Finanche sul MES solo confusione e propaganda in un Paese allo sbando

Anche sulla riforma del MES sono scoppiate polemiche inconcludenti ed estremamente pericolose per l’interesse nazionale. Volano parole grosse. Accuse di tradimento rivolte al presidente del Consiglio, colpevole di aver svenduto l’Italia che ora, a detta dell’opposizione, potrà essere usata come un bancomat dai paesi del Nord Europa per risanare le banche tedesche. Si paventato prelievi forzati sui conti correnti degli italiani e pericoli di una ristrutturazione del nostro debito. Indubbiamente quella della riforma del MES è questione di grande importanza per il futuro del nostro Paese su cui è giusto confrontarsi e discutere a fondo prima di assumere decisioni. Peccato però che nulla, di ciò su cui si agitano in tanti nel nostro Parlamento, risponde al vero ma è in larga parte dettato solo da meschine logiche elettoralistiche che spingono una classe politica di basso profilo a distorcere la realtà, anche se questo cozza con gli interessi vitali dell’Italia. Vediamo allora di cosa si sta parlando. Il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità ( in inglese ESM , European Stability Meccanism) è un Fondo monetario dell’UE istituito il 25 marzo del 2011 (quando al governo c’erano Berlusconi e la lega) per garantire la stabilità finanziaria nell’area dell’Euro attraverso intervenenti nei Paesi che perdono la fiducia dei mercati e rischiano il fallimento. Non a caso è nato in seguito alla crisi del 2008 e dalla sua istituzione è è già stato utilizzato per salvare 5 Paesi: Grecia, Irlanda, Portogallo , Spagna e Cipro. Il fondo è finanziato anche da tutti i paesi dell’ Unione – Italia compresa – ma per ovvie ragioni vede Germania e Francia come i maggiori finanziatori. Per la precisione su 700 miliardi di euro di dotazione finanziaria complessiva, solo 80 miliardi sono stati finanziati dagli Stati. La sottoscrizione di un programma finanziario con il MEF è anche la condizione affinché un Paese dell’Eurozona possa beneficiare degli acquisti di titoli da parte della BCE. Acquisti che hanno rappresentato un vero scudo anti spread, senza il quale un paese con un elevato debito pubblico come l’Italia avrebbe già da tempo rischiato di fare la fine della Grecia. Lo scorso anno è nata l’esigenza di una riforma di questo meccanismo per renderlo più efficace e nel giugno scorso è stata predisposta dai governi nazionali una bozza che ora dovrà essere sottoposta all’approvazione dei parlamenti. È singolare vedere tra i partiti che accusano il presidente del Consiglio dell’attuale governo anche quelli che hanno fatto parte del governo che ha partecipato alla stesura di quella bozza di riforma. Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta. La bozza di riforma prevede un rafforzamento degli interventi del Fondo in tre direzioni: introduce un meccanismo preciso per evitare che i salvataggi bancari ricadano sui bilanci degli Stati; precisa le condizioni attraverso cui il MES si potrà fare carico di programmi di assistenza finanziaria ai governi che potrebbero averne bisogno; prevede la possibilità di erogare linee di credito preventive in caso di difficoltà di governi nazionali potenzialmente in grado di avere effetti devastanti sui singoli paesi e di minare la stabilità finanziaria di tutta l’Eurozona. Si può dunque discutere nel merito delle misure per migliorarle ma non ci sono dubbi che queste servono a tutti e non a qualche paese in particolare. Dire che soldi italiani potrebbero essere usati per salvare banche tedesche è vero come dire che soldi tedeschi potrebbero essere usati per salvare banche italiane. A poco serve ricordare la crisi in atto di Deutsche Bank, che è certamente un dato reale. E non solo perchè quella crisi la si sta affrontando con una ristrutturazione molto dura che prevede tagli di personale e nuove politiche del credito. Dovrebbe essere chiaro a tutti che la Germania non ha certo meno condizioni e meno mezzi di altri paesi per affrontarli. Ma è altrettanto chiaro che di banche in difficoltà ce ne sono in ogni Paese e nella stessa Italia. Non parliamo solo delle crisi degli anni scorsi che hanno richiesto l’intervento dello Stato. È di oggi la notizia del piano di ristrutturazione di Unicredit, la seconda banca italiana, che ha deciso di espellere 8000 lavoratori entro il 2023, di cui ben 6000 in Italia. D’altronde è noto il passaggio delicato che vive tutto il sistema bancario per l’effetto dirompente delle nuove tecnologie digitali sul vecchio modello di business, che ormai non regge più e pone a tutti gli istituti bancari problemi enormi di non facile soluzione. Sarebbe folle pensare di poter fare meno di meccanismo di salvaguardia del sistema finanziario che è fondamentale per la tenuta della stessa economia di tutto il Continente. Così come è falso porre la questione di una eventuale ristrutturazione del debito pubblico italiano in rapporto alla riforma del MES, che ha invece proprio l’obiettivo di evitare che vi si giunga. Non c è nella riforma alcun automatismo di ristrutturazione automatica. Così come non si introduce nessun elemento di ponderazione del rischio per i titoli di stato di cui sono pieni i patrimoni delle nostre banche. Chi lo afferma dimentica che una misurazione di questo rischio è già effettuata dai mercati attraverso lo spread che, quando si alza, penalizza in modo serio le nostre banche. Di fronte ad un problema così delicato, dunque, sarebbe saggio confrontarsi con senso di responsabilità e valutare eventuali proposte di modifica della riforma sulla base di una attenta valutazione della situazione economica e finanziaria reale del nostro Paese, che è certamente uno dei più interessati ad avere meccanismi sovranazionali di protezione dai rischi finanziari. Basta pensare a dove potremmo essere oggi se non vi fossero stati in questi anni gli allenamenti quantitativi da parte della BCE. Più che allarmare l’opinione pubblica, sulla base di valutazioni infondate, sarebbe molto meglio discutere del merito della riforma – magari accompagnandola con proposte relative al completamento dell’Unione Bancaria (con l’introduzione della garanzia europea sui depositi), ad una mutualizzazione dei debiti dei paesi con un rapporto eccessivo tra debito e PIL, ad una estensione delle competenze del fondo anche in relazione a politiche fiscali comuni a sostegno della crescita e dello sviluppo. Alzare polveroni e intorbidire le acque può solo produrre l’isolamento dell’Italia in una fase delicatissima, densa di incertezze e di pericoli. Che lo si faccia per beceri calcoli di convenienza di parte è davvero avvilente perché dà la misura della povertà di gran parte della nostra classe politica ma anche dell’immaturità di questo Paese che, come dimostrano i sondaggi, diventa troppo facilmente preda di demagoghi di bassa lega. È forse questo il dato che deve far preoccupare maggiormente e spingere ad una mobilitazione larga, decisa e argomentata delle forze migliori, sane e consapevoli che pur ci sono.