Annunci e tattica non bastano. Servono pensiero e azione

Il risultato delle regionali in Umbria è chiaro e guai a far finta di non capire. Parliamo di una regione governata ininterrottamente dalla sinistra da 50 anni. Nessuno si attardi in letture di carattere localistico. Lo spostamento a destra che c’è stato nei ceti medio bassi negli ultimi anni è impressionante. Si tratta non di una destra di stampo europeo ma estrema, populista, nazionalista e xenofoba. Sulle ragioni di questa svolta, non solo italiana, discutiamo da tempo senza che si riescano a produrre un pensiero e una azione conseguenti. Il malessere del Paese devastato dalla crisi del 2008 è profondo. Il senso di precarietà che pervade la società alimenta frustrazioni e paure. Lo spaesamento conseguente a cambiamenti radicali nel modo di studiare, di lavorare e di vivere – prodotti da una rivoluzione tecnologica così veloce da non lasciare il tempo di immaginare il futuro – induce gli individui (non uso a caso questo termine) a ricercare risposte chiare e riferimenti forti. La sinistra non ha capito per troppo tempo le conseguenze di questi cambiamenti epocali e non ha saputo indicare un orizzonte credibile. Le ragioni della clamorosa sconfitta del PD nelle politiche del 2008, che coincide con un ridimensionamento di tutta la sinistra europea, hanno queste radici. L’ascesa alla segreteria del PD di un nuovo segretario che si è impegnato a rivoluzionare la politica e l’assetto del partito da un lato, le preoccupazioni che il rischio nazionalista ha alimentato nella parte più avveduta della società dall’altro, hanno consentito al centrosinistra di evitare una caduta ancora più rovinosa che ne avrebbe determinato la marginalizzazione definitiva. Ma il rischio non è scomparso dall’orizzonte. Conta la capacità di realizzare in tempi rapidi i cambiamenti promessi. Di colmare un ritardo di elaborazione e di iniziativa divenuto insostenibile. Di rivoltare come un calzino un partito ridotto a sommatoria di correnti personali e comitati elettorali. Se qualcuno ha pensato che il ritorno al governo potesse rimetterci in gioco e concedere altro tempo all’opera di cambiamento ora deve prendere atto di aver fatto un gravissimo errore di valutazione.  Salvini non prende voti perché ha governato bene ma perché ha promesso di rispondere al bisogno di sicurezza attraverso il ritorno alla vecchia sovranità nazionale. Una proposta chiara e netta che la gente capisce. Per noi è una via illusoria che può fare solo danni gravi. Ma la maggioranza dell’elettorato, in assenza di una via alternativa capace di far intravedere un cambiamento altrettanto forte, vede solo quella possibilità e preferisce inseguirla piuttosto che adattarsi alla meglio a quel che passa il convento. Quale è il cambiamento che noi prospettiamo? Il governo non ha il respiro politico necessario. E’ nato per uno stato di necessità. Ma neanche il PD si è dato un progetto nuovo. Tutto sommato anche la discussione su questa finanziaria dimostra che si sta solo cercando di galleggiare alla meglio.  Ma se stai al governo senza aver ritrovato una rotta precisa e senza aver rimesso in sesto la nave rischi di più. Come governi se non sai dove andare? Il malessere è grande e non puoi pensare di attenuarlo limitandoti a tenere la nave a galla. Rischi l’ammutinamento. Non basta stare in un governo nel quale ognuno cerca di tirare dalla sua parte una coperta troppo corta per dare risposte. Bisogna che il governo dimostri almeno di sapere dove andare a procurarsi il filo per allungare quella coperta. Ma il filo che serve non lo trovi rimanendo nella dimensione nazionale. Bisogna definire un progetto, un sistema alleanze politiche e una iniziativa di dimensione europea. Almeno il PD è in grado di indicare una rotta chiara e credibile anche se non semplice? Può farlo se decide di lavorare a ricostruire un partito di dimensione europea che si ponga un obiettivo di lungo termine (la costruzione degli Stati Uniti d’Europa) e obiettivi intermedi intorno ai quali mobilitare l’opinione pubblica europea: una tassazione unica delle imprese, che finalmente consenta di colpire l’elusione delle multinazionali; primi passi di un processo di armonizzazione fiscale; un preciso piano di investimenti per la riconversione ecologica dell’economia, che contrasti l’inquinamento e rilanci la crescita e l’occupazione; una politica estera comune che aiuti un processo di gestione comune dei flussi migratori. Sono obiettivi trappo ambiziosi? La sfida è troppo grande? Certamente. Ma se l’esercito dei Filistei sta vincendo la guerra grazie ad un guerriero gigantesco o Davide, che è il più dotato di astuzia, sfida Golia, rischiando di perdere, oppure gli Ebrei perdono di sicuro. Se viviamo in un tempo nel quale il potere di decisione si è spostato dalle mani degli stati nazionali alle grandi concentrazioni globali economiche e finanziarie – e gli unici Stati che riescono a difendersi sono quelli di dimensione continentale (gli USA, LA Cina, l’India) – o chi ne è consapevole prova a costruire  una prospettiva che consenta di procedere verso una effettiva integrazione politica dell’Europa, oppure non regge. Se così stanno le cose Salvini è spacciato lo stesso ma chi crede in lui lo capirà solo quando sarà messo alla prova. Forse non è un caso se Salvini la prima prova della finanziaria 2020 ha deciso di schivarla. Ma se la sinistra, che ha una sola strada davanti, non decide di percorrerla, attrezzandosi sul piano programmatico ed organizzativo, è destinata ad accrescere la sua impotenza e il suo declino. Se stai in un governo che comincia a camminare in quella direzione bene, altrimenti meglio stare all’opposizione. Insomma Zingaretti non ha più tempo da perdere. Chi ha creduto nella sua svolta non si accontenterà di trovare uno spazio dentro l’attuale assetto del PD. Vuole contribuire ad una rivoluzione politica, programmatica e organizzativa. Vuole raccogliere la sfida per provare a vincere. Gli annunci e la tattica non bastano più e domani potrebbe essere troppo tardi.

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