Sui dazi è solo tregua tattica

Mattinata in rosso per le borse asiatiche ed europee nonostante oggi si firmi, a mercati chiusi in Europa,  quella che viene definita la prima fase dell’intesa commerciale tra USA e Cina. Questa volta però i mercati finanziari non hanno tutti i torti perché in realtà le anticipazioni, filtrate su questo primo accordo, sono molto deludenti. Più che di un primo capitolo di un patto di pace solido si tratta, in realtà, di una tregua tattica che arriva dopo più di un anno di prove muscolari. Si capirà di più quando si conosceranno le oltre 80 pagine che saranno firmate stasera. E’ però certo che rimarranno in vigore i dazi su 360 miliardi di dollari di prodotti cinesi, mentre saranno dimezzati quelli su altri 120 miliardi di dollari e sospesi i rialzi che erano stati annunciati su altri interscambi. In cambio la Cina si impegna a incrementare di duecento miliardi gli acquisti di derrate alimentari dagli USA (dai maiali, al pollame, al mais, al riso),. Inoltre rimane fuori dall’accordo la questione spinosa del furto di proprietà e delle regole sugli aiuti di Stato alle grandi società cinesi. Tutto sommato con questa firma cambia poco, mentre la fase due dell’accordo è al momento priva di una data precisa e certamente non arriverà prima delle elezioni presidenziali Usa del prossimo autunno. Certamente non siamo in presenza di una intesa tale da incidere sui livelli di crescita dell’ economia globale. L’economia dei cosiddetti paesi emergenti è in forte rallentamento. Cina e India stanno operando una stretta creditizia per fare fronte agli eccessi di spesa pubblica utilizzati negli anni scorsi per sostenere tassi di crescita accettabili. Anche in Indonesia è in atto una diminuzione di liquidità, mentre sono note le difficoltà delle economie del Brasile e dell’Argentina e la debolezza del Sudafrica, in conseguenza dei deficit elevati fiscali e delle partite correnti. Aggiungiamo che gli impegni assunti dalla Cina, sull’aumento delle importazioni di derrate alimentari dagli USA, penalizzeranno ulteriormente le esportazioni di molti paesi emergenti. Certo parliamo di un rallentamento di tassi di crescita che in quella parte del mondo rimangono comunque elevati in rapporto alla debolezza strutturale delle economie occidentali, per cui non per questo arriverà una recessione. Tuttavia con questo accordo e queste premesse – se la stabilizzazione della crescita dell’ economia internazionale segnalata dai dati di fine 2019 è con una probabilità destinata a consolidarsi nei prossimi mesi – possiamo certamente escludere che possa arrivare un recupero più sostenuto. Solo le elezioni presidenziali del prossimo autunno potranno cambiare un quadro segnato dalla spinta USA ad accordi commerciali bilaterali in luogo di una concertazione globale che è l’unica vera premessa in grado di dare fiato ad una ripresa meno anemica di quella che abbiamo avuto negli ultimi 10 anni. Ma al momento, anche sull’esito di quel decisivo passaggio elettorale, le previsioni sono davvero impossibili.

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