Le domande delle sardine e le risposte necessarie per fermare la “rivincita del peggio”

Il movimento delle sardine ha raggiunto dimensioni straordinarie e del tutto impensabili fino a qualche mese fa. Hanno scelto le piazze d’Italia che riuscivano a riempire solo i grandi leader politici dei partiti di massa espressione di un tempo che ormai è solo un lontano ricordo. Rivolgono alla politica domande precise ma non vogliono diventare un partito. Vogliono rimanere un corpo intermedio tra politica e società. Esprimono valori precisi: antifascismo, antirazzismo, solidarietà, non violenza. Si collocano chiaramente a sinistra, non si riconoscono in nessuno dei partiti che oggi la rappresentano ma a loro chiedono di raccogliere le domande che il movimento esprime e di tradurle in risposte concrete. Sono un movimento, nel vero significato del termine, il cui compito è quello di interrogare la politica non di dare risposte. Sono persone, giovani, uomini donne, cittadini, che hanno votato 5 stelle, PD, i troppi cespugli del centrosinistra o che si sono ritirati da anni nel non voto perché, pur avendo valori e pur sentendosi legati al campo progressista, sono rimasti delusi da una rappresentanza politica attenta solo agli equilibri del palazzo e alla conservazione del proprio piccolo spazio di potere personale. È innanzitutto al loro campo che chiedono di rappresentarli, di tornare ad occuparsi di progetti, di costruire una alleanza politica progressista unita per contrastare in modo efficace il pericolo nazionalista e xenofobo che sta portando il Paese a perdersi dentro una esplosione di odio, di cattiveria verso i più deboli e i diversi, di mediocrità culturale, di becero qualunquismo, di rozzo pressappochismo, soggiogato da una sorta di “rivincita del peggio”, per usare una espressione calzante con cui il mio amico Nicola Melone (matematico di prim’ordine) sintetizza lo spirito del nostro tempo. Insomma questo movimento è il frutto della crisi dei cinque stelle e della sinistra, delle perplessità che cominciano a manifestarsi sulla reale possibilità di Zingaretti di poter trasformare il PD da partito di correnti personali e di comitati elettorali in soggetto politico aperto alle forze più vive e più avanzate e perciò capace di leggere il cambiamento e provare a governarlo. È anche il segno che un pezzo fondamentale della società italiana – in passato protagonista di battaglie sociali e civili che hanno costruito la democrazia e il progresso di questo Paese – oggi è disponibile a tornare in campo, nonostante le delusioni che lo avevano portato a rinchiudersi nel privato, perché avverte che siamo ad un passaggio cruciale della storia, denso di rischi terribili – per la democrazia e per il futuro stesso dell’umanità – che credevamo di aver sconfitto per sempre. Ma dalle piazze affollate di questi giorni arriva anche un messaggio che va oltre il campo del centrosinistra, un messaggio rivolto alla politica in quanto tale. Una richiesta di metodo e di linguaggio nuovi e quanto mai necessari in un momento cruciale che richiede innanzitutto responsabilità. Un richiamo al rispetto, al confronto pacato, all’equilibrio, alla coerenza e alla fedeltà con i compiti che i ruoli istituzionali ricoperti impongono. Un richiamo a porre fine alla politica gridata, agli attacchi violenti, alla continua e spasmodica ricerca del consenso a tutti i costi. Una pretesa, si proprio così, di ritornare ad un linguaggio complesso perché complessi sono i problemi che la politica deve affrontare mentre la semplificazione non aiuta ma anzi è lo strumento che usano i pifferai per ingannare la gente, per parlare alla pancia e non alla testa. Un messaggio, dunque, certo controcorrente di correttezza, di moderazione (che però assume un valore rivoluzionario), di ritorno alla politica che ricostruisce un pensiero, che svolge un ruolo anche pedagogico e che richiede perciò politici colti, competenti, che maturano con l’esperienza e lo studio e non si improvvisano. Il contrario dell’idea dell’uomo qualunque alla guida. Un messaggio complesso e al tempo stesso chiaro, inequivocabile. È finito il tempo dell’illusione del pensiero unico, della fine della storia, della perdita di senso della contrapposizione tra destra e sinistra che invece tornano con prepotenza a segnare i conflitti sociali e politici. Oggi l’alternativa di fronte alla quale si trova l’umanità è tra conservazione o progresso, tra primato del privato o del pubblico, tra individualismo o destino comune, tra logica del profitto come unico motore dell’economia o affermazione dell’interesse generale, tra chiusure nazionalistiche o nuovo internazionalismo, tra stati nazionali o stati continentali, tra caos o nuovo ordine internazionale. È una fortuna che questo movimento sia nato ed abbia assunto una dimensione così vasta. Ma non chiediamogli risposte. Il compito dei movimenti è porre esigenze, manifestare bisogni, richiamare alla responsabilità, a valori ad una etica. Spetta alla politica raccogliere queste domande, saper ascoltare, costruire progetti coerenti e trovare le risposte. Se lo farà troverà una risposta anche alla sua crisi che è profonda perché non è solo crisi di credibilità ma di capacità di analisi e di potere.