Il mio intervento all’assemblea provinciale del PD

Caserta 1 ottobre2019.

Siamo ad un passaggio molto critico ed è fondamentale leggere in modo corretto la realtà economica, politica e sociale, se vogliamo affrontarlo bene ed evitare rischi tremendi per il PD e per il Paese. Il primo errore da bandire è pensare che il ritorno al governo renda più semplice affrontare la crisi del PD e le prossime elezioni che si svolgeranno in regioni strategiche per gli equilibri politici futuri. Certo Prima la vittoria di Zingaretti alle primarie – e la conseguente apertura di un dialogo con altre forze del centrosinistra, che ha consentito una inversione di tendenza in diverse tornate amministrative – poi l’esito delle elezioni in Europa – che ha beneficiato della reazione della parte più avveduta dell’elettorato di fronte al pericolo sovranista – hanno rimesso in movimento la situazione politica. Tuttavia il PD deve ancora affrontare i nodi posti dal drammatico risultato elettorale del 4 marzo 2018. Nodi che attengono a ritardi onerosi accumulati nell’elaborazione politica e distorsioni nella struttura interna al partito, ridotta a sommatoria di correnti personali, di cui sono figlie anche le scissioni prive di basi culturali e politiche tali da giustificarle e perciò destinate all’insuccesso, per quanto in grado di indebolire il partito.

E’ vero. dal congresso ad oggi continue emergenze elettorali e poi la crisi di governo hanno rinviato la necessaria riflessione politica. Ma ora la partecipazione al governo non ammette rinvii. Tanto più se consideriamo la natura di un governo nato per necessità – più che per svolta politica consapevole – e di una alleanza con un movimento che ha esaurito la sua fase populista e ora cerca, tra forti tensioni interne, di ridefinire la sua identità politica. Insomma ora tutto è divenuto più urgente e difficile. Infatti il contesto internazionale è caratterizzato da un forte rallentamento della crescita globale e da una grande incertezza prodotta dal protezionismo USA e dalla guerra commerciale con la Cina, che pare ora si possa estendere anche all’Europa. Inoltre la coperta a disposizione dei governi nazionali è troppo corta per coprire le esigenze della società e rispondere al malessere sociale. Ancor più corta è quella di un Paese come il nostro con un debito pubblico elevatissimo, come verificheremo anche con la finanziaria 2020.

Stando nel governo non possiamo limitarci a denunciare la pericolosità delle illusorie risposte della destra ma dobbiamo saper mettere in campo una strategia e un progetto di respiro europeo che è l’unica dimensione nella quale è possibile governare le trasformazioni e rispondere all’insicurezza che determinano. Dobbiamo fare, cioè, quello che non è stato fatto né con i precedenti governi di centrosinistra né prima. Fare, insomma, ciò per cui il PD era nato ed ha fallito: portare a sintesi i diversi riformismi della tradizione politica italiana in un nuovo pensiero politico all’altezza dell’era della globalizzazione.

Alle elezioni politiche abbiamo avuto un crollo non una flessione. Non è un fatto irrilevante. Quando sui mercati finanziari arriva un crollo significativo segue sempre un piccolo rimbalzo e ogni volta ci si interroga per capire se si tratta del “rimbalzo del gatto morto” o dell’inizio di un nuovo ciclo del toro. Rimbalzo del gatto morto è un modo di dire che quando si precipita da certe altezze anche il gatto può morire. Il rimbalzo che si nota è solo la conseguenza della forza dell’urto della caduta e si manifesta prima di stramazzare al suolo. Ora noi siamo passati dal picco del 40 al 20% circa e dobbiamo sapere che di queste cadute può morire anche un grande partito. Non basta un rimbalzino per gridare allo scampato pericolo. Certo in politica tutto dipende da noi, dalla determinazione e dalla capacità di cambiare radicalmente e di sciogliere i due nodi che ho richiamato: quello programmatico e quello organizzativo. Il tempo per farlo, però, è ora perché domani potrebbe essere troppo tardi. La conferenza programmatica di Bologna e il congresso politico straordinario, cui ha accennato Zingaretti in Direzione, sono perciò due appuntamenti decisivi.

Bisogna attrezzarsi anche a Caserta per stare dentro il nuovo corso che comincia a prendere forma. Sapendo che in questa regione e in questa provincia abbiamo vissuto, fino ad oggi, in modo esasperato tutti i difetti del partito nazionale. Qui il personalismo è tutto. Il partito inteso come luogo di confronto, di definizione della linea e dell’iniziativa politica, non c’è e forse non c’è mai stato. Qui la crisi di identità del PD è più netta e più grave. Quattro correnti impegnate, ciascuna per conto proprio, a dare assistenza agli amministratori comunali di riferimento, in uno spirito di forte competizione tra loro, che spesso non aiuta a costruire l’unità sul territorio. Nessun confronto politico vero, nessuna visione o progetto comune, nessuna battaglia unitaria sulle grandi questioni di area vasta, che sono quelle che definiscono il ruolo del nostro territorio dentro la grande area metropolitana campana. Grandi questioni da cui dipende, in larga parte, anche il successo delle nostre tante amministrazioni locali, vere leve per il rilancio del partito. Eppure, dopo il drammatico colpo subito con il processo di deindustrializzazione degli anni ’80, noi ci stiamo giocando la qualità del nostro sviluppo sulla funzione che l’area casertana può svolgere nel processo in atto di riorganizzazione e riqualificazione dell’area metropolitana regionale. Un processo che ha mosso i primi passi nei decenni a cavallo del 2000 e che ha subito una forte battuta d’arresto con la grande recessione del 2008/2009. Un decennio perduto dopo il quale il PD casertano si ritrova nella condizione di non poter esibire una sola iniziativa forte sulle grandi questioni della modernizzazione di questo territorio.

Proviamo ad elencarle: 1) Alifana e metropolitana leggera Capua Maddaloni per stare dentro il progetto di metropolitana regionale; 2) il completamento della tangenziale di Napoli con la Caserta Mare, strategica anche per il collegamento tra area casertana e area aversana; 3) collegamento ferroviario del porto di Napoli con la Stazione di Smistamento di Marcianise, una delle più avanzate sul piano tecnologico che lavora ancora al 30% delle sue potenzialità;4) il completamento dell’insediamento del II Ateneo Universitario con la realizzazione del Policlinico (in costruzione ormai da venti anni) e la realizzazione dei servizi e delle residenze per studenti, necessari per la qualificazione e l’internazionalizzazione dei Dipartimenti; 5) Il CIRA e i centri di competenza per il trasferimento tecnologico decisivo per lo sviluppo dell’apparato industriale; 6) la messa a sistema della Reggia, i centri storici, i beni culturali e paesistici e il circuito dei Musei locali, per promuovere lo sviluppo del turismo.

Davvero riteniamo di arrivare alle prossime elezioni regionali di primavera senza produrre fatti e proposte su questi temi? Io credo di no. Tanto più che sbaglia di grosso chi crede che con l’uscita della lega dal governo abbiamo la strada spianata per riconfermare la giunta regionale uscente. Salvini non ha preso i voti perché ha governato bene ma perché cavalca l’ondata sovranista ancora fortissima in tutto l’Occidente. Stando ora all’opposizione potrà farlo ancora meglio. In tutti i sondaggi il centrodestra continua a stare davanti al centrosinistra in quasi tutte le regioni. Perfino in Umbria dove ci presentiamo in una alleanza larga con i 5 stelle. Leggiamo allora con realismo e senza provincialismi la dura realtà. Se tutto il nostro sforzo in vista delle regionali consiste nel chiedere ad assessori e consiglieri regionali di moltiplicare le liste personali allora in Campania il centrosinistra ha già perso e il PD è già morto. C’è bisogno di un nuovo progetto regionalista da far vivere nell’azione di governo fin dai prossimi mesi. E c’è bisogno di costruire una nuova alleanza politica che allarghi il campo del centrosinistra sul terreno politico e non su quello delle liste personali. Da Caserta dobbiamo spingere per questa svolta affrontando finalmente i nostri limiti e i nostri ritardi sia sul piano programmatico che su quello della struttura del partito. Bisogna aprire immediatamente un confronto politico vero, partendo dai circoli e dalle tante forze nuove che guardano al PD e sono disponibili a scendere in campo se si rafforza la svolta di Zingaretti. Una svolta che ricolloca il PD come forza fondamentale per costruire un argine alla deriva della destra estrema. Abbiamo poco tempo davanti a noi. Cambiare tutto e subito, aprire porte e finestre del partito o diventerà impossibile fermare l’ondata di destra e il declino del PD e del Paese.

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