L’incertezza estrema dominerà i mercati almeno fino al prossimo autunno

Dopo il crollo clamoroso registrato lo scorso anno, nonostante il buon andamento dell’economia globale, abbiamo assistito, in questi primi nove mesi del 2019, ad una forte crescita generalizzata dei mercati finanziari internazionali, sia nel comparto azionario che in quello obbligazionario, a dispetto del sensibile indebolimento della crescita. Come abbiamo più volte sottolineato la ragione del trend positivo da inizio anno sta tutta nella scelta delle Banche Centrali di ritornare sui timidi passi che avevano avviato, in direzione di una normalizzazione della politica monetaria, per riproporre politiche estremamente accomodanti in termini di tagli dei tassi e di ulteriori abbondanti iniezioni di liquidità. Con l’arrivo dell’autunno l’incertezza politica, da tempo osservata speciale da parte degli operatori, è arrivata a livelli estremi e sui mercati è tornata una certa avversione al rischio. Ad alimentarla però è rimasto un solo attore. In Europa, infatti, ci sono state tre importanti schiarite: prima con l’esito delle elezioni europee, che hanno riproposto una maggioranza europeista, poi con la formazione in Italia di un governo non più in conflitto con la UE, infine con il voto del parlamento britannico che ha reso molto difficile la vita al premier Boris Johnson e alla sua determinazione di arrivare ad una Brexit senza accordo. Purtroppo ad alimentare l’incertezza è il più imprevedibile presidente della storia degli USA e cioè della prima potenza economica e militare del Mondo. Una persona, pertanto, in grado di fare molto male all’economia globale. I dati macroeconomici dimostrano che la sua “campagna” dei dazi è la causa principale della debolezza del settore manifatturiero e del rallentamento economico. Gli sviluppi su questo fronte non lasciano intravedere nulla di buono. Infatti alla guerra con la Cina – che non ha solo una motivazione commerciale ma anche un risvolto che attiene alla competizione per il primato nel campo tecnologico – si è aggiunta da qualche settimana quella con l’Europa, con i dazi introdotti di recente che vanno a colpire anche prodotti agroalimentari italiani e che alimentano il rischio di un coinvolgimento del settore automobilistico. Una escalation in grado di dare un colpo mortale ad una Europa già a rischio recessione, con effetti devastanti sul piano globale. Anche sul terreno della geopolitica il comportamento schizofrenico dell’amministrazione alimenta focolai di tensione in grado di determinare effetti molto pesanti sui mercati. Dopo le tensioni con l’Iran – già causa di un rincaro del petrolio che potrebbe avere effetti negativi sui consumi – è arrivata anche la decisione del ritiro delle truppe USA dal Nord della Siria, che ha tutto il sapore di un via libera alla Turchia di Erdogan per una operazione militare contro i Curdi – che sono stati alleati decisivi dell’Occidente per la sconfitta dell’ISIS. Insomma si addensano all’orizzonte molte nubi di tempesta ed è davvero difficile, in questo quadro, ipotizzare una ripresa della congiuntura. Se aggiungiamo che negli USA si voterà per il nuovo presidente il 3 novembre del 2020 non è azzardato ipotizzare che l’incertezza politica estrema dominerà i mercati almeno fino al prossimo autunno. A meno che alla risposta delle Banche Centrali, fin qui protagoniste assolute nella gestione della Grande Crisi, non si aggiunga finalmente la risposta della politica, sia in termini di politiche fiscali che di iniziative efficaci nella gestione delle crisi geopolitiche. E’ quello che è mancato negli ultimi dieci anni. Difficilmente lo vedremo senza una svolta vera in direzione di una forte integrazione politica dell’Europa e senza una sconfitta della politica protezionista di Tump negli USA.

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