La recessione è alle porte. Chi ci salverà?

Finché l’epidemia di COVID-19 era rimasta sostanzialmente confinata nella città cinese di Wuhan i mercati finanziari non avevano interrotto la lunga corsa cominciata nel gennaio del 2019 – nonostante il rallentamento dell’economia allora in atto – grazie alla rinnovata disponibilità delle Banche Centrali a garantire nuovi tagli dei tassi e nuovi allentamenti quantitativi. Scommettevano su una breve durata dell’emergenza sanitaria, su un impatto negativo per l’economia limitato al primo trimestre dell’anno e su una forte ripartenza già nel corso del secondo trimestre. Poi sono arrivati i forti focolai in Lombardia e in Veneto. L’OMS ha segnalato che la finestra per evitare l’estensione globale del virus si è quasi chiusa e che è bene prepararsi al peggio. A quel punto la musica è cambiata ed abbiamo avuto la peggiore settimana sui listini dai tempi della crisi di Lehman Brothers. Il COVID-19, insomma, può essere quel “cigno nero” che tutti temevano. E cioè quell’evento imprevedibile e di grande impatto in grado di cambiare in modo radicale il corso delle cose, di fermare il ciclo espansivo dell’economia più lungo della storia, cominciato subito dopo la grande recessione del 2008/2009. Un ciclo espansivo caratterizzato da bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi di interesse che tutti si aspettavano potesse continuare – grazie alla droga della liquidità abbondante – per tanto tempo ancora. Ora però con le fabbriche della componentistica chiuse, la forte limitazione degli spostamenti nel Mondo, il rinvio di ogni cosa e il crollo del turismo, i primi due trimestri dell’anno non potranno non segnare un PIL in forte arretramento. Insomma la recessione è alle porte. La botta sarà cosi forte che quando l’epidemia sarà ridimensionata e superata far ripartire l’economia con la velocità giusta non sarà uno scherzo. Insomma un effetto della crisi sui mercati a V – cioè con una brusca discesa e una veloce risalita – non è più così scontato. Anche perché l’arma della liquidità abbondante è ormai spuntata. Tassi a zero e continui allentamenti quantitativi hanno consentito a Stati, imprese e famiglie di reggere aumentato a dismisura l’indebitamento – potendo destinare al pagamento degli interessi meno di ciò che dovevano detrarre dal reddito prima della crisi per ripagare un debito di gran lunga più contenuto. Insomma in questi 10 anni tutti hanno speso di meno per poter disporre di maggiori risorse per investimenti e consumi. I rendimenti negativi di una parte consistente dei titoli obbligazionari e il sostegno ai mercati da parte delle Banche Centrali, hanno spostato risparmi sui listini azionari e questo ha fatto arrivare qualcosa – non tutto – anche all’economia reale. Tuttavia ciò non ha aggredito le cause strutturali della crisi. E quando una economia si regge sul debito la recessione può arrivare non solo nel caso i tassi di interesse tornino a salire – una eventualità che le Banche Centrali non si sognano neppure. Basta un cigno nero come questo, in grado di provocare una caduta importante della produzione e dei consumi e un ridimensionamento delle entrate dello stato e dei fatturati delle aziende, per rendere questo enorme debito insostenibile. A quel punto con i tassi a zero e miliardi di dollari di titoli a rendimento negativo non possono esserci altri tagli dei tassi né possono servire ulteriori acquisti di titoli. Entriamo di fatto nello scenario della trappola della liquidità della quale si è più volte parlato. Non a caso c’è chi comincia a pensare di ricorrere all’idea dell’Helicopter Money (lanciare soldi dall’elicottero), elaborata nel 1969 dall’economista Milton Friedmann, che consiste nella distribuzione di denaro direttamente nelle mani dei cittadini. E’ quello che hanno pensato di fare nella regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong, dove il governo intende distribuire circa 1300 dollari ad ogni cittadino.Tuttavia non è detto che in una situazione come questa possa bastare. Anche perché è difficile che queste risorse non vadano ad accrescere il risparmio. L’idea di una stampa straordinaria di moneta da parte delle Banche Centrali può, invece, funzionare se queste risorse vengono date direttamente agli stati che a quel punto dovrebbero usarle in due direzioni fondamentali per affrontare le cause strutturali della crisi. Innanzitutto una grande riconversione ecologica dell’economia necessaria sia per combattere i cambiamenti climatici (come sostiene la virologa Ilaria Capua “le epidemie derivano dalle azioni dell’uomo sull’ambiente” e basta pensare allo scioglimento dei ghiacciai per immaginare cosa sta per accadere), sia per aumentare gli investimenti e il lavoro e rendere ecologicamente sostenibile un grande rilancio dei consumi. In secondo luogo in direzione di un significativo taglio delle tasse sui ceti medio bassi perché è chiaro che in una società nella quale la ricchezza si concentra in poche mani non può esserci vero rilancio della crescita. E’ evidente però che un allentamento quantitativo destinato non ai mercati finanziari ma agli investimenti produttivi strategici e alla redistribuzione della ricchezza deve avere una durata e una portata adeguate e deve necessariamente essere concordato a livello internazionale. Insomma bisogna cambiare davvero iniettando nel processo di globalizzazione una dose di socialismo sufficiente per debellare il virus del neoliberismo, che è la madre di tutti i “cigni neri” potenzialmente in grado di avere un impatto nefasto sull’economia globale. Purtroppo fino ad ora la crisi del neoliberismo ha prodotto, paradossalmente, una spinta a destra che non può portare a nulla di buono. Anche l’epidemia di coronavirus dimostra che siamo tutti interconnessi e che in questo mondo nuovo non servono i muri. Serve un governo democratico della globalizzazione che sia guidato dalla politica e non dalle grandi concentrazioni economiche e finanziare. Serve una nuova sinistra internazionale in grado di battersi per affermare il primato dell’interesse collettivo sulla logica del profitto. E’ ora di cominciare ad organizzarla.

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