In quale fase del ciclo economico siamo?

Gli anni ’10 di questo secolo sono stati caratterizzati da una crescita ininterrotta dell’economia globale. Non era scontato perché sono arrivati subito dopo la Grande Recessione del 2008/2009, la più grave dai tempi della seconda guerra mondiale. E’ vero la crescita si è mantenuta bassa ed è stata accompagnata da bassa inflazione e basso costo del denaro. Tuttavia, se guardiamo alla prima economia mondiale, quella degli Stati Uniti d’America, da cui dipende in gran parte l’andamento dell’economia internazionale, possiamo dire che non c’è mai stato un ciclo espansivo così prolungato. I mercati finanziari hanno perciò segnato nel decennio una buona performance e oggi sono quasi tutti sui massimi di sempre, anche se non sono mancate fasi di forte volatilità legate a incertezze di ordine geopolitico – come la crisi del debito sovrano in Europa nel 2011/2012, il crollo dei mercati in Cina dell’estate del 2015, l’anno nero del 2018, legato alle tensioni commerciali tra USA e Cina e alla breve scelta di rialzare i tassi da parte della FED, non a caso durata lo spazio di un mattino. Queste fasi tuttavia non sono mai durate a lungo e soprattutto non hanno impedito un saldo nettamente positivo del decennio. E’ perciò naturale che gli anni ’20 si aprano con un dibattito che divide gli economisti: siamo alla fine del ciclo economico iniziato dopo la Grande Crisi –  e pertanto dobbiamo aspettarci una nuova recessione nei prossimi 6 mesi un anno – oppure questa fase di crescita bassa è destinata a durare ancora a lungo, dal momento che, come è ormai evidente, le politiche delle grandi banche centrali continueranno a garantire misure accomodanti fino a quando ce ne sarà bisogno? E’ noto dai tempi di Marx che il capitalismo è strutturalmente portato a produrre crisi. Gli stessi teorici dell’economia neoliberista hanno fatto propria la teoria dell’economia dell’innovazione e del ciclo economico – detta della “distruzione creativa” (o anche la “burrasca di Schumpeter”), elaborata negli anni 50 da Joseph Schumpeter – che descrive l’esigenza strutturale della produzione industriale di rivoluzionare di continuo la struttura economica, distruggendo quella vecchia per crearne una nuova. Insomma se non svaluta la ricchezza esistente il sistema capitalistico non può crearne  una nuova e più grande. A favore di chi esprime l’opinione che siamo a fine ciclo, insomma, c’è la storia dell’economia che ci dice come il ciclo economico è fatto di una alternanza di fasi di diversa intensità dell’attività produttiva. Ad una fase di espansione, caratterizzata da una crescita sostenuta del PIL, segue una fase di recessione – caratterizzata da una diminuzione del PIL in almeno due trimestri consecutivi. Ad una fase di depressione, caratterizzata da ristagno della produzione ed elevata disoccupazione, segue sempre una fase di ripresa in cui il PIL ritorna a crescere. Le teorie che hanno tentato quanto meno di attenuare la portata di questa distruzione, ciclicamente necessaria al sistema, sono oggi difficilmente attuabili. Le politiche anticicliche Keynesiane, infatti, non sono praticabili in un mondo nel quale economia e finanza si sono globalizzate ma lo Stato – cioè la mano pubblica, cui spetta il compito di regolare il ciclo – non è riuscito a mantenere il loro passo. Occorre una concertazione globale delle politiche fiscali dei governi che fin qui è mancata perché è saltato il vecchio ordine internazionale e il nuovo ancora non si vede. Ed è questo il motivo per il quale fino ad oggi le cause strutturali della Grande Crisi (l’eccesso di finanza e soprattutto la crescita delle diseguaglianze) non sono state affrontate e la crescita bassa, seppur costante, degli anni ’10, è stata garantita solo dalle politiche espansive delle banche centrali – divenute non più un rimedio di breve termine, destinato a dare il tempo ai governi di rilanciare l’economia con politiche fiscali, ma una vera e propria necessità di lungo periodo, pena il crollo del sistema finanziario internazionale. E’ la realtà che spinge altri economisti a parlare di un ciclo che può diventare anche molto lungo, pur fondandosi su bassa crescita, bassa inflazione e basso costo del denaro. Una tesi che in qualche modo si sposa con il concetto di “stagnazione secolare”(espresso negli anni 30 dall’economista Halvin Hansen e rilanciato di recente da Larry Summers) legata alla tendenza dell’economia industriale moderna ad un forte aumento della propensione al risparmio e ad una diminuzione di quella ad investire, che impongono una politica monetaria espansiva permanente. Tuttavia, anche se si da per buona la tesi che esclude una recessione alle porte, una fase prolungata di bassa crescita non può eliminare l’instabilità finanziaria. Se non arrivano politiche fiscali forti da parte dei governi, concertate a livello globale, il rischio è che, gli effetti collaterali della crescita dell’indebitamento a buon mercato, a lungo andare, possano indebolire ulteriormente la classe media e produrre guerre valutarie e chiusure protezionistiche. Le tensioni commerciali tra USA e Cina sono un segnale preoccupante di questi rischi. Per cui anche se una nuova recessione non dovesse arrivare presto, una fase lunga di crescita bassa, fondata sulla sola politica monetaria, rimane molto fragile e perciò esposta alle tante incertezze di ordine politico (l’esplosione di populismi e nazionalismi), di carattere geopolitico (le tensioni internazionali), di compatibilità ambientale dell’attuale modello di sviluppo (l’accelerazione del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici). Solo un piano di investimenti pubblici, orientati a promuovere una riconversione ecologica dell’economia, che accompagni la politica monetaria accomodante delle banche centrali, è in grado di farci uscire dalla gabbia nella quale siamo finiti. Un piano che per produrre effetti deve avere necessariamente una dimensione internazionale e che perciò può nascere solo da un coordinamento globale dell’azione dei governi delle più grandi aree economiche del mondo, di cui al momento non si intravede neppure l’ombra. In questo quadro, nel quale l’unica certezza è di dover convivere con l’instabilità finanziaria, il mondo del risparmio si può difendere solo ragionando, più che in termini di performance da ricercare, in termini di gestione dei rischi. Una realtà che richiede un bel salto sul piano dell’educazione finanziaria, soprattutto in un Paese come il nostro che su questo terreno ha ancora tanto da recuperare, come i recenti salvataggi bancari, con il loro carico di manifestazioni di disperazione popolare, dimostrano.

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