Il governo ha il fiato corto. Non resta che concentrarsi sul rilancio del PD

Ormai è evidente. In queste condizioni il governo Conte 2 non può durare a lungo. Forse riuscirà a portare in porto la Finanziaria 2020 ma difficilmente potrà superare le prove del MES e della riforma della prescrizione. In ogni caso non ha il respiro necessario per affrontare il passaggio delicato che attraversa il Paese. Continuare a tenerlo ancora in vita significa logorare il PD e cioè l’unica forza che, se attua davvero la svolta annunciata dal suo segretario, è potenzialmente in grado di arginare la deriva di estrema destra o, almeno, di tenere aperta una prospettiva di alternativa – nel caso Salvini riesca a passare portando l’Italia  verso un sicuro disastro. Certo il PD, per senso di responsabilità verso il Paese, non poteva sottrarsi dal verificare l’esistenza delle condizioni per costruire un governo con i 5 stelle. Ma ha sbagliato a chiudere un accordo senza un patto chiaro e dettagliato. Indubbiamente ha pesato la spinta maldestra di Renzi, interessato solo a prendere tempo per far nascere il suo partito personale destinato al massimo ad una vita da piccolo corsaro. A quella spinta Zingaretti aveva dato una risposta intelligente, sostenendo che poteva avere un senso dar vita ad un nuovo un governo solo  alla condizione di riuscire a concordare un programma di legislatura e una intesa politica con un movimento che si mostrasse determinato ad abbandonare la sua natura protestataria ed inconcludente per tentare di ripensarsi come forza riformista di governo. Poi, però, ha detto si a Conte senza tutelarsi con una intesa vera su un programma di governo privo di ambiguità che non fosse solo un elenco di buone e generiche intenzioni. Forse si è fidato della volontà di Grillo di ricollocare i 5 stelle su un terreno politico nuovo. Ora è chiaro che Grillo non ce la fa e che è invece molto probabile una scissione nel movimento. I 5 stelle crollano nei sondaggi e la coppia Di Maio/Di Battista lavora per portare un pezzo del movimento ad un nuovo accordo con Salvini. Pensano, evidentemente, di poter salvare in tal modo almeno la loro elezione nel prossimo parlamento, l’unica cosa in cima alle loro preoccupazioni. Le posizioni espresse – sulle alleanze nelle Regioni, sull’ILVA e sulla prescrizione – puntano alla rottura, mentre il dissenso manifestato sul MES segna il ritorno su posizioni sovraniste e populiste che portano solo in una direzione politica ben precisa. Quel che pensa la parte del Paese su cui possono far leva il PD e il centrosinistra è scritto nei sondaggi e nell’esplosione del movimento delle sardine – che sta riempiendo le piazze con la mobilitazione di una parte significativa della società italiana legata ai valori della Repubblica antifascista, preoccupata dei gravi rischi incombenti sul sistema democratico e intenzionata a scendere in campo per tentare di evitare il peggio. Ovviamente è importante vedere che dietro quel movimento non c’è solo la preoccupazione per i pericoli che corre il Paese ma anche una delusione, un disincanto se vogliamo dire diversamente, verso la mancata evoluzione dei 5 stelle e verso una svolta del PD annunciata ma non realizzata con la necessaria determinazione. Chi nel PD ha creduto che buttando fuori la lega dal governo avrebbe indebolito la politica di Salvini ha fatto male i conti. La svolta a destra in atto si nutre di ragioni molto profonde. E’ il frutto del disastro prodotto dalla globalizzazione neoliberista e dell’assenza di un progetto progressista di porvi rimedio, di andare oltre. Un vuoto politico a sinistra che spinge, soprattutto le fasce più deboli, a cercare protezione tornando indietro e rinchiudendosi nelle vecchie frontiere nazionali. Per farle uscire da questa pericolosa illusione servono una forza e un progetto di respiro europeo. Non è facile perché la situazione in Europa è tutt’altro che favorevole ad una svolta verso una vera integrazione politica. Si tratta, anzi, di una impresa immane ma è l’unica via di salvezza. Il gruppo dirigente che ha vinto le primarie del PD deve perciò realizzare il cambiamento che ha promesso. Continuare  a campare di sola tattica o anche aspettare le prossime scadenze elettorali regionali – in Calabria e soprattutto in Emilia – può essere fatale. Il tempo stringe. Gli eventi dimostrano che occorre andare rapidamente ad un congresso capace di dare al PD una linea politica chiara, un programma fondamentale di lungo respiro e di rivoltare il partito da Roma alle realtà locali come un calzino. La scelta è tra cambiare tutto o morire.

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