Perché augurarci che nel nuovo decennio si vada oltre il capitalismo

Passato il natale si comincia a pensare al capodanno, al bilancio dell’anno ormai al termine, alle previsioni per quello alle porte. Ma questo è stato un anno speciale. Con il 2019 si chiude l’intero decennio successivo alla Grande Crisi del 2008, la più grave che l’umanità abbia mai conosciuto. Se quella crisi fosse stata solo economica e finanziaria potremmo dire che questo decennio, tutto sommato, non sia stato così cattivo. Dal 2010 ad oggi è stato evitato il crollo del sistema economico internazionale, è stata garantita una certa crescita della economia globale, sia pure molto modesta. Come ci dice il report delle Nazioni Unite: la povertà estrema nel mondo è stata ridotta al 9% della popolazione complessiva; sono stati dimezzati i morti a causa della Hiv/AIDS, l’incidenza della malaria in Africa e la mortalità infantile, con il conseguente aumento di altri tre anni delle aspettative di vita media a livello globale. Se fosse stata solo crisi economica e finanziaria potremmo oggi limitarci a discettare sul fatto che i paesi emergenti hanno visto aumentare in modo significativo il peso delle classi medie, mentre quelle occidentali si assottigliano sempre di più e soffrono di una mancanza di prospettive. Se il divario tra Nord e Sud del mondo si è infatti ridotto sono cresciute in modo inaudito le diseguaglianze sociali in Occidente (ma nono solo). Frutto soprattutto della finanziarizzazione dell’economia e di una risposta alla crisi che ha fatto leva esclusivamente sulla politica monetaria. E invece la grande crisi economica e finanziaria di questo secolo ha cause non separabili da quelle che hanno alimentato altre due crisi che sono strettamente connesse con le prime due: la crisi della democrazia rappresentativa e la crisi ecologica. Quest’ultima, rispetto alle altre tre, pone non solo la necessità di cambiare radicalmente il modello di consumi e quello energetico ma anche un termine temporale molto stringente all’azione di contrasto delle ragioni che l’hanno spinta troppo vicino ad un punto di non ritorno. Il decennio che ci stiamo lasciando alle spalle è stato, infatti, il più caldo di sempre. Negli ultimi 150 anni la temperatura media del pianeta è aumentata di circa 1°C  e per il 97% della comunità scientifica questo fenomeno è legato a cause antropiche. Noi stiamo già verificando gli effetti dei cambiamenti climatici in termini di fenomeni atmosferici sempre più estremi e di scioglimento dei ghiacciai con tutte le conseguenze che comporta. Alcuni di questi cambiamenti sono già irreversibili. Il rapporto sul cambiamento climatico dell’ONU ha tracciato scenari apocalittici se non riusciremo a contenere questo riscaldamento sotto 1,5° C ma la realtà che ci delineano i modelli matematici utilizzati dalla scienza disegnano una forbice tra i 3 e i 5° C di aumento entro fine secolo. Il dato nuovo, di fronte al quale ci pongono studi che hanno impegnato i più  autorevoli scienziati del pianeta, è che abbiamo poco più di dieci anni per operare quelle grandi trasformazioni nel nostro modo di produrre e di vivere senza le quali arriveremo ad un punto di non ritorno e andremo inesorabilmente verso la distruzione delle condizioni che rendono possibile la vita sulla Terra. Stiamo dunque entrando in un nuovo decennio – quello degli anni 20 del XXI secolo – che sarà cruciale per il futuro dell’umanità. Un decennio nel quale sarà necessario prendere atto dell’intuizione di Carlo Marx e cioè del fatto che il sistema capitalistico, a differenza di tutti i sistemi di produzione precedenti, ha strutturalmente bisogno di rivoluzionare di continuo gli strumenti e i rapporti sociali di produzione, fino al punto da realizzare mezzi di produzione e di scambio così potenti da “rassomigliare sempre di più allo stregone che non riesce più a dominare le potenze sotterrane da lui evocate”. Come negare che siamo al punto nel quale il capitalismo ha “reso cosmopolita la produzione e il consumo”, ha trasformato i luoghi della produzione in un “automa costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali, cosicché gli operai stessi sono determinati come sue braccia coscienti”? Come non vedere che lo logica del profitto come unico motore dell’economia e del mondo fa a pugni con l’esigenza di preservare l’unico ambiente vivibile che abbiamo? Non è un caso se il periodo della storia recente nel quale c’è stata maggiore redistribuzione del benessere sia coinciso con quello del compromesso tra capitalismo e democrazia che ha riconosciuto allo Stato – e quindi alla mano pubblica – il compito di regolare il ciclo economico. Una fase purtroppo breve perché il capitalismo, ad un certo punto, ha deciso di approfittare delle nuove rivoluzioni tecnologiche per tornare all’ideologia liberista e piegare ogni esigenza collettiva alla logica del profitto senza regole fine a se stesso. Ma è proprio nel momento in cui il capitalismo ha toccato il suo massimo livello di sviluppo che i nodi sono venuti al pettine e la natura detta i suoi tempi se l’umanità non vuole porre fine al suo cammino. Spetta alle attuali generazioni decidere. Le altre non avranno questa opportunità. Spaventa il divario tra la grandezza dei cambiamenti necessari al modo in cui la società produce energia, coltiva e alleva il cibo, costruisce le sue città e la debolezza dei movimenti che si battono per promuoverli, la sordità della politica alle voci che pure cominciano a levarsi. Non lo sottolineo per indurre alla resa. Tutt’altro. Segnalo che avremo bisogno come non mai del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà di gramsciana memoria. Servirà capacità di elaborazione e di visione. Insomma tanta politica vera che è innanzitutto pensiero. Ecco perché per l’anno e il decennio che si aprono mi sento di dare un consiglio di lettura: il “manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels. E’ del 1848 ma di straordinaria attualità. Aggiungo un augurio e una speranza: i prossimi anni 20 segnino la fine del primato del profitto, ci portino oltre il capitalismo verso un sistema produttivo e sociale che metta al centro l’uomo e il rispetto della natura.

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