idee e proposte per rifondare il PD in Terra di Lavoro

Lo scenario politico generale

Il repentino ritorno del PD al governo del Paese richiede una accelerazione di quel processo di cambiamento del partito ormai indispensabile per reagire al fallimento del progetto per il quale il PD era nato (fallimento sancito in modo inequivocabile dal voto del 4 marzo del 2018) e per rilanciarlo quale forza adeguata a misurarsi, attraverso politiche nuove e credibili, con il tumultuoso passaggio epocale che stiamo attraversando. Una forza in grado di arginare il rischio di una pericolosa deriva sovranista di destra estrema che renderebbe irreversibile la decadenza dell’Italia con effetti devastanti sulla tenuta dell’area Euro, della Unione Europea e della stessa democrazia rappresentativa. E’ questa, d’altronde, la sfida su cui Nicola Zingaretti ha vinto le primarie del PD. Una sfida che ha evitato la definitiva marginalizzazione del centrosinistra, ha risollevato il partito ponendolo come punto di riferimento della parte sana e avveduta della società – consapevole dei rischi enormi legati alla crisi del sistema istituzionale e politico e all’ondata populista – che ora vuole agire per tenere aperta una prospettiva democratica e riformatrice. Il nuovo corso di Zingaretti ha immediatamente reso il PD protagonista di una nuova e più larga alleanza di centrosinistra divenuta, nelle diverse tornate di elezioni amministrative comunali e regionali e poi nelle elezioni europee, la vera alternativa alla svolta sovranista di Salvini che ha travolto il vecchio centrodestra e portato la nuova lega a diventare in pochi mesi il primo partito del Paese. A distanza di un anno dalle elezioni politiche del 4 marzo del 2018 il sistema politico italiano da tripolare si era avviato verso un nuovo bipolarismo tra un centrosinistra rinnovato, che iniziava a prendere forma, e una destra allineata pienamente all’ondata populista e nazionalista che attraversa l’Europa, con l’obiettivo dichiarato di cancellare gli accordi di Maastricht e ritornare alle vecchie ed ormai insostenibili sovranità nazionali. La crisi del governo giallonero è figlia di questi processi politici e della conseguente crisi dei 5 stelle che erano ormai avviati verso un inesorabile declino. Non è un caso che la litigiosità nel governo è divenuta insostenibile dopo il sostegno dei 5 stelle alla scelta di Ursula von der Leyen nuova presidente della Commissione Europea. Una scelta maturata in conseguenza del successo ottenuto da Conte e Tria nel confronto con la UE, per evitare l’avvio della procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, sulla base di una manovra aggiuntiva e di impegni in relazione alla finanziaria del 2020 che toglievano ogni speranza alla possibilità di attuare i punti del contratto di governo voluti dalla lega (a partire dalla iniqua flat tax) e terreno sotto i piedi della strategia politica di Salvini già entrata in crisi, nonostante la travolgente avanzata elettorale in Italia, con il risultato del voto per il parlamento europeo. La stessa nascita del governo PD – 5 stelle, con una ottica di completamento della legislatura, non può essere letta solo come la conseguenza della necessità di evitare il voto in autunno. Essa è anche figlia della consapevolezza maturata in Grillo dell’esaurimento della fase dei “vaffa” e del populismo qualunquista e della necessita di dare un futuro al movimento cambiandone natura, politica e leadership. Il nuovo governo apre una partita politica nuova dall’esito imprevedibile, nella quale l’unica certezza che abbiamo è che sarà giocata nel campionato europeo – tra sovranismo e nuovo europeismo – e in quello occidentale – tra protezionismo e nuovo ordine internazionale. Una partita che deciderà anche il destino del PD e della sinistra oltre che quello della creatura di Grillo.

Attrezzare il PD alla sfida del governo

Zingaretti ha vinto le primarie per la segreteria del PD ad un anno esatto dalle elezioni politiche del 4 marzo del 2018. Ha dovuto immediatamente affrontare diversi turni di elezioni amministrative di estremo rilievo e, subito dopo, il delicato passaggio elettorale per il parlamento europeo, riuscendo a trasmettere segnali di cambiamento che hanno rimesso in piedi il PD e rimescolato le carte della politica italiana. Non è poco se consideriamo il tempo troppo avaro. Ma ora i segnali non bastano più e bisogna dare sostanza alla missione che è stata assegnata alla sua segreteria: dare al PD un programma fondamentale, recuperando i ritardi accumulati da tutta la sinistra europea nel fare i conti con la globalizzazione; ricostruire una classe dirigente del centrosinistra all’altezza di questo compito. Fare cioè quello su cui il PD ha fallito, un po per l’altezza della sfida e i limiti culturali che hanno pesato nella lettura dei cambiamenti radicali di questi anni – così veloci da rendere molto arduo perfino immaginare il futuro – ma molto anche per la scelta originaria di affidare la selezione dei gruppi dirigenti del partito a primarie senza regole, che hanno finito per fare emergere non gli assetti più idonei alla elaborazione e alla gestione di una linea politica ma quelli più inclini alla ricerca permanente del consenso, anche attraverso metodi improntati al peggiore trasformismo politico e a pratiche personalistiche. Ciò ha spostato l’attenzione dall’esigenza di elaborare e praticare un nuovo pensiero politico (una nuova sintesi riformista all’altezza delle grandi trasformazioni tecnologiche e sociali degli ultimi decenni) alla ricerca del governo a tutti i costi come strumento di collegamento con una società che vedeva cambiare modi di vivere, di relazionarsi, di studiare, di produrre e cercava per questo nuove protezioni. Ora serve un nuovo congresso che ponga al centro la definizione di un programma fondamentale e la modifica delle regole di vita interna. Bisogna insomma archiviare il partito appiattito sulla gestione del potere locale, il partito delle correnti e dei comitati elettorali, e promuovere il PD del progetto e della rivoluzione democratica sovranazionale.

Rifondare il “non partito” di Terra di lavoro

Come spesso accade, le dinamiche politiche nazionali si manifestano in modo esasperato nella nostra provincia. Se sul piano nazionale il PD sta cercando di uscire da una forte crisi di identità rilanciando il suo profilo di forza progressista e riformista, da noi il PD continua a vivere la sua condizione di un “non partito”. Non ha una sede provinciale, gli organismi provinciali (dall’assemblea alla direzione) sono stati convocati una sola volta dai tempi delle primarie. C’è una segreteria che si riunisce solo alla vigilia di scadenze elettorali per fungere da cassa di compensazione degli equilibri tra le componenti che fanno capo alle principali figure istituzionali e che vivono di vita propria in modo separato. I livelli istituzionali regionali sono gli unici punti di riferimento di circoli e amministratori locali. Per la prima volta nella storia del PD e dei partiti da cui è nato non c’è un solo parlamentare nazionale di riferimento del territorio. Né i circoli né gli amministratori delle più importanti città vengono convocati per discutere e partecipare in modo collettivo alla definizione delle politiche provinciali anche perché non ci sono né una linea politica ed un progetto del PD per la provincia di caserta né una visione del suo ruolo nel contesto regionale e meridionale. La recente decisione della segreteria provinciale di presentare due liste di componenti e non una lista del PD alle imminenti elezioni di secondo grado per il consiglio provinciale è emblematica di una situazione insostenibile e ormai incompatibile con la svolta impressa da Zingaretti. Le recenti dimissioni del segretario provinciale Cimmino si collocano in questo contesto di degrado e di abbandono politico ed organizzativo ma è auspicabile possano divenire l’occasione per aprire una discussione ampia e decisiva con l’obiettivo esplicito di rifondare e rilanciare il partito in Terra di Lavoro. Una prospettiva oggi possibile grazie al nuovo corso del partito nazionale e alla ventata di entusiasmo e di nuova partecipazione riscontrata nelle recenti elezioni amministrative, che hanno visto il ritorno del centrosinistra al governo di importanti città, e nella ritrovata vita e iniziativa politica dei circoli territoriali. Partire dalla svolta nazionale e dalle istanze che vengono dalla base per ritrovare un terreno di elaborazione programmatica e di iniziativa politica in provincia di Caserta che riproponga il ruolo fondamentale dell’area casertana e del piano campano nel processo di riorganizzazione e di riqualificazione dell’area metropolitana regionale – cresciuta in modo caotico nella fase di industrializzazione per poli ed assi nel corso degli anni sessanta e settanta del secolo scorso intorno alla città di Napoli. Un processo avviato nei decenni a cavallo del 2000 con l’insediamento delle Facoltà universitarie del II Ateneo e di importanti infrastrutture di valore meridionale e nazionale sul nostro territorio (dal CIRA di Capua, ai Centri di Competenza, alla Stazione di Smistamento e all’Interporto Maddani/Marcianise, agli investimenti in impianti di produzione dell’energia) che ha conosciuto una pesante battuta d’arresto con la Grande Recessione del 2008, ancora non affrontata nelle sue cause di fondo e duramente pagata in modo particolare dal Mezzogiorno. Si tratta di riprendere e di aggiornare, alla luce del nuovo contesto economico globale, la programmazione regionale e provinciale maturata negli anni a cavallo del 2000. Una programmazione che vede nel territorio di Terra di lavoro un punto di forza per accrescere e qualificare le funzioni avanzate meridionali dell’area metropolitana Campana – sempre più indispensabili per dare una guida allo sviluppo di tutto il Sud – intorno a 5 nodi strategici:

1- un sistema dei trasporti intermodale che faccia del Mezzogiorno la grande piattaforma logistica delle merci che dal Mediterraneo, sempre più crocevia dei traffici da e per l’Estremo Oriente, devono raggiungere l’Europa. La presenza della Stazione di Smistamento e dell’Interporto Sud Europa da un lato, la possibilità di utilizzare l’aeroporto di Grazzanise per superare i limiti che presenta Capodichino per lo sviluppo del comparto del cargo aereo dall’altro; l’integrazione dell’area casertana nell’area metropolitana regionale sul piano dei collegamenti (mediante l’inserimento della ferrovia Alifana nella metropolitana regionale, la realizzazione della metropolitana leggera Capua – Caserta Maddaloni, il collegamento diretto dall’A1 dal casello di Capua a Grazzanise e Villa Literno che completi la tangenziale di Napoli) possono rappresentare un importante occasione per un nuovo assetto del territorio.

2-una nuova fase di sviluppo delle aree industriali alla luce degli impegni assunti dal nuovo governo per il rilancio degli investimenti per l’industria 4.0, partendo dalla valorizzazione delle preesistenze industriali, dell’Università e dei centri di ricerca di valore meridionale e nazionale presenti sul territorio in diversi settori strategici (aerospazio, agroindustria, trasposti, beni culturali), dalla possibilità di qualificare i servizi avanzati alle imprese nei consorzi ASI;

3- un grande piano di sviluppo e qualificazione dei flussi turistici attraverso la messa a sistema delle potenzialità della provincia di caserta (la Reggia di Caserta e i siti reali, l’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, centri storici di prima grandezza come Aversa, Capua, Sessa, Teano, il sistema dei Musei territoriali a partire dal Museo Campano, le risorse naturalistiche delle aree interne e il litorale Domizio) che possono rappresentare un allargamento dell’offerta turistica già forte a Napoli, nelle isole, a Salerno e Costiera sorrentina e amalfitana.

4- una scelta netta per la green economy e un nuovo modello di sviluppo sostenibile a partire da una grande opera di bonifica del territorio: dalla rimozione delle ecoballe, al risanamento dei siti inquinati da rifiuti tossici e nocivi, al completamento degli impianti per rafforzare la raccolta differenziata e sviluppare un moderno ciclo dei rifiuti, al disinquinamento delle acque attraverso il rilancio del grande progetto di disinquinamento del Golfo di Napoli.

5- un grande rilancio della battaglia per la legalità attraverso il rafforzamento della lotta senza tregua alle mafie e alla criminalità organizzata, l’impegno per la trasparenza dell’azione amministrativa e una profonda riforma del sistema delle autonomie locali, il rafforzamento delle politiche del welfare (dalla sanità alle politiche di protezione sociale), la lotta alla dispersione scolastica e l’impegno per la diffusione dell’istruzione e della formazione.

La costruzione di un partito vero di lotta e di progetto deve partire ora.Domani potrebbe essere troppo tardi. Lo richiede la necessità di contrastare la strumentalizzazione della disperazione del Mezzogiorno da parte delle forze della reazione, l’esigenza di sostenere l’azione programmatica di svolta annunciata dal nuovo governo, la vicinanza di importanti elezioni regionali che non si vincono moltiplicando le liste (e con esse le spinte personalistiche e la frammentazione politica) nel tentativo di reggere l’urto della forza notevole che la destra ha manifestato in tutte le recenti tornate elettorali amministrative. Serve una nuova larga alleanza di progresso da costruire intorno ad un nuovo progetto politico e programmatico. Il PD, nonostante tutto, rimane l’unica forza che può tentare questa impresa.

Un commento

  1. Ok si tratta di un documento importante, completo, stimolante; da trasmettere agli organi nazionali e regionali, ma soprattutto da condividere con il maggior numero possibile di persone (energie intellettuali) e con le forze di rappresentanza del mondo del lavoro, con le associazioni e gruppi, con gli studenti. Credo che il documento di Adolfo possa essere una buona base di discussione per riaprire in provincia una nuova stagione di ricostruzione di un percorso e di una partecipazione alla politica attiva.

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