Renzi il PD e il futuro del centrosinistra

Renzi lascia il PD e fonda un suo partito. Lo fa non perché contesta
l’alleanza con i 5 stelle. Anzi quel matrimonio lo ha sponsorizzato anche lui – dopo aver fatto ferro e fuoco per anni contro ogni ipotesi di dialogo con Grillo – e oggi garantisce il pieno sostegno dei suoi gruppi parlamentari al governo Conte. Perché allora questa scelta? Nella sua intervista a Repubblica la motiva con due ragioni precise; il partito “manca di una visione del futuro” ed è ridotto a “un insieme di correnti”. Dopo queste affermazioni mi aspettavo di leggere quale era la sua idea di partito e soprattutto la sua visione di futuro. Sul primo punto, però, lui si limita a sottolineare ciò che il PD non è riuscito ad essere e cioè “un partito all’americana fondato su una forte leadership scelta con le primarie”. Sul secondo punto indica l’azione del suo governo insieme all’innovazione come la scelta di fondo da compiere al “tempo dell’intelligenza artificiale”. Tuttavia non dice perché, se giudica positivamente l’azione del suo governo, l’elettorato lo ha poi bocciato clamorosamente. Né analizza la ragione per la quale né l’Italia né l’Europa hanno da tempo perso la sfida delle innovazioni straordinarie che il mondo ha conosciuto negli ultimi 30 anni, fino al punto che il petrolio del futuro – e cioè la disponibilità delle informazioni (i big data) – sono tutti nelle mani di due imperi continentali – e cioè gli USA e la Cina – che si stanno contendendo il primato in questo campo sulla base di una guerra commerciale che rischia di portare l’economia globale sull’orlo di una nuova recessione. Io decisi nel 2009 (dunque prima che arrivasse Renzi alla guida del partito) di non rinnovare la tessera del pd. Lo feci perché convinto che la scelta delle primarie senza regole, come strumento di selezione della classe dirigente di un partito, avrebbe prodotto un “insieme di correnti” e di comitati elettorali e una caduta di interesse e di tensione sulla lettura degli errori commessi nel passato, dello stato di cose presente e della conseguente costruzione di una “visione di futuro” che è la stella polare di una forza che vuole restituire alla politica il suo primato e la capacità di governare il cambiamento. L’ascesa di Renzi alla guida del PD fu la conseguenza di quelle scelte, del partito ridotto a un “insieme di correnti” e attento solo alla ricerca del consenso elettorale necessario per occupare le istituzioni. La sua parola d’ordine fu la “rottamazione” di quello che c’era prima, per sostituirlo con il nuovo da lui rappresentato. Non si presentò con una “visione di futuro” che presupponeva non la rottamazione del passato ma la sua rilettura critica per capire il presente e progettare il futuro. Lui diede al PD una nuova leadership ma non un progetto nuovo all’altezza dei tempi. Anche se i fatti si erano già incaricati di dimostrare che le leadership prive di progetti credibili funzionano fino a quando sono capaci di catturare voti per poi cadere alla prova del governo. È quello che è accaduto anche a Renzi. Pensare ora di riproporsi sulle stesse basi, senza un minimo di autocritica, mi pare davvero diabolico. Quanto alle scissioni c’è un precedente. D’Alema e Bersani decisero di uscire dal PD contestando metodi di gestione del partito e le scelte del governo ma senza indicare una idea di partito e un progetto politico alternativo e credibile. Fu per questo che né io né tanti altri, che avevamo lasciato il PD molto prima, li seguimmo. Non mi pare siano riusciti a fare molta strada. Per le stesse ragioni non andrà lontano neppure Renzi. Come leader non produce più consensi elettorali e la sua idea di partito non è in grafo di promuovere quella “visione di futuro” ora necessaria ma che non ha. Il PD e la sinistra Europea sono in grande difficoltà perché non hanno capito la globalizzazione, la “grande trasformazione” di cui è figlia la “Grande Crisi” dentro cui ancora siamo. Per recuperare questo ritardo enorme di analisi e di progetto bisogna guardare un po’ più in là dei confini nazionali e del teatrino della politica italiana. Per farlo non servono i partiti personali ma quelli veri. I partiti nei quali si discute, si analizza, si sperimentano insieme le politiche frutto di elaborazioni collettive e si torna a costruisce e promuovere classe dirigente non tra chi è bravo a raccogliere consensi clientelari ma valorizzando le competenze e le capacità di elaborazione e di iniziativa politica. Per questo preferisco Zingaretti e per questo sono tornato e resterò nel PD. Bisogna voltare pagina, cambiare tutto quello che ha prodotto il disastro politico nel quale siamo. È molto difficile. Non so se ce la faremo. Ma bisogna provarci.

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