Quel senso di impotenza che ci invade e ci angoscia in quest’alba degli anni 20

Finite le feste si ritorna a considerare il lavoro che ci attende nell’anno nuovo. Il mio pensiero va immediatamente ai principali eventi che alla partenza dell’anno nuovo affollano la scena mondiale. Si parlo proprio del mondo intero e non solo perché mi sono formato in un partito nel quale – anche quando bisognava solo decidere gli assetti politici e organizzativi della sezione del paese più sperduto – dovevi sempre partire dalla situazione internazionale e dallo stato dei rapporti tra i due blocchi contrapposti che hanno governato il pianeta fino ad alcuni decenni fa. Oggi la ragione è molto meno ideologica ed estremamente pratica. Mi occupo di gestire il risparmio delle famiglie e non c’è portafoglio di investimenti, anche il più piccolo, che non debba essere diversificato tra tutte le valute ed i mercati finanziari internazionali. Il caos che caratterizza il nostro tempo, infatti, induce qualsiasi consulente finanziario a ragionare, per ovvie ragioni, più che in termini di performance, di gestione dei rischi. E’ per noi impossibile, dunque, non tenere sempre sott’occhio gli eventi geopolitici globali e valutare le loro conseguenze sull’economia ed i mercati. Ma limitando lo sguardo alla mia famiglia più ristretta mi rendo conto che ormai è così per tutti. La mia prima figlia si occupa di cambiamenti climatici e lavora in un Centro che interagisce con tutte le principali realtà di ricerca europee che si occupano della questione. Il lavoro di ricerca e di progettazione di questo Centro riguarda non solo il territorio nazionale ma spesso anche altre nazioni.  Credo non ci sia problema più urgente dei cambiamenti climatici in atto a dimostrare come oggi la nostra vita dipende dalle scelte praticate in ogni punto del globo. Proprio in questi giorni lo segnalano gli incendi apocalittici che stanno devastando l’Australia. La mia seconda figlia lavora in una multinazionale che ha testa e sede in Europa e in Italia ma i cui trend di crescita dipendono soprattutto dalle vendite in Asia e nel nord America. Questo è il mondo di oggi. Se l’Europa è stata centrale e rappresentava più del 40% della popolazione mondiale fino a qualche secolo  fa, oggi ne è appena il 7% ed entro i prossimi trent’anni, tenendo conto dei trend demografici in atto, questa percentuale si dimezzerà. Mia moglie insegna l’inglese in una scuola media ed ogni qual volta ho bisogno di una traduzione di qualche articolo che riguarda la mia attività, accade sempre più spesso, mi ricorda che non posso continuare a rimandare lo studio di una lingua ormai universale nel campo degli affari e della ricerca scientifica. Potrei continuare parlando anche della mia famiglia più larga o di quelle dei miei amici più stretti. Nella vita di tutti noi la dimensione internazionale diventa sempre più fondamentale e sarà sempre più decisiva in futuro. Si tratta di un dato per tanti aspetti positivo, non fosse altro che per l’arricchimento di relazioni, esperienze e di conoscenza. Tuttavia ci sono eventi che dimostrano anche l’altra faccia della medaglia. Come cioè tutto questo rende la democrazia rappresentativa più fragile e tutti noi estremamente impotenti. E’ il caso della decisione scellerata di Trump di dare l’ordine di uccidere il generale delle guardie rivoluzionarie iraniane Soleimani. Un atto che, come ha giustamente rilevato l’ex vice di Obama Joe Biden, equivale a buttare dinamite in una polveriera. Ma anche della scelta della Turchia di intervenire militarmente in Libia, a due passi da casa nostra. Non voglio qui addentrarmi sulle conseguenze che tutto ciò comporta per l’economia, i mercati, la pace. Colpisce che di fronte a questi rischi enormi l’Italia conti meno di niente. E’ la conseguenza dei ritardi nel processo di integrazione politica dell’Europa che pesa ormai sempre meno nello scenario globale. Appartengo ad una generazione che scendeva in piazza e faceva sentire la propria voce di fronte ad ogni evento significativo della vicenda globale. Come dimenticare i tempi della guerra in Vietnam o del colpo di stato in Cile? Ma allora sapevi che anche se l’Italia e l’Europa non erano né l’URSS né gli USA gli umori dell’opinione pubblica di un’area decisiva negli equilibri tra le due superpotenze venivano sondati e tenuti in debita considerazione dai grandi del Mondo. E oggi? La cifra della situazione internazionale è il caos e la dimensione della politica del tutto marginale. Negli USA il presidente decide senza neppure sentire il Congresso, figuriamoci gli alleati. Il vecchio ordine internazionale è saltato e il nuovo neppure si intravede. I governi delle nostre piccole nazioni sono più impotenti che mai. A chi può parlare la nostra mobilitazione? Certo dovremmo scendere in piazza per dire che così non possiamo andare avanti e che bisogna accelerare per costruire un vero Stato di dimensione europea. Ma poi ti guardi intorno e ti rendi conto di quanto seguito ha in Italia un rozzo che plaude alla follia di Trump e predica il ritorno al sovranismo nazionale o di quanto siano forti nel resto d’Europa i rigurgiti nazionalisti e razzisti. Un motivo in più per reagire certo. Ma dove lo trovi un partito, una forza, che si ponga l’obiettivo di ripensarsi in una dimensione transnazionale e faccia sentire utile, per quanto problematico ed estremamente faticoso, il contributo che ciascuno di noi sente di dover dare? La tradizione politica dalla quale vengo mi ha insegnato che in ogni contesto bisogna sempre chiedersi il “che fare”. Non ho nessuna intenzione di arrendermi. Tuttavia bisogna ammettere che è davvero difficile combattere con il senso di impotenza che ci invade in quest’alba degli anni venti.

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