Il 50° World Economic Forum, le diseguaglianze e l’impotenza della sinistra

Inizia domani la quattro giorni del Word Economic Forum 2020 a Davos. Sarà questo il 50° anniversario del meeting che ogni anno riunisce, nel piccolo comune alpino della Svizzera, gli uomini più ricchi e più potenti del Mondo. Al centro del confronto il rallentamento economico globale e i cambiamenti climatici. Come ogni anno Oxfam, la Confederazione Internazionale delle organizzazioni non profit che si dedicano alla lotta per la riduzione della povertà globale, alla vigilia di questo annuale appuntamento dei grandi, snocciola nuovi dati sulle diseguaglianze – che dimostrano perché non è da questa sede che può arrivare la risoluzione dei problemi che di volta in volta vengono esaminati per rilanciare l’economia globale. Cosa ci dice quest’anno Oxfam? Che i 2153 più ricchi del mondo hanno un patrimonio di 2019 miliardi che è molto di più di quello posseduto dai 4,6 miliardi più poveri. Tutte le donne del continente africano messe insieme hanno la stessa ricchezza dei 22 uomini più ricchi del mondo. Solo il 4% degli introiti fiscali globali proviene dalla tassazione della ricchezza, mentre ben più elevata è la tassazione del lavoro. In sostanza le diseguaglianze si accentuano ogni anno di più. Negli ultimi 20 anni la ricchezza del vertice della piramide sociale è aumentata del 7,6%, quella del 50% della popolazione mondiale, la parte più povera, è diminuita del 36,6%. Anche l’Italia è pienamente dentro questa tendenza: l’1% più ricco detiene quanto il 70% della popolazione. A farne le spese soprattutto i giovani: il 30% dei nostri giovani guadagna meno di 800 euro lordi al mese e il 23% degli under 29 versa in condizioni di povertà. Insomma la lotta di classe non è mai finita solo che a vincere sono sempre e solo i più ricchi, i grandi miliardari, il grande capitale.  In ultima analisi se l’economia globale da dieci anni cresce poco è perché l’unica arma che si sta usando per uscire dalla crisi – che non dimentichiamolo mai è soprattutto il prodotto della crescita delle diseguaglianze – è quella della liquidità pompata a piene mani nel sistema dalle Banche Centrali. Ma se la stampa illimitata di moneta è l’unica fonte mobilitata per tenere a galla il sistema non possiamo poi meravigliarci se le diseguaglianze crescono, i consumi ristagnano e la crescita si mantiene anemica. I grandi potranno dire a Davos quello che vogliono ma i primi segnali che provengono dall’economia in questo inizio del 2020 parlano chiaro: la produzione manifatturiera rimane molto debole in Europa; in Giappone forse il PIL potrà crescere dello 0,9% anziché dello 0,7% – grazie al pacchetto di stimoli deciso a dicembre; la tregua nella guerra commerciale tra USA e Cina potrà arrestare il rallentamento delle loro economie ma non certo rilanciarle. Insomma nella migliore delle ipotesi avremo un consolidamento della stabilizzazione della crescita già registrata a dicembre ed un anno di crescita che si manterrà comunque a livelli bassi al pari dei tassi di interesse e dei livelli dell’inflazione. Sempre sperando che le tensioni geopolitiche non facciano salire troppo il prezzo del petrolio. Quanto ai cambiamenti climatici per fare qualcosa di serio bisognerebbe rilanciare politiche fiscali da parte di tutti i governi del mondo, concentrando gli investimenti pubblici sulla riconversione ecologica dell’economia. Peccato che nella prima potenza del Mondo c’è un presidente che ha rilanciato il carbone, mentre nel Medio Oriente continuano a scannarsi con la complicità delle grandi potenze per il controllo delle risorse fossili. Ma anche se ci fosse una reale volontà di rispettare gli accordi di Parigi dove potrebbero trovare le risorse necessarie i governi nazionali? Le grandi ricchezze dettano legge perché si muovono in una dimensione ben più grande di quella nella quale è relegata la politica ormai priva del potere reale. Servirebbe un rilancio della lotta di classe che parte dal basso e non dall’alto. La lotta di classe come quella della seconda metà del secolo scorso, quando a lottare e a vincere era anche il mondo del lavoro e non solo quello ristretto della rendita. Solo che la sinistra – quella che è nata per organizzare e guidare gli ultimi ed affermare l’uguaglianza – rimane impotente, impegnata a litigare tra riformisti e rivoluzionari sulle ragioni della propria impotenza. E? ancora ferma al secolo scorso, senza accorgersi che il suo problema più grande è l’incapacità di uscire da una dimensione della sovranità e della politica che è ormai morta e sepolta. Nel mondo dei giganti, delle grandi multinazionali, della grande finanza, dei giganti continentali, c’è una sola sovranità possibile ed è quella sovranazionale. Non può cambiare nulla se la sinistra politica e sociale non riparte dall’analisi del capitalismo al tempo della globalizzazione, dalla crisi dello Stato e della democrazia, dalla sua vocazione internazionalista e dall’esigenza di ritrovare progetti ed assetti organizzativi globali. Il tema è sempre quello posto da Carlo Marx: “proletari di tutto il mondo unitevi”. Oppure la lotta di classe, che continua a far girare l’economia globale, continueranno a farla e a vincerla i grandi paperoni. Almeno fino a quando i cambiamenti climatici non porranno fine alla vicenda umana. Perché il capitalismo liberista non è sostenibile. Checché ne dicano a Davos.

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