Capua Giano Bifronte al volgere di un altro decennio perduto

La cronaca cittadina nel corso di questo dicembre ha ben evidenziato le due facce con cui Capua si appresta a lasciarsi alle spalle un altro decennio perduto. Da un lato il “ponte nuovo” sul Volturno ancora chiuso – e sotto il sequestro della magistratura – a causa dei limiti di un progetto di consolidamento intorno al quale si è consumata la crisi della politica e della vita pubblica degli ultimi 20 anni. Dall’altro la Tecnam, azienda aeronautica con Quartier generale in città, che dopo aver commissionato nei mesi scorsi negli USA alcuni P 2012 S7 – ADM ha in questi giorni consegnato un altro dei suoi aerei a Zip Air, secondo operatore al mondo – con base alle Seychelles – ad avere nella sua flotta il bimotore di nuova generazione “made” in Capua. Da un lato la decadenza che continua inesorabile a investire la sua struttura urbana. Dall’altro uno dei gioielli insediato qui grazie ai processi innovativi di valore nazionale che hanno investito il territorio capuano negli anni 90 del secolo scorso – dotandolo di capacità tecniche e scientifiche, di nuove tecnologie, di opportunità di crescita e di sviluppo come non se ne vedevano da più di un secolo e cioè da quando la città cessava di svolgere il ruolo di antemurale della capitale di un Regno e cominciava a perdersi nell’illusione di poter separare il proprio destino da quello della più vasta pianura campana, dentro la quale aveva esercitato le sue funzioni fin dalla fondazione. Invece la storia e l’identità di Capua non sono separabili da quelle della Campania ed è solo in questo nesso inscindibile che sta il senso e la ragione del valore immenso di un patrimonio storico e architettonico di prima grandezza. Purtroppo queste due facce delle città – quella della decadenza di un tessuto urbano di qualità e quella dei nuovi insediamenti che segnano la ripresa di un rapporto con Napoli e la riqualificazione della sua area metropolitana – non sono riuscite a guardarsi e a interagire. Se la frammentazione, seguita al crollo del vecchio sistema politico, ha già segnato gli anni 90 – riuscendo però ad accompagnare, nonostante tutto, l’insediamento della Facoltà di Economia aziendale, del CIRA e di un primo nucleo del polo aeronautico, oltre che della Scuola Militare – la crisi della politica, accentuatasi dal 2000 in poi, ha non solo distrutto ogni capacità di governo della cosa pubblica locale, portando il Comune al dissesto finanziario e la macchina amministrativa allo sfascio, ma ha cancellato completamente ogni attenzione alle esigenze di modernizzazione imposte dalle grandi trasformazioni intervenute alla fine del secolo scorso. Non vi sono alle nostre spalle solo 20 anni di mancanza di un minimo di manutenzione della città, di rinuncia ad opere essenziali (dalla variante Anas, al nuovo ospedale, al completamento dell’insediamento universitario). C’è stato un disinteresse totale verso le grandi scelte infrastrutturali che interessavano la città nel suo rapporto vitale con la metropoli napoletana e con la conurbazione casertana. Sfido chiunque a citare una qualche iniziativa nata negli ultimi venti anni tra queste mura su temi come il nostro inserimento nella metropolitana regionale, la mobilità nella conurbazione casertana, il prolungamento della variante di Napoli fino a Capua e il suo collegamento con i due caselli autostradali della città, lo sviluppo dei servizi universitari, il prolungamento e la modernizzazione della pista dell’aeroporto Salomone, pur previsti dal piano aeroportuale regionale, da porre a servizio del polo aeronautico. Proviamo a immaginare cosa potrebbe essere Capua oggi se anche solo alcuni di questi obiettivi fossero divenuti realtà. Dove potremmo essere ora se le classi dirigenti cittadine, intese in senso lato, si fossero poste seriamente il problema di ciò che Capua poteva offrire a queste nuove realtà. Ma attenzione sarebbe fuorviante dare solo alla politica la responsabilità di ritardi e negligenze clamorose. In democrazia non può esserci mai separazione netta tra politica e società. I nostri guai sono anche la conseguenza di una decadenza sociale, di una caduta del tessuto civile e culturale. Come spiegare altrimenti i consensi inauditi che hanno ottenuto ripetutamente amministratori palesemente inadeguati, anche quando erano già evidenti i guasti enormi che stavano producendo nella gestione della cosa pubblica? C’è dunque qualcosa di profondo da rivedere nel nostro modo di essere cittadini che hanno la responsabilità di scegliere chi deve amministrarli e di partecipare attivamente alla vita pubblica. Da sei mesi c’è una nuova amministrazione. Si tratta di giovani che non hanno mai avuto un ruolo diretto di governo e che devono affrontare una situazione estremamente compromessa e di estrema difficoltà. Hanno certamente dei limiti ma anche voglia di provarci. Anche l’opposizione è in buona parte rinnovata. Pensiamo che possano farcela se non cambia qualcosa nel rapporto tra politica e società? Io credo che una riflessione sia necessaria su questo punto. Non solo la città fisica ma anche quella sociale ha più facce. Ci sono soprattutto tra i giovani i primi germogli della semina che le nuove realtà cittadine hanno comunque prodotto. Ma ci sono anche vecchi vizi che resistono e anzi si accentuano. Le spinte alla frammentazione, alle contrapposizioni personalistiche, alle facili e sterili strumentalizzazioni, la tendenza all’autoassoluzione di chi vede sempre e solo fuori di noi la radice delle cose che non vanno. Il livello spesso infantile e provinciale del confronto, l’assenza di uno sforzo di comprensione delle cause reali e complesse dei problemi. L’avversione che si respira nell’aria nei confronti della cultura e della militanza politica intesa come alto impegno culturale al servizio della comunità. Il nuovo decennio non sarà diverso dai precedenti se non cambiano questo clima, l’abitudine alla maldicenza, l’ossessione di provare a demolire tutti quelli che riescono ad emergere dalla mediocrità, a costruire qualcosa di buono nella vita politica o nelle professioni. Si va avanti solo se cambiano la società e lo spirito pubblico, se la Capua che non ama criticare ma fare – quella che si sforza di pensare e sa aprirsi al nuovo per cercare di costruire qualcosa per sé e per gli altri – riesce a farsi largo tra pressappochismo, becero localismo, ostilità al cambiamento, pigrizia culturale, individualismo esasperato, ancora troppo radicati e diffusi. Penso sia questo l’augurio più sensato che possiamo farci per il nuovo anno.