Che sia la Svolta buona

“Vinciamo in Emilia – Romagna e poi cambio tutto: sciolgo il PD e lancio il nuovo partito”. E’ l’annuncio di stamane affidato da Zingaretti ad una intervista su Repubblica. Purtroppo lo ha ripetuto troppe volte da quando ha vinto le primarie e ora rischia di fare la fine del pastore della famosa favola di Esopo “Al lupo al lupo” che scherzò troppo sull’allarme e alla fine non fu creduto. Sono convinto, infatti, che il movimento delle Sardine sia cresciuto non solo in conseguenza del pericolo sempre più evidente di ritrovarsi un governo nazionalista di estrema destra di qui a poco, o della crisi profonda dei cinque stelle, ormai ridotti ai minimi termini. Molto ha pesato anche l’irresolutezza dimostrata dal nuovo corso del PD dopo la crisi del governo giallonero. So bene che c’è chi giustifica il passo lento di Zingaretti ricordando che, da quando ha vinto le primarie, non ha avuto molto tempo per occuparsi del partito. E’ indubbio sia passato da una scadenza elettorale all’altra fino alla improvvisa crisi di governo che ha prodotto un nuovo rivolgimento della situazione politica italiana. Tuttavia se le ragioni della svolta sono profonde – e richiamano la sproporzione di potere che la globalizzazione ha determinato tra democrazia e capitalismo – non puoi rinviarla a dopo il superamento degli ostacoli ma, al contrario, giochi di anticipo per affrontarli meglio. Nonostante questa ferma convinzione sono tra quelli disponibili a dare ancora credito al nuovo segretario del PD. Non fosse altro che per la constatazione incontrovertibile dell’assenza di alternative. Insomma dice il vero Zingaretti quando afferma che il PD è “l’unico partito che può cementare il pilastro della resistenza alla destra”. Ovviamente stavolta bisogna fare sul serio, andare fino in fondo. Bisogna evitare di fare le cose a metà se si vuol far uscire la sinistra dalla sua notte troppo lunga. Una notte figlia delle troppe mezze svolte di cui è piena la nostra storia degli ultimi 40 anni: dallo strappo di Berlinguer con Mosca, che non scaturì da una rilettura critica non di un modello di società ma del vero e proprio abbaglio sul significato politico della rivoluzione del 1917 che tarpò le ali della sinistra nel secolo scorso; alla svolta della “bolognina” di Occhetto, che cambiò il nome al PCI senza dare al nuovo partito un programma fondamentale per superare quella che era una vera e propria crisi di identità politica; al Partito Democratico che Veltroni e D’Alema decisero di far nascere con l’intento di portare ad una sintesi più alta i diversi riformismi della storia italiana ma con l’effetto pratico di scivolare su un metodo strampalato – e unico al mondo – di selezione della classe dirigente, da cui è uscita quella che è stata giustamente definita come “una maionese impazzita”. Il percorso che oggi Zingaretti annuncia è chiaro: “un congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura”. Ma se aprire il PD ai movimenti progressisti e ambientalisti che cominciano a riempire le piazze è certamente la strada giusta, bisogna anche dire con chiarezza che non è affatto sufficiente. Se si vuole “dare un nuovo orizzonte alla sinistra” bisogna innanzitutto fare i conti con la Grande Trasformazione in corso, partire da una lettura attenta e chiara della realtà, della crisi epocale che stiamo vivendo e mettere in campo un pensiero e un progetto nuovi, all’altezza delle sfide del nostro tempo. Per fare questo non basta mettere insieme un buon numero di intellettuali, ciascuno dei quali è in grado di fare una relazione interessante, come è accaduto nella recente conferenza programmatica di Bologna. Bisogna che il PD offra un indirizzo chiaro, una piattaforma politica netta sulle sue discriminanti, su cui aprire un confronto ampio e vero, con l’ambizione di arrivare ad una sintesi di altissimo profilo. Una piattaforma che faccia i conti con la peggiore crisi che l’umanità abbia mai vissuto. Non una crisi solo economica ma di sistema. Una crisi che è innanzitutto politica e istituzionale. Non si va lontano se la necessità di costruire un nuovo partito si mette in relazione alla sfida della nuova legge elettorale. Qui non serve un partito nazionale che consenta di affrontare nelle migliori condizioni le prossime elezioni e vincerle. Bisogna ricostruire – nelle più ampie dimensioni territoriali necessarie – il primato delle istituzioni democratiche sull’economia e sulla finanza. Serve perciò un partito transnazionale – che si ponga come orizzonte di lungo termine la costruzione di una Nuova Europa Politica e di un Nuovo Ordine Internazionale – e traguardi intermedi in grado di mobilitare l’opinione pubblica europea su proposte di breve e medio termine in grado di incidere su questioni come: la tassazione unica delle multinazionali in Europa, senza la quale parlare di lotta alle diseguaglianze rimane solo uno slogan; un bilancio europeo unico con tappe chiare verso una effettiva armonizzazione fiscale e condivisione del debito pubblico; un grande piano comune di riconversione ecologica dell’economia, per vincere la sfida dei cambiamenti climatici; una vera politica estera europea per essere protagonisti di un processo che realizzi la pace e la cooperazione internazionale e renda credibile un effettivo governo delle grandi migrazioni. Senza questo salto di qualità, difficilissimo e complesso quanto si vuole ma improrogabile, si rimane nel secolo scorso, si lascia campo aperto alla reazione e non si ferma l’ondata nazionalista e di destra estrema. Riscoprire la nostra natura internazionalista (che è il fondamento stesso della sinistra moderna: “proletari di tutto il  mondo unitevi”), dando credibilità e concretezza ad un programma in grado di affrontare le sfide di portata globale che ha di fronte l’umanità, è l’unica possibilità per uscire dalla lunga notte della sinistra novecentesca e far sorgere l’alba di una nuova sinistra del XXI secolo.

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