Il mio intervento alla serata di commemorazione di Andrea Vinciguerra

Ricordare Andrea Vinciguerra, cogliere ciò che di vivo rimane del suo impegno di dirigente politico, di amministratore pubblico e di operatore culturale, impone di fare i conti con mezzo secolo di storia di Capua e del Paese, di provare a ricostruire, sia pure in estrema sintesi, il ritratto di un Epoca. La sua vita, infatti, è stata un continuo profondere dedizione, passione e pensiero, in attività tutte indirizzate a promuovere l’emancipazione sociale, ed in particolare l’emancipazione delle classi subalterne, in coerenza con i principi di uguaglianza sostanziale emanati dal suo profondo convincimento negli ideali del socialismo.Per quanto mi riguarda ricordarlo in questa prospettiva comporta anche l’esigenza di rileggere e ripensare criticamente una parte importante della mia vita di militante politico di una precisa tradizione della sinistra italiana.

Con Andrea, infatti, ho condiviso lunghi anni di impegno politico comune.Anni di discussioni che spaziavano dai massimi sistemi alle più pratiche e contingenti problematiche cittadine. Annidi militanza politica totalizzante e di rapporti di amicizia. Anni di battaglie di opposizione e altri di cimento con il governo della città.Anni di vittorie e di sconfitte.Anni segnati da momenti di forte intesa e altri di aspra competizione. Una competizione mai dovuta a rivalità personali ma sempre e solo a contrasti politici legati al forte senso di appartenenza che caratterizzava la nostra adesione ai rispettivi partiti. Il Partito Socialista Italiano e il Partito Comunista Italiano avevano in comune l’atto di nascita e il robusto pensiero marxista ma anche il passaggio traumatico della scissione del 1921. Una ferita mai del tutto rimarginata sempre pronta a riaprirsi ad ogni difficile passaggio della storia travagliata della sinistra.

Per capire quanto contasse nella sua formazione e nella sua azione politica – ma oserei dire nel suo stile di vita – l’appartenenza alla tradizione socialista bisogna considerare che, a quel tempo, l’adesione ad un partito era indotta in primo luogo da un approccio ideologico. Aderire ad un partito significava non solo accettarne il programma ma anche conoscerne la storia e avere consapevolezza del suo orizzonte di lungo termine.“Veniamo da lontano e andiamo lontano” era una frase di Togliatti ma certamente esprimeva il pensiero dello stesso Nenni. Nei politici di allora c’era forte il senso del legame tra passato, presente e futuro che è alla base della civiltà moderna, edificata sulla conoscenza come risorsa dalla quale l’uomo può trarre la fiducia e le capacità necessarie per essere protagonista del proprio destino.

Oggi stiamo smarrendo quel legame e rischiamo di pagarne le conseguenze che sono già evidenti a chi ha contezza dell’importanza del patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulato nel corso dei secoli. Perderlo del tutto significherebbe finire tutti come foglie al vento, in condizione cioè di poter vivere tutt’al più in un eterno presente senza spazio e senza tempo, senza radici e perciò senza futuro.C’è qui un primo messaggio attualissimo che la vita di Andrea ci consegna. Egli è stato tutt’altro che una foglia perché la sua azione politica e amministrativa ha avuto questo fondamento profondamente umanistico.

Ho conosciuto Deo, cosi lo chiamavano già allora gli amici, nel 1968, l’anno dell’esplosione di una contestazione giovanile che covava sotto la cenere fin dall’immediato dopoguerra. Il 68 non fu un fenomeno esclusivamente italiano ma internazionale. In Italia tuttavia si presentò con tratti peculiari. La resistenza e la fine della guerra avevano segnato l’inizio di un lento passaggio, da noi reso più problematico dal peso del ventennio fascista, dalla vecchia società fondata sull’autoritarismo ad una democrazia da edificare sul dialogo e la condivisione. Inoltre la spinta delle nuove generazioni traeva alimento e forza anche dalla mutata composizione della società italiana, nella quale il peso dei giovani era cresciuto anche grazie al boom delle nascite che seguì la fine della guerra. La società di allora era l’opposto di quella attuale segnata da un crescente invecchiamento della popolazione. Dentro quella spinta non c’era solo la rivendicazione di un nuovo modo di concepire la vita, il costume e il sapere ma anche una domanda di spazio e di potere.

Per queste ragioni in Italia la chiusura del sistema politico nei confronti delle istanze dei giovani fu più forte rispetto agli altri paesi europei. Per fortuna nell’anno che seguì il 1968 vi fu l’autunno caldo degli operai delle grandi fabbriche che chiedevano una svolta democratica anche nei luoghi di lavoro. Dico per fortuna perché se l’iniziale sordità dei partiti nei confronti dei giovani favorì una crescita significativa dei gruppi della sinistra extraparlamentare, la saldatura tra le lotte studentesche e quelle operaie riuscì a contenere una deriva pericolosa che avrebbe potuto travolgere e rovinare tanti destini. Si trattò, comunque, di passaggi molto traumatici anche per la feroce reazione delle forze più retrive. La strategia della tensione, infatti, accompagnò i decenni successivi con una lunga scia di stragi e di morte che non hanno riscontro nel resto d’Europa.

Fu nel pieno di questi eventi che maturarono la formazione e le scelte politiche di Deo. E fu il suo impegno politico a portarlo a frequentare casa mia per alcuni anni. Con mio fratello Enrico, infatti, era tra i più attivi animatori del movimento studentesco e della contestazione giovanile a Capua. Insieme ad altri amici avevano fondato un circolo culturale, che aveva sede in Riviera Casilina, il cui nome, “Nuova generazione”, era già tutto un programma politico. Fu una esperienza formativa per molti operai e studenti che avrebbero assunto in seguito ruoli di direzione nel sindacato, nei partiti della sinistra e non solo. Andrea vi partecipò fin dall’inizio da riformista convinto che non intendeva rinunciare al dialogo con istanze più radicali allora largamente prevalenti nel mondo studentesco. Oggi tutti ci diciamo riformisti ma dichiararsi tali alla fine degli anni sessanta richiedeva una certa dose di coraggio e una solida base culturale. Fu questo un altro tratto distintivo di quel suo modo peculiare di essere un socialista italiano, su cui tornerò più avanti.Io allora avevo 13 anni, 8 in meno di Deo. Guardavo ad Andrea e alla sua generazione con gli occhi di un adolescente, pieni di curiosità e di desiderio di emulazione. Lui mi apparve fin dal primo momento come una persona aperta, estroversa ma al tempo stesso portata anche all’ascolto e perciò empatica, capace di leggere le emozioni dei suoi interlocutori, di entrare in sintonia con tutti. Una persona adulta che non disdegnava di fermarsi spesso a parlare con un adolescente. In una delle nostre chiacchierate notò che sulla mia scrivania, oltre a degli opuscoli degli Editori Riuniti, che erano dei veri e propri Bignami del marxismo, trovavano posto alcuni fumetti molto in voga tra i ragazzi dell’epoca: da Criminal a Diabolik. Mi fece notare immediatamente che trovava le mie letture contraddittorie. Ovviamente aveva ragione ma io, pur accusando il colpo, mi difesi sostenendo che in fondo leggevo ciò che piaceva a tutti i ragazzi della mia età. Fu quella la nostra prima polemica e devo dire che non mi fece sconti. Lui coniugava la sua empatia con una franchezza di interlocuzione che lo portava ad essere anche duro e polemico quando affrontava questioni di principio.Ricordo inoltre una cena a casa mia e l’impeto con cui Andrea contrapponeva lo stile della sua fidanzata (parlo di Anna, dell’amore di una vita) alla presunta eleganza di una studentessa del Magistrale rimarcata da un amico che, con tutta evidenza, si faceva condizionare dal rango sociale della ragazza.

 Insomma fin da allora Andrea era come un libro aperto: spontaneo, trasparente, sia quando manifestava in modo naturale la sua empatia sia quando diventava estremamente polemico e a volte anche furioso allorché si toccavano corde sensibili. Deo era solitamente amabile nei rapporti interpersonali ma poteva diventare irascibile se solo sfioravi argomenti che urtavano la sua sensibilità su principi fondamentali o su famiglia, partito, Capua. Avrei compreso meglio questi aspetti della sua personalità molto presto. Colpito dalla onda lunga degli eventi tumultuosi del biennio 1968 / 1969 mi iscrissi ancora ragazzo alla Federazione Giovanile Comunista e per alcuni mesi manifestai anche simpatie per i gruppi della sinistra extraparlamentare. In quel contesto era davvero impossibile evitare forti polemiche tra noi. Andrea, infatti, è stato sempre profondamente di sinistra senza mai rinunciare ad essere un riformista, un convinto gradualista, che in tempi rivoluzionari appariva a molti di noi quasi come un traditore della causa. “Lo stato borghese si abbatte e non si cambia” era uno degli slogan da noi preferiti. Dei social allora non c’era neppure il sentore. Il luogo privilegiato del confronto e della discussione era la piazza e a Capua la Piazza per eccellenza era quella dei Giudici, lato bar Giacomino. Andrea era consapevole della radicalità delle posizioni di un gruppo di noi ma da convinto assertore dell’unità delle sinistre non rinunciava alla ricerca del dialogo. Le discussioni cominciavano sempre con toni pacati nel tentativo di favorire qualche convergenza ma diventavano ben presto accesissime quando qualcuno esprimeva giudizi liquidatori nei confronti del partito socialista e toccava perciò uno dei suoi nervi scoperti. Intorno a noi si formava spesso un capannello di persone. Da un lato eravamo io, Gigino Porta, Mimì Ianniello e il fratello più grande di Deo, Lello, che era un comunista granitico, di una intransigenza non comune. Dall’altro Deo, spesso solo, a volte spalleggiato da Sergio o da Salvatore, perché non erano molti i socialisti disponibili a confrontarsi con posizioni così radicali come le nostre. Né noi accettavamo, questo va detto, il confronto con altri esponenti socialisti che giudicavamo ormai irrecuperabili alla causa rivoluzionaria perché espressione del sistema che volevamo combattere. Questo era il segno dei tempi. Deo ai nostri occhi era un compagno che sbagliava. In realtà sbagliavamo noi ma allora ragionavamo così. Rispetto ai suoi compagni di partito a lui riconoscevamo una attenuante. Pur essendo un esponente della sezione del PSI, la sua collocazione a sinistra era netta. Per noi contava molto il suo giudizio critico nei confronti dell’esperienza del primo centrosinistra negli anni ’60, che aveva visto nascere anche a Capua una giunta DC – PSI. Inoltre Andrea da socialista contendeva il campo politico, palmo a palmo, al PCI e alla parte più radicale della sinistra, lavorando a radicare il suo partito nelle fabbriche e nei quartieri popolari, nei quali aveva rapporti molto estesi e un significativo consenso. Altro elemento per noi di grande importanza.

Nonostante queste divisioni molto forti sul piano politico generale, sul terreno locale ci univa, tuttavia, la comune opposizione alla maggioranza assoluta della Democrazia Cristiana ma anche qualcosa di più importante di quella che poteva essere solo una collocazione politica transitoria. Avevamo una visione comune del futuro di Capua molto diversa da quella della DC, che agli inizi degli anni ’70 aveva chiamato ad occupare la poltrona di Sindaco della città il figlio dell’ex Ministro Giacinto Bosco e cioè dell’uomo che aveva gestito nel corso degli anni sessanta l’industrializzazione della provincia di Caserta. Dino Iocco che era stato sindaco in precedenza, ed era leader riconosciuto della dc capuana, aveva fatto un passo indietro pur di inserire la città in processi di sviluppo da cui era rimasta sostanzialmente esclusa. Noi ritenevamo quella strada sbagliata perché, a nostro avviso, le grandi multinazionali avevano aperto fabbriche al Sud, nella fase di industrializzazione per poli ed assi, al solo scopo di accaparrarsi i finanziamenti europei per le aree svantaggiate ma avevano lasciato altrove i centri di direzione e di comando. Insomma non ci sembrava quella la via migliore per uno sviluppo duraturo. Noi credevamo ad un modello di sviluppo diverso, fortemente ancorato alle risorse del territorio: l’agroindustria, il centro storico, i beni culturali, il turismo, il fiume, i servizi legati allo stato sociale e alla valorizzazione delle vocazioni del territorio. Avevamo in sostanza già allora una visione meno unilaterale e più integrata dello sviluppo economico, se volete una visione più moderna.

 In realtà né la DC né noi avevamo capito che una fase si stava chiudendo e stava arrivando una valanga che avrebbe messo tutti in difficoltà e cioè la politica in quanto tale nell’angolo. Stava per cominciare un processo di deindustrializzazione destinato negli anni successivi a ridimensionare l’apparato produttivo e con esso il peso ed il ruolo della classe operaia. La parabola dell’ex Siemens, poi Italtel, di Santa Maria Capua Vetere, che nel giro di un decennio passò da 5000 operai a poco più di 1000, fino alla chiusura definitiva, è un esempio della portata gigantesca del fenomeno. Cominciava quel processo di globalizzazione destinato a indebolire progressivamente la politica e lo stato nazionale nei confronti dell’economia e a rendere obsoleti i metodi e le strategie di lotta del sindacato.Giudicando con il senno di poi, la nostra visione era certo più avanti ma peccava di ingenuità. Sottovalutavamo quanto pesasse la mancanza delle condizioni economiche e politiche necessarie per dare concretezza alla nostra idea di sviluppo. Era infatti impossibile valorizzare le potenzialità del territorio mentre si impoveriva il tessuto produttivo e le politiche comunitarie e nazionali guardavano e investivano in tutt’altra direzione.

Arrivammo così alle elezioni amministrative del 1975 e di fabbriche a Capua si era vista solo l’Italcolor, che chiuse i battenti nel giro di pochi mesi. Sull’onda di questa delusione e del clima politico nazionale, positivamente influenzato dai sommovimenti sociali di quegli anni, la DC perse la maggioranza assoluta, PCI e PSI registrarono una grande avanzata. Sia io che Andrea entrammo per la prima volta in consiglio comunale. Si costituì una giunta minoritaria guidata da Pompeo Rendina e ci ritrovammo al governo della città. Fu una esperienza breve che durò 14 mesi ma estremamente formativa per entrambi. A me servì per lasciarmi alle spalle l’impostazione massimalista degli anni adolescenziali, ad Andrea per cominciare a fare i conti con le procedure e le regole della pubblica amministrazione, con la concretezza del governo locale. Cominciava per lui una lunga permanenza nel consiglio comunale durata 36 anni, fino al 2011.

Nel 1976 si ritornò alle urne, la DC riconquistò la maggioranza assoluta. Noi entrammo in una lunga fase di opposizione che durò fino al 1989. Una condizione quella dell’opposizione che cominciava a diventare via via più difficile a causa dei grandi cambiamenti che iniziarono ad investire la società per effetto dell’avvio di un nuovo ciclo economico e politico. Finita l’età dell’oro e della costruzione dello stato sociale, cominciava l’offensiva neoliberista, che riusciva a soppiantare la cultura solidaristica con una cultura individualista esasperata, ulteriore fattore di frammentazione sociale già prodotta dall’avvio di una nuova rivoluzione tecnologica. I vecchi strumenti di tutela sociale diventavano armi spuntate. Le tecnologie digitali cambiavano i processi produttivi, indebolivano i legami sociali, mettevano in crisi i corpi intermedi e sembrava che ormai l’unico modo per non perdere i rapporti con la società fosse l’esercizio della funzione di governo, l’occupazione del potere. Invece, come avremmo compreso solo molto tempo dopo, era proprio l’esercizio del governo a subire i primi effetti di questi processi che cambiavano il rapporto tra politica e società. La DC per ovvi motivi, fu la prima a risentire della polverizzazione degli interessi e delle spinte sociali, in termini di accentuazione della conflittualità e delle divisioni interne, che poi, con il tempo, avrebbero investito anche il PSI e successivamente, soprattutto dopo la fine del PCI, il PDS e poi i DS. Cominciammo a capire in quegli anni che di fronte a mutamenti travolgenti non ci sono isole né anticorpi ideologici che tengono.

 E’ in questa fase che emersero tutta la coerenza politica ed anche il coraggio di Andrea. Fu coerente perché senza mettere in discussione la sua appartenenza al PSI non abbandonò mai la convinzione e la pratica del valore dell’unità della sinistra. Anche quando il suo partito conobbe la svolta del Midas e dell’ascesa di Craxi alla segreteria, che inaugurò la fase del pentapartito, non cedette mai alla tentazione di tornare al governo della città attraverso una intesa tra tutte le forze che si richiamavano al governo nazionale, nonostante le continue spinte che in tal senso arrivavano dal partito nazionale e dalla stessa DC provinciale e locale, ai cui dirigenti avrebbe fatto comodo usare l’intesa con i socialisti per contenere le risse interne ormai sempre più incontrollabili. Andrea non lasciò mai la corrente di sinistra che faceva capo a Riccardo Lombardi. Possiamo dire senz’altro che, anche grazie al suo peso e al suo ruolo nella sezione locale del PSI, a Capua la sinistra è rimasta sempre unita all’opposizione e poi al governo se si esclude qualche eccezione, di così breve durata da non poter smentire questo dato politico. Forse anche per il peso di quel legame di ciascuno di noi con la storia dei nostri partiti che ci aveva insegnato come l’unità tra comunisti e socialisti a Capua era stata preziosa ai tempi del fascismo, quando la classe operaia del pirotecnico e i giovani che per cultura non potevano accettare la rozzezza e la prepotenza di quel regime totalitario si riconoscevano e si lasciavano guidare da un intellettuale come Alberto Iannone che aveva la doppia tessera socialista e comunista e che aprì, subito dopo la liberazione della città, nel 1943, una sezione comune dei due partiti.Fu, inoltre, coraggioso perché in presenza dei guasti che il terremoto dell’80 produsse anche nelle coscienze, di fronte al salto di qualità nella capacità di penetrazione nel tessuto istituzionale compiuto in quegli anni da una camorra ormai divenuta imprenditrice – che a Capua si manifestò soprattutto nella gestione dell’Ospedale Palasciano – non si tirò mai indietro rispetto alla scelta di una opposizione dura, senza sconti, aperta e trasparente, nonostante pressioni politiche e anche qualche minaccia diretta.

Ecco un’altra eredità preziosa che Andrea ci consegna e deve rappresentare un esempio per chiunque voglia davvero impegnarsi al servizio della collettività. L’eredità di una concezione della politica e dell’impegno pubblico che attribuisce alle idee più importanza della mera gestione del potere, che pone i principi e il progetto al di sopra dell’interesse di parte o personale. Lezione attualissima se guardiamo gli effetti di questa personalizzazione della politica che sembra inarrestabile, che produce giravolte e trasformismi di ogni risma e finisce per svilire la politica e con essa quella consapevolezza che il nostro destino è comune e che il bene di ciascuno non è separabile da quello collettivo.

Coerenza, coraggio, determinazione furono certo gli elementi che consentirono alla sinistra unita di tornare al governo della città nel 1988, in alleanza con  quella parte della democrazia cristiana locale che voleva impedire a chi gestiva il potere provinciale di quel partito, di mettere le mani su Capua, ormai destinata a divenire sede di importanti investimenti di valore regionale e nazionale, per effetto di quel processo di riorganizzazione dell’area metropolitana di Napoli in una area più vasta, imposto dagli effetti dei due terremoti degli anni ’80 e dal gigantismo che la metropoli aveva conosciuto nella fase della industrializzazione e dell’urbanizzazione incontrollata e distorta.Nacque la giunta di progresso con Sindaco il cattolico Nicola Lacerenza e Andrea Vinciguerra vicesindaco. E’ stato quello uno dei periodi più proficui per Capua, quanto a realizzazioni e a programmazione, tanto che ancora oggi sono attuali e all’ordine del giorno molti degli obiettivi e delle linee che allora tracciammo. Certamente fu un tempo nel quale tra consiglieri e assessori prevalsero collaborazione e sentimenti di amicizia e di rispetto, anche se non mancarono momenti di tensioni e difficoltà. Ci scontrammo con forze potenti che esercitavano in Campania e in provincia di Caserta un dominio assoluto e non si rassegnavano all’idea di dover rinunciare al controllo di un pezzo strategico del territorio, tanto da usare tutti i mezzi per farci cadere. Ci riuscirono dopo più di tre anni e mezzo. In quel contesto Andrea fu colpito da un grave attentato di chiara matrice camorristica. Seguì una fase molto lunga di frammentazione e di instabilità politica fino al 2000 quando iniziò quello che alcuni di noi definiscono il quindicennio perduto di Capua.

La fine della giunta di progresso coincise con il crollo del vecchio sistema politico. Furono anni difficili per tutti. Ma anni molto amari per Andrea, che pur essendo all’opposizione nel suo partito non poteva non vivere la fine del PSI come un trauma politico e personale. Un colpo duro che tuttavia non lo piegò, non lo indusse ad abbandonare l’impegno politico. Non vi nascondo che in quegli anni, che furono di travaglio e di svolta anche per il mio partito – impegnato nei passaggi dal PCI, al PDS, ai DS, fino al Partito Democratico -, ero certo che i processi di riorganizzazione del sistema politico alla fine ci avrebbero visto approdare nella stessa formazione. Doveva però passare del tempo. Andrea infatti preferì all’adesione al PD la scelta di Sinistra e libertà. “Non voglio morire democristiano mi disse”, alludendo all’identità ancora poco chiara del nuovo partito che stava nascendo. Ed in realtà anche io dopo qualche anno, constatato che la scelta delle primarie, come metodo di selezione della classe dirigente, aveva messo in secondo piano l’esigenza di elaborare politiche nuove, adeguate ai mutamenti radicali intervenuti nel modo di vivere, di studiare, di lavorare, in conseguenza di una straordinaria rivoluzione tecnologica, preferii ritirarmi dall’impegno attivo nel PD.Andrea, invece, continuò con tenacia a fare l’opposizione in consiglio comunale, mantenendo forte il legame con il gruppo di giovani che animavano la sezione di SEL, che tra l’altro ha condiviso per un lungo periodo la stessa sede storica del PSI che Paolo Affinito manteneva e curava come un Museo. Andrea si divideva tra l’impegno istituzionale e politico e l’impegno di Presidente della Cooperativa culturale Capuanova, che aveva contribuito a fondare con lo storico presidente Enzo Galeone nella seconda metà degli anni ’80. Una passione quella per l’arte e la cultura che ha vissuto certamente con maggiore serenità, come dimostra il rapporto straordinario che ha avuto con Enzo Galeone – le cui posizioni politiche di comunista intransigente, molto critico con il craxismo, con un carattere tutt’altro che semplice, non hanno mai incrinato il loro intenso rapporto di amicizia e l’intesa totale sul ruolo che Capuanova si era assegnato nella promozione e nello sviluppo culturale della città.

Conosciamo tutti l’evoluzione successiva della crisi del sistema politico. Crisi sempre acutissima, che ha travolto tanti tentativi di ricostruire una sinistra capace di misurarsi con la sfida della globalizzazione. Una crisi determinata da una sproporzione insostenibile tra la forza del capitale e della finanza, ormai attori globali, e una democrazia ancora incapace di ripensarsi in una dimensione sovranazionale.

E’ stato perciò per entrambi molto bello ed anche emozionante ritrovarsi il 3 marzo di quest’anno fuori al seggio allestito per le primarie del PD. Finalmente ci ritrovavamo a votare lo stesso segretario, nello stesso partito nel quale entrambi eravamo approdati (per me era un ritorno per lui un nuovo inizio), venendo da percorsi diversi, speranzosi che un nuovo corso possa dare a questo Paese un centrosinistra capace di difendere la democrazia e i valori nei quali abbiamo sempre creduto, di arginare questa destra nazionalista e xenofoba, che rischia di condannare l’Italia a una nuova marginalità. Io avevo appena votato e uscivo dal seggio, lui arrivava, affaticato dalle condizioni fisiche già compromesse, sorretto dal fratello Gianni. Commentammo divertiti la coincidenza e ci ritrovammo pienamente nella valutazione della delicatezza della fase e dell’importanza di quel voto.  Purtroppo non potrà verificare se questa sfida tutt’altro che scontata alla fine sarà vinta.

A dare ad Andrea la forza di superare tanti momenti difficili, senza mai interrompere il suo impegno politico e culturale, a mantenere vivo il suo interesse e la sua partecipazione alla vicenda politica, anche nei momenti più duri della malattia, è stata certo la solidità dei suoi convincimenti politici ma anche il grande amore per Capua. E’ l’ultimo aspetto che voglio sottolineare ricordando due episodi che rivelano in modo inequivocabile come sia stato forte il suo legame con la città.Una sera discutevamo sul rischio, per altro non ancora sventato, di un ridimensionamento del Museo Campano ci confrontavamo su quella che poteva essere la strategia migliore da portare nel confronto regionale e nazionale.  Notai che in Andrea prevaleva l’indignazione nei confronti dell’ottusità di chi non si rendeva conto delle ragioni di Capua e poneva l’accento sulla protesta. Io provai a dirgli che era necessario rimanere freddi, far prevalere la ragione sulle emozioni, perché Capua non era l’ombelico del mondo e neppure della Campania e che una cosa era parlare delle nostre ragioni qui, altra era farlo a Napoli o peggio a Roma. Mi è rimasta impressa la sua reazione che cito fedelmente: “allora ancora non hai ancora capito che per me Capua è l’ombelico del mondo”.

L’altro ricordo risale ai tempi dell’inizio della sua malattia. Uscivamo insieme da Palazzo Fazio dopo la presentazione di un libro. Lui mi spiegava la difficoltà a poterla curare in modo adeguato – a causa delle sue condizioni fisiche, legate alla precedente operazione ai polmoni – e citava il parere di alcuni specialisti che aveva consultato. Erano tutti campani. Provai a dirgli che forse, fermo restando l’eccellenza di alcuni ospedali napoletani, era il caso di sentire anche qualche altro parere fuori dai confini regionali. Mi rispose che a lui non piaceva l’idea di curarsi fuori anche perché, cito ancora una volta le sue parole: “io voglio morire qui”. Ripeté quel qui più volte, guardandosi intorno e indicandomi con lo sguardo e con le mani ora la sede della Cooperativa Culturale, ora i palazzi e le strade. Insomma Capua. Provai allora a scuoterlo dicendogli che la medicina poteva fare miracoli ma bisognava andare dove si produce l’innovazione, la sperimentazione, e che aveva il dovere di farlo perché lo doveva alla sua famiglia, alle sue figlie. Solo allora mi rispose: “va bene ci penserò”.

Questo era Andrea Vinciguerra. Un socialista coerente e coraggioso, innamorato dei suoi ideali, della sua famiglia e della sua città. Un capuano che ci lascia un patrimonio importante di valori, di battaglie, di iniziative, di idee. Un esempio di coerenza e di dedizione da coltivare.

Caro Andrea sei stato coerente anche nel rapporto con la morte. Hai scelto la cremazione ed evitato il funerale. So perché hai deciso così. Ne parlammo quando a compiere questa stessa scelta fu Alessandro Pantano, tuo amico fraterno di lunga data.Mi dicesti che in fondo quella era la scelta giusta, il modo migliore per scomparire senza dare altro fastidio a chi ha dovuto già assisterti nell’agonia, senza creare problemi a chi si sente in dovere di partecipare al tuo funerale e magari non può. Perché quando si muore finisce tutto, il corpo non è nulla e di noi non rimane certo il funerale ma solo quello che abbiamo dato agli altri se riesce ancora a parlare a qualcuno.Una scelta conseguente con le tue convinzioni con ciò in cui credevi:non nella fede religiosa, che è qualcosa che o hai o non te la puoi imporre, ma solo in ciò che la scienza riesce a dimostrare, sperimentando mille volte e ottenendo per mille volte lo stesso risultato. Altre certezze noi non abbiamo, anche se non tutto ciò che la scienza non riesce a dimostrare non è detto che non ci sia.Non sappiamo perciò se un giorno potremo in qualche modo ritrovarci in un determinato punto di questo infinito universo di cui sappiamo ancora troppo poco.Abbiamo una sola certezza.Se stasera siamo qui,in questa sala che ti ha visto protagonista di tante polemiche , di tante proposte e di tante sfide,è perché hai sempre dato,alla tua famiglia, alla causa nella quale hai creduto fermamente,alla tua città e sentiamo il bisogno di riflettere e riscoprire insieme quello che la tua esperienza di vita ci consegna.Di questo perciò siamo sicuri:per la tua famiglia,per i tuoi amici, per tanti di noi ancora convinti del futuro del socialismo, per questa Capua che hai tanto amato,dimenticarti sarà impossibile.

Capua 24 settembre 2019

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