Il mio intervento al convegno: “La fine della storia? Trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino”

Capua 10 novembre 2010

Il tema proposto è di estremo interesse e di grande complessità. Quei due muri paralleli di cemento armato – lungo i quali correva la “striscia della morte” – dividevano sul piano materiale la città di Berlino ma su quello ideologico l’Ovest e l’Est dell’Europa, l’Occidente e l’Oriente, due diversi e contrapposti blocchi militari e modelli di economia e di società.

Parliamo, dunque, dell’evento simbolo del XX secolo che, come tutti i simboli evocativi di realtà più vaste o di entità astratte, finisce per richiamare immediatamente nell’immaginario collettivo concrete vicende storiche, ma anche chiavi di lettura che ne interpretano il senso, nodi teorici irrisolti, ipotesi sulle prospettive.

Sul piano storico questo evento ricorda certamente la riunificazione tedesca e il suo impatto sul processo di costruzione europea; l’implosione dell’URSS; la fine della lunga stagione della “guerra fredda” e dell’equilibrio del terrore.

Sul piano politico, secondo la opinione prevalente, rappresenta la vittoria definitiva del capitalismo sul comunismo, la dimostrazione della impraticabilità del pensiero marxista. E’ la vulgata che ha fatto parlare di “fine della storia”. Una tesi avanzata nel 1992 nell’omonimo volume, scritto dallo studioso americano Francis Fukuyama, che sosteneva come la sconfitta del comunismo avesse aperto una nuova epoca, contraddistinta dall’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma definitiva di governo e dal primato del mercato come ispiratore risolutivo delle relazioni internazionali, con il conseguente declassamento dei conflitti religiosi etnici e nazionalistici a fattori residuali.

I drammatici eventi intervenuti in questi trent’anni hanno smentito clamorosamente questa tesi.

L’undici settembre del 2001, infatti, l’attentato alle “torri gemelle”, ha fatto emergere in tutta la sua portata il rischio di uno scontro di civiltà collegato, oltre che a conflitti economici, a incompatibilità culturali e religiose.

La Grande Recessione del 2008, la più grave dopo la seconda guerra mondiale, ha mostrato, inoltre, tutta l’inadeguatezza dell’ideologia fondata sul primato del mercato a garantire il governo dell’economia globale e a coniugare il rispetto dei diritti individuali con la sovranità democratica.

Non a caso in questi anni è cresciuta in Occidente una ondata populista che spinge a pericolose chiusure nazionaliste, mentre nel Mondo si rafforzano forme di democrazia illiberale (dalla Russia di Putin alla Turchia) e un modello di capitalismo senza democrazia, governato da un regime autoritario come quello cinese, che, di fronte al caos che caratterizza l’economia globale e la situazione politica internazionale, rischia di apparire a molti come una forma di governo più idonea a garantire la crescita, l’efficienza e la stabilità del mercato.

Insomma il ritorno al primato del mercato, in luogo del compromesso tra capitalismo e democrazia – che ha caratterizzato la fase del dopoguerra fino ai primi anni settanta del secolo scorso – più che universalizzare la democrazia rappresentativa l’ha messa in discussione nella sua culla, regalando forza attrattiva a democrazie illiberali e a forme di gestione capitalistica dell’economia prive di libertà politiche.

In definitiva la tesi di Fukuyama è già stata fortemente contestata da studiosi non certo appartenenti al campo marxista.

E’ il caso di Paolo Ianni – ex ambasciatore negli Stati uniti, già professore di Politica Europea alla Catholic University of America, che – nel suo libro pubblicato da Rubettino nel 2007 “L’Occidente Plurale gli Stati Uniti e l’Europa nel XXI secolo” – ha sostento come “l’assenza di una minaccia comparabile a quella dell’URSS ha portato allo scoperto le vecchie e mai composte differenze culturali tra le società delle due sponde dell’Atlantico”. Con la fine della guerra fredda, scrive Ianni, l’Occidente “è tornato ad essere plurale come lo era stato nel passato”. Da un lato gli interessi e le ambizioni egemoniche globali degli USA, dall’altro il modello europeo fondato sulla cooperazione, che non riesce a farsi Stato e divenire un vero attore globale.

Ed ancora, il volume “Il ritorno della storia e la Fine dei Sogni” dell’opinionista del Waschington Post, Robert Kagan, denuncia già nel titolo l’infondatezza della tesi di Fukuyama. Egli sottolinea che non c’è un modello prevalente di futuro e scrive: “L’autocrazia sta tornando. Il mondo è diventato di nuovo normale”. Insomma ci sono altri due poli forti del potere mondiale che dimostrano come rimane elevato il rischio di conflitti dai quali non è detto affatto che sarebbe l’Occidente ad uscirne vincitore.

Tuttavia se nel mondo democratico e liberale vi sono altri studi e modelli teorici a contestare l’idea che l’internazionalizzazione del mercato produca l’espansione della democrazia rappresentativa e dei suoi valori, è stata certamente insufficiente la risposta da sinistra alla questione politica fondamentale che ha sorretto la tesi della presunta fine della storia. E cioè l’idea che il modello contro il quale il capitalismo ha prevalso, quello sovietico, fosse la traduzione pratica del pensiero marxiano. E’ un punto su cui non possono esserci mezze risposte. Infatti se è il pensiero che aveva teorizzato il superamento del modo di produzione capitalistico ad essere stato travolto dalla caduta di quel muro allora si che siamo alla fine della storia politica. Perché se non ha alternative è il capitalismo il sistema economico destinato a dominare per sempre il mondo, anche in mancanza dell’universalizzazione della democrazia.

Una risposta compiuta a questo nodo richiede alla sinistra il coraggio e la capacità di fare fino in fondo i conti con la propria storia novecentesca. Fare i conti senza ambiguità con gli errori che hanno prodotto la sua sconfitta alla fine del secolo scorso e lo stato di impotenza che la caratterizza in questi primi decenni del XXI secolo. Mi riferisco per intenderci sia alla sinistra radicale che a quella riformista.

Parlo, infatti, dell’errore commesso all’inizio del secolo scorso, negli anni quindi immediatamente successivi all’ottobre del 1917, di considerare il regime sovietico come il modello realizzato di economia e di società socialista da importare in Occidente. Ma anche dell’errore successivo della sinistra europea di considerare la vittoria del modello economico capitalistico come la sconfessione dell’analisi tesa a dimostrare che il sistema capitalistico non può che essere un sistema transitorio della storia umana per quanto di straordinaria portata. Due errori che hanno la stessa radice nel giudizio sul carattere del sistema sovietico. Andiamo allora a questa radice. E’ stato quello sovietico davvero un sistema derivato dall’applicazione del pensiero marxista? O storicamente deve essere più correttamente considerato solo un diverso modello di realizzazione della rivoluzione industriale in paesi arretrati che non avevano ancora conosciuto la rivoluzione borghese ? Rispondere senza equivoci a questa domanda risulterà decisivo per ripensare il futuro.

Io credo che la sinistra paghi una insufficiente analisi sul significato storico e politico della rivoluzione d’Ottobre. Lo dico sapendo che è facile parlare con il senno di poi. Tuttavia è necessario. Quella rivoluzione e quel modello non furono la traduzione pratica del pensiero marxiano, come tanti di noi hanno creduto (lo dico dunque anche in termini estremamente autocritici sia chiaro), ma una grande operazione di falsificazione di quel pensiero. Un grande inganno storico. Perché nulla poteva esserci di più distante da Marx di ciò che ne derivò.

Nell’analisi di Marx non era ammissibile una società basata su ideali socialisti o comunisti lì dove non era mai arrivato il modo di produzione capitalistico. Lo scrisse esplicitamente nel 1881, nella prefazione alla seconda edizione del Manifesto del Partito Comunista, riferendosi proprio alla possibilità di una rivoluzione in Russia: “la comunità rurale russa … potrà passare direttamente ad una più alta forma comunistica di proprietà terriera”? si chiese “o dovrà attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che costituisce lo sviluppo storico dell’Occidente?”. Le sue conclusioni furono inequivocabili: “La sola risposta oggi possibile” egli scrisse “è questa: se la rivoluzione russa servirà da segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire da punto di partenza per un’evoluzione comunista”. E cioè una rivoluzione in Russia potrà servire solo ad accendere la miccia di una rivoluzione operaia in Occidente, non certo a costruire il socialismo in quel paese.

Marx, inoltre, non ha mai prefigurato le istituzioni economiche del socialismo, né ha mai approfondito la natura, il modello e la concreta forma della società socialista o comunista. Certamente da giornalista perseguitato considerava la libertà di pensiero come un diritto inviolabile. E questo è in contrasto con quanto edificato nella Russia sovietica. Da profondo studioso della condizione dei lavoratori era consapevole della debolezza oggettiva del lavoro nei confronti del capitale. E per questo, polemizzando con le tesi dei sindacalisti inglesi, argomentava come l’azione politica dovesse prevalere su quella sindacale e individuava la via parlamentare come la più adatta a sostenere lo sviluppo della lotta di classe. Un altro punto netto di contrasto con quel regime.

Marx, per di più, rifiutava categoricamente l’idea che il suo pensiero potesse essere trasformato in una ideologia rigida da manuale scolastico. Come riferì il genero Paul Lafargue, il marito della figlia Laura, negli ultimi anni della sua vita riaffermava di continuo “io non sono marxista”.

Nulla a che vedere dunque con l’impianto ideologico leninista e con il modello sovietico di pianificazione centralizzata, buono forse – più che per competere con il capitalismo avanzato e realizzare una società socialista – per offrire una via di industrializzazione accelerata e forzata a paesi arretrati. Non a caso quel modello è stato preso a riferimento esclusivamente nel terzo mondo.

Si possono allora comprendere le ragioni contingenti che portarono dopo il 1917 buona parte della sinistra occidentale a considerare quella rivoluzione come la speranza di una via alternativa al capitalismo: erano gli anni della prima grande crisi generale del capitalismo. Una crisi così acuta che persino un economista tutt’altro che marxista come Joseph Shumpter – il teorico della distruzione creatrice che contestò le cause cui Marx attribuiva il declino del capitalismo (per lui non era la crisi ma il successo del capitalismo a decretarne il declino) – negli anni ‘40 arrivò ad ipotizzare che il capitalismo fosse destinato ad essere sostituito da un’economia di tipo socialista. Però poi sappiamo che la risposta a quella crisi non fu il rilancio del liberismo ma il New Deal, lo stato sociale, il compromesso Keynesiano tra capitalismo e democrazia, che pure aveva rubato qualcosa al pensiero marxiano, quanto meno l’idea che le inevitabili crisi del capitalismo richiedevano un robusto intervento dello Stato in economia. Tuttavia comprendere il contesto che favorì l’errore di valutazione non vuol dire non riconoscere che fu fatale.

Fu fatale lo slogan “fare come in Russia” subito dopo il ’17. Anche in Italia lo stesso partito socialista, guidato dalla fazione massimalista, inseguì quella illusione, fornendo un assist involontario ma fondamentale all’ascesa al potere di Mussolini (si legga in proposito il romanzo storico di Scurati “L’uomo del secolo” che è illuminante nella sua puntuale e particolareggiata ricostruzione degli eventi che, a partire dal 1919, precedettero la marcia su Roma). Così come fu fatale nel secondo dopoguerra, da parte dei partiti comunisti occidentali, tardare a trarre le conseguenze dal riconoscimento delle condizioni politiche più avanzate determinate dallo stato sociale, a denunciare la vera natura dei regimi dell’Est, a prendere atto della loro irriformabilità. Lo stesso PSI attese il 1956, l’anno dell’invasione dell’Ungheria, per prendere le distanze da quel sistema, mentre il PCI addirittura l’inizio degli anni ’70, con la segreteria di Enrico Berlinguer, per intraprendere un cammino, comunque troppo lento, di avvicinamento alla sinistra europea. Quando vi approdò la socialdemocrazia entrava in crisi per l’incomprensione delle conseguenze delle nuove tecnologie informatiche e del processo di globalizzazione.

Aver relegato Marx per troppo tempo nell’ideologia leninista, nel marxismo distorto dell’URSS, sia da parte della sinistra che osannava quel sistema sia della sinistra che giustamente lo avversava, ha impedito alla sinistra nel suo complesso di cogliere quanto di attuale c’è nell’analisi marxiana proprio in relazione agli sviluppi del capitalismo globalizzato che Marx aveva anticipato nel Manifesto del 1848.

A me vengono i brividi quando rileggo certi passaggi di quel testo straordinario pensando che è stato scritto 171 anni fa, quando il massimo della tecnologia era rappresentato dalla macchina a vapore, dal telegrafo e le ferrovie.

E’ il caso di leggerne un pezzetto che credo sia difficile non definire profetico: “Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi… ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali … vengono soppiantate da nuove industrie …(che) non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altre… anche… i prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune… Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire… In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”. Mi fermo qui nella lettura di un testo premonitore che continua magnificando gli straordinari progressi tecnici con i quali la borghesia ha soggiogato le forze naturali, fino alla frase magistrale con la quale Marx paragona la stessa borghesia, di cui ha cantato anche le lodi, allo “stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate”.

Marx, dunque, non ci consegna una ideologia, un dogma ma un approccio storicista. Ci consegna un metodo di analisi della società e del sistema economico, individuando nei processi di produzione e di scambio, nella lotta tra le classi, i fattori fondamentali dello sviluppo storico. Un metodo che gli consentì di leggere le leggi fondamentali del modo di produzione del suo tempo, di comprenderne le grandi potenzialità ma anche i limiti. E soprattutto di individuarne le tendenze, lo sviluppo, le evoluzioni. E’ il metodo che gli consentì di anticipare la globalizzazione del capitalismo, la sua tendenza a produrre crisi periodiche e sempre più gravi, a concentrare la ricchezza (“l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi”) che porta a livelli insostenibili le diseguaglianze sociali e a continue crisi di sovrapproduzione, la fase di finanziarizzazione dell’economia, il bisogno di innovazione permanente necessaria per aumentare la produttività del lavoro e reggere alla concorrenza interna ( e causa della “caduta del saggio di profitto”). Il bisogno di una crescita illimitata che confligge con l’esigenza di invertire la tendenza alla distruzione dell’ambiente, giunta oggi al punto di minare la salute e di prefigurare un esito catastrofico del cammino umano. E’ il metodo che gli consentì di vedere il costo sociale non solo dello sfruttamento ma anche dell’alienazione del lavoro operaio, arrivando ad immaginare già allora come il processo di produzione del capitale conduca verso “un sistema automatico di macchinari”, un “automa costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali, cosicché gli operai stessi sono determinati soltanto come sue braccia coscienti”.

E’ un metodo che induce a coltivare l’esercizio critico del pensiero, che aiuta a leggere il presente e progettare il futuro. Ecco perché la sinistra ha bisogno di ritrovare la convinzione e la forza per respingere l’idea che con quel muro sia caduto il pensiero marxiano che è stato invece liberato dall’involucro ideologico in cui era stato imprigionato.

Ma la sinistra ha bisogno di combattere anche un altra idea fuorviante che può suonare anche come il voler riconoscere al modello sovietico un merito. L’idea che sia stata la sconfitta di un comunismo, che tra l’altro non si è mai realizzato, ad aver causato la nuova moderna globalizzazione, la quale non è il frutto di un complotto dei capitalisti ma l’evoluzione naturale del modo di produzione capitalistico. Insomma non è la caduta del muro ad aver reso più brutale il capitalsmo.

La svolta neoliberista matura in Occidente già all’inizio degli anni settanta. Quando va in crisi “l’età dell’oro”, il compromesso Keynesiano tra capitalismo e democrazia, e si avvia quel processo di forte riduzione del peso della grande industria e della classe operaia, la dilatazione del settore terziario, l’automazione continua degli impianti. E’ allora che la democrazia non regge il passo delle trasformazioni del capitalismo. E’ da lì che parte l’offensiva del neoliberismo, spinto dalle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago, contro lo stato sociale individuato come fonte di spreco di risorse a danno dello sviluppo e del benessere.

Una tendenza quella del neoliberismo e dell’individualismo che si è globalizzata, abbattendo tutti gli ostacoli del tempo e dello spazio, soprattutto grazie alla rivoluzione informatica e allo sviluppo impetuoso di una rete in grado di garantire il trasferimento di informazioni in tempo reale. Un processo dal quale, a differenza dell’URSS, che lo respinse per paura di minare la centralizzazione del potere, non si è sottratta la Cina che anzi si è aperta alle nuove tecnologie e ai grandi centri finanziari e industriali, utilizzandoli per la propria modernizzazione senza cedere di un millimetro sul piano delle libertà politiche e diventando oggi, di fatto, la seconda potenza mondiale in gara con gli Stati Uniti per il primato tecnologico.

Poi certo la caduta di quel muro ha avuto la sua funzione. Ha conferito altri spazi a quei cambiamenti che permettevano al capitalismo di rinviare nuovamente la sua crisi usando i suoi strumenti classici: l’ampliamento dei mercati, la delocalizzazione delle produzioni, il ricorso a nuovi eserciti di riserva a basso costo. Ma anche con la novità dell’affiancamento del motore produttivistico dell’accumulazione del capitale (ormai in difficoltà) con il nuovo motore finanziario al quale affidare, attraverso la deregolamentazione di fatto del potere di stampare moneta in modo illimitato, anche il compito di controllare il ciclo e gestirne le crisi moderandone l’impatto.

E’ un processo che certo ha prodotto lo sviluppo e il benessere in paesi che ne erano esclusi ma, al tempo stesso, anche diseguaglianze abissali all’interno dei paesi emergenti, disoccupazione, impoverimento dei ceti medi nello stesso Occidente. Soprattutto sposta il governo dei grandi processi economici e sociali dagli Stati nazionali alle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Tanto che oggi allo strapotere dei nuovi padroni del mondo possono opporre una certa resistenza solo i grandi Stati continentali – come gli USA, la Cina, l’India – determinando così quella fragilità della mano pubblica e dell’ordine internazionale che è la causa di fondo della grande crisi del 2008.

Ancora una volta lo stregone non è riuscito a controllare le forze sotterranee che ha scatenato. Con l’avvento della finanziarizzazione dell’economia il capitalismo si è, infatti, trasformato da produttore di sole merci a produttore di rendite. Oggi il fattore principale dell’accumulazione del capitale non sono le merci ma la produzione del danaro mediante il danaro stesso. Il 90% del capitale che circola è creato dalle banche grazie al potere di stampare moneta dal nulla in quantità illimitata – mentre gli Stati possono fare investimenti per finalità pubbliche solo mediante riscossione di imposte o emissione di titoli sul debito che finiscono per pesare come un macigno sui loro bilanci. Non c’è da meravigliarsi poi se il 70% di questa massa enorme di denaro non arriva all’economia reale ma finisce nell’acquisto di titoli finanziari. E’ il meccanismo che determina il primato della speculazione finanziaria e la conseguente instabilità dei mercati, la crescita abnorme delle diseguaglianze sociali, l’aggravamento della crisi ecologica, fino alla messa in discussione dell’equilibrio su cui si basa la stessa vita sulla Terra.

Ecco, dopo trent’anni dalla caduta di quel muro siamo esattamente qui. E cioè immersi in una crisi politica, economica, finanziaria, ambientale, democratica, senza precedenti. Una crisi che non è stata affrontata nelle sue cause di fondo riconducibili all’incapacità della democrazia di globalizzarsi e di non perdere il primato sull’economia e la finanza, lasciando il profitto come unico regolatore del Mondo.

Certo la politica monetaria, attraverso una immissione di liquidità nel sistema senza precedenti, ha impedito il crollo del sistema finanziario e garantito un minimo di crescita. Ma è l’antinfiammatorio che allevia il dolore, ha una funzione importante ma non è l’antibiotico che cura la malattia. Di conseguenza lo scenario più ottimistico ipotizzato dagli economisti è quello di una “stagnazione secolare”: una lunga fase di tassi di interesse a zero, di crescita bassa, di inflazione ai minimi. In sostanza una sopravvivenza permanentemente a rischio danni collaterali e incertezze politiche. Rischio di un ritorno indietro che sarebbe devastante: le politiche protezionistiche di Trump, lo sbandamento di un grande Paese come la Gran Bretagna che non sa più come uscire dal vicolo cieco della Brexit, l’incapacità di governare un fenomeno enorme come quello delle migrazioni epocali – che offre al populismo nazionalista della destra estrema uno spazio pericolosissimo – la crisi ambientale, giunta vicino ad un punto di non ritorno, danno una idea precisa della delicatezza del momento.

Un quadro che ci suggerisce come, forse, la fine del ciclo capitalistico sia più vicina di quanto noi possiamo immaginare. Anche perché siamo all’inizio di un nuovo grande rivolgimento, di una nuova era storica, come ci segnalano la necessità vitale di abbandonare le fonti energetiche fossili e la straordinaria nuova rivoluzione tecnologica dell’avvento della intelligenza artificiale. Come dice Jeremy Rifkin le grandi rivoluzioni dei sistemi economici avvengono “quando le nuove tecnologie di comunicazione convergono con nuovi sistemi energetici”. Dunque ci siamo. Siamo al tempo nel quale intelligenza, informazione e dati contano più del capitale e dei patrimoni immobiliari.

Serve però una forza nuova, capace di comprendere il cambiamento e di ridefinire un nuovo orizzonte per affrontare le sfide del futuro. E’ ciò che ancora non si vede. Penso anche alla sinistra italiana, alle macerie che ha alle spalle e al rischio di vedere rinviato ancora il momento di una riflessione adeguata magari perché si ritiene che con il ritorno al governo sia possibile andare avanti senza un ripensamento profondo e un salto di qualità della sua capacità di elaborazione e di iniziativa politica. Le difficoltà di questa finanziaria – che pure è forse vicina al massimo che si poteva fare qui ed ora, avendo a disposizione la coperta corta di un Paese con un debito pubblico a livelli quasi insostenibili e un ritardo pauroso nella crescita che viene da ragioni che precedono la stessa crisi del 2008 – ci dicono come non basterà fare le riforme e usare gli strumenti a disposizione del governo per rispondere al malessere sociale e ai bisogni della società italiana ma serve intrecciare il massimo sforzo possibile dell’azione di governo all’interno del Paese con la capacità di ridefinire alleanze politiche e sociali, iniziative e progetti concreti nell’unica dimensione che può restituire alla politica il suo primato sul mercato, quella di una nuova Europa che acceleri sul terreno dell’integrazione politica. Senza di ciò è certo che gli anni venti di questo secolo non saranno migliori di quelli del secolo scorso. Possiamo evitarlo solo se matura nelle forze più avvedute la consapevolezza delle sfide grandi e nuove che abbiamo davanti a noi.

Insomma a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino è finita da tempo l’illusione della “fine della storia” ma non abbiamo ancora cominciato a ripensare il futuro. Ma per farlo serviranno meno Adam Smith, Milton Friedman e la Scuola di Chicago e molto di più (nessuno si scandalizzi per gli accostamenti) Karl Marx, Friedrich Engels, Antonio Gramsci, John Maynard Keynes, Papa Francesco.

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