima del carico di inquinamento, di malattia e di danni prodotti alla salute. La terza lezione politica è la condanna inequivocabile del nazionalismo che non può rappresentare la soluzione al fallimento del pensiero neoliberista e ai problemi del nostro tempo. Il virus di un pipistrello, che vive in una delle regioni asiatiche del sud ovest della Cina, è passato all’uomo ed in pochi mesi è arrivato fino a noi e si sta diffondendo nel mondo intero. I virus non conoscono frontiere. Lo stesso dicasi per i cambiamenti climatici, che rappresentano un pericolo ancora più grande. E’ così da sempre anche se ora – in un mondo reso più piccolo dallo sviluppo delle tecnologie e delle comunicazioni – tutto è connesso, tutto è più veloce ed è affrontabile esclusivamente mediante una strategia ed una azione coordinate a livello globale. Pensare che si possa ripristinare la sovranità democratica perduta, lasciando la politica rinchiusa dentro i confini nazionali, è una idea fuori del tempo e dello spazio. Quel primato dello Stato, messo in crisi dall’abbandono del compromesso Keynesiano tra democrazia e capitalismo, può rinascere solo in una dimensione istituzionale più ampia, che abbia le spalle forti per dettare regole – facendole rispettare – a poteri economici e finanziari e ad un mercato che da tempo hanno assunto una dimensione globale. Insomma servono Stati continentali ed un nuovo ordine internazionale. Sono queste tre lezioni politiche – che ci vengono anche da questa battaglia inedita e drammatica in corso – di cui bisogna fare tesoro, sia per contrastare meglio, qui ed ora, il pericolo che incombe sulla nostra salute, sia per fare in modo che i problemi inevitabilmente determinati da questa non breve emergenza sanitaria sul tessuto economico e produttivo possano rappresentare l’occasione per dare quelle risposte proporzionate alla grande crisi di questo inizio secolo che fin qui sono mancate.

Un commento

  1. Condivido pienamente l’analisi dei danni che produce il neoliberismo ed il sovranismo diffuso, e condiv ido la necessita’ di puntare a governi continentali. Penso anche che l’Europa, per la sua storia di emancipazione culturale e sociale potrebbe, e dovrebbe, essere oggi in condizione di aver maturato la bonta’ e l’opportunita’ di questa scelta.

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